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La caduta del muro di Berlino: Vicende e suoni di un evento destinato a cambiare la Storia Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica ©
Scritto da Fulvio Tudisco   
Giovedì 12 Novembre 2009 08:23

 

 

9 novembre 1989, sulle macerie del muro risuona la musica di J.S.Bach. È Rostropovič, il grande violoncellista russo, che ha improvvisato un concerto per celebrarne la caduta. La sua musica racconta tutto di Berlino, dolore e gioia, speranze e paure. Più forte di mille parole, sembra essere il migliore necrologio di un simbolo di divisione alzato improvvisamente nel caldo agosto del 1961 e crollato altrettanto improvvisamente una fredda sera di novembre.
A vent’anni da quello storico evento, il Teatro Mercadante di Napoli in collaborazione con il Teatro di San Carlo celebra il ricordo di quella memorabile giornata con lo spettacolo Senza il muro. Belino, venti anni fa di Sergio Corrado. Una serata di musica, letture e immagini che sembra partire proprio da quel concerto improvvisato, da quell’inno alla libertà che risuonò sulle spoglie del muro.
Accompagnata dal suono del violoncello di Luca Signorini che esegue le stesse musiche di Bach suonate in quella notte berlinese, l’attrice Martina Gedeck guida il pubblico in un viaggio nella memoria di una città, attraverso i racconti di scrittori dell’Ovest e dell’Est come de Bruyn, Schneider e Grϋbein.
Lo spettacolo Senza il muro. Belino, venti anni fa si divide in tre blocchi di racconti che scandiscono tre momenti diversi della storia della Berlino divisa: l’innalzamento del muro, gli anni in cui sembra una realtà destinata a durare per sempre ed infine la sua caduta.
Dalla “rabbia, frammista alla malinconia” e all’ incredulità dei primi giorni del 1961 e fino a quel fenomeno di rimodulazione e di accettazione del muro percepito alla stregua delle grandi scritte con parole d’ordine relative alla vittoria del socialismo, o come, oggi, i cartelloni pubblicitari.

 

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Asher Fisch segni particolari:wagneriano Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica © - Sinfonica ®
Scritto da Dadadago   
Domenica 08 Novembre 2009 15:36

La stagione sinfonica del Teatro di S. Carlo quest'anno nella programmazione si avvale di Maestri che si alternano nella direzione, ed un nome prestigioso nell'ambito internazionale, stimatissimo per la padronanza del repertorio wagneriano è stato ospite sabato 7 novembre 2009 presso l'Auditorium Scarlatti.
Asher Fisch, direttore musicale della New Israeli Opera nonché collaboratore di Daniel Barenboim al Der ring a Berlino e Bayreuth, non nuovo alla collaborazione con gli strumentisti napoletani, ritorna per una performance che lo vede nel doppio ruolo di solista e direttore d'orchestra.
Come brano d'apertura è stato presentato il Concerto per pianoforte n. 20 in Re minore K 466 di W. A. Mozart, un capolavoro per inventiva melodica, originalità formale ed equilibrio strumentale.
Oltre all'uso della tonalità minore (difatti è il primo scritto per tale strumento, seguito solo da quello in Do minore K 491) è l'approfondimento tra solo/tutti, e il linguaggio dalla sensibilità che sembra preannunciare il pathos romantico , a rendere tale composizione una pagina della letteratura pianistica di estremo valore.
Composto di getto nel 1785 ed eseguito dall'autore, sarà successivamente prediletto da Beethoven che compose due cadenze per il primo e l'ultimo tempo.
Il colore fortemente drammatico, sin dall'incipit sincopato dell'Allegro, pervade tutto il movimento, e anche nella Romanza (in Si bemolle maggiore) dal tema esposto dapprima dal pianoforte e poi ripreso dall'orchestra, non manca nella parte centrale uno sviluppo lontano dalle galanterie dell'epoca, in cui il solista è chiamato al "tocco cantabile e buon gusto nell'ornamentazione" (Abert).
Il conclusivo Allegro assai in forma di rondò, dai toni appassionati e profondi, risolve con una brillante coda nella fulgida tonalità maggiore.

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"Lui amerebbe lei ma è attratto da un'altra lei. Chi vincerà?" Tannhauser al Teatro dell'Opera di Roma. Ha perso Wagner Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica ©
Scritto da Dario Ascoli   
Venerdì 06 Novembre 2009 18:23

Filippo Crivelli , regista della edizione di Tannhäuser in scena al Teatro dell'Opera di Roma dal 29 0ttobre al 6 novembre 2009, infelicemente esemplifica, provocatoriamente, la trama:“lui amerebbe lei ma è attratto da un'altra lei. Chi vincerà?”.

Detta così suona da gossip per riviste rosa; per semplificare in quattro parole occorre un approfondimento che non solo non si è evinto dalle note di regia riportate sul libretto di sala, ma, quel che è più triste, nemmeno dalla messa in scena del teatro della capitale.
L'opera che ha impegnato maggiormente Richard Wagner nell'arco della sua vita, quella che ha subito il maggior numero di revisioni e ripensamenti da parte dell'autore è, per alcuni motivi, la “meno wagneriana” del vasto catalogo del genio romantico tedesco; il capolavoro, perché in tali termini ci si deve esprimere, è Tannhäuser.
Messo in scena per la prima volta a Dresda, al Königliches Hoftheater, il 19 ottobre 1845, la litografia originale, perché non fu mai realizzato un manoscritto, aveva già subito innumerevoli emendamenti che furono palesi, poiché il metodo utilizzato, quello di scrivere direttamente su una matrice a rapido trasferimento litografico, permise, malgrado la volontà dell'autore, di mandare alle stampe una stesura che stava subendo correzioni e integrazioni nel corso delle prove.
La prima copia a stampa risale all'aprile del 1845, ma dalla primavera fino al fatidico 19 ottobre, i  ripensamenti furono numerosi; stanti così i fatti, dobbiamo concludere di non essere in grado di conoscere con dettagliata certezza quale fosse la partitura in prima stesura; già nel settembre dello stesso anno Wagner inviava a Robert Schumann una versione prossima ma non identica a quella che sarebbe andata in scena di lì a un mese.
Ancora diversa sarebbe stata la versione parigina del 1861, sia per motivi di opportunità diplomatica, sia per riconsiderazioni artistiche; nella capitale francese si celebrava la Pace di Villafranca, e Germania e Francia desideravano sottolineare un ricostruito clima di tolleranza reciproca.
In ossequio alle usanze transalpine, Wagner si piegò persino a introdurre un episodio nella prima scena dell'opera.
Nel 1875 venne rappresentata a Vienna una nuova versione di Tannhäuser, essa riprendeva gran parte del materiale modificato relativo alla versione parigina, ma reintroduceva anche pagine espunte che invece erano presenti nella esecuzione di Dresda.
Non incidentalmente tra le ultime frasi che il compositore pronunciò ci fu l'ammissione di essere ancora debitore al mondo del suo Tannhäuser; correva l'anno 1883 e qualche giorno dopo, a Venezia, il grande Richard si sarebbe congedato dal mondo.
Le scene e i personaggi che sono stati oggetto del maggior numero di riconsiderazioni sono quelle che coinvolgono Venus, a cominciare dal baccanale, introdotto  nella versione parigina e successivamente divenuto sezione integrante dell'Ouverture.
La presenza di Venere nel finale, in scena insieme a Wolfram e a Tannhäuser, da visione del protagonista in stato delirante diverrà reale presenza tentatrice, in quella che resta a noi come opzione definitiva.
Le fonti letterarie di Tannhäuser sono remote il personaggio del cavaliere cantore sarebbe il salisburghese Danhäuser, vissuto nel 1200 e crociato al seguito di Federico II, secondo il racconto di Heinrich von Ofterdingen.

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La Regina di ghiaccio e il Principe armonioso Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica ©
Scritto da Redazione di Roma   
Venerdì 06 Novembre 2009 15:46

Un artista più che affermato, un'icona vivente, nonostante la non avanzata età, che mette in discussione se stesso, quasi rinnega precedenti esecuzioni immortalate in album discografici che sono orgoglio delle collezioni di musicofili di tutto il mondo, se non si rivela in preda a turbe psichiche, merita ammirata attenzione, oltre a suscitare legittima curiosità.
Viktoria Mullova, cha ha fatto la sua irruzione trionfale sulla scena concertistica negli anni '80 guadagnandosi in breve la stima di critica e di milioni di ammiratori in ogni angolo della Terra, all'apice della celebrità ha subito la folgorazione della filologia barocca, ha acquistato un meraviglioso violino Guadagnini che ha affiancato allo splendido Stradivari già in suo possesso, gli ha restituito l'originaria struttura e montatura, ha imbracciato un arco settecentesco e, dopo una meticolosa disamina della trattatistica, si è presentata al pubblico in veste di “barocchista”.
Operazione in vero rischiosa, ma fin dalla rocambolesca fuga dalla sua terra, la Russia, Viktoria non ha mancato di dar prova di coraggio e di determinazione.
La grande concertista ha messo in preventivo il poter deludere i suoi fan che l'hanno amata per venti anni nelle sue interpretazioni del repertorio romantico, ottocentesco e nel primo novecento, ha, crediamo, anche valutato che la sua “ingombrante” personalità nel ristretto, esclusivo e in un certo senso poco accogliente, circolo dei barocchisti, avrebbe suscitato gelosie, diffidenze e persino malevolenze.
Facendo onore al proprio nome, la bellissima Mullova ha riportato vittorie su entrambi i fronti, accrescendo la stima dei suoi antichi fan, i quali hanno potuto “esibire” nuove credenziali della loro amata violinista, e conquistando il pubblico degli amanti della filologia più severa che hanno apprezzato in lei un presunto “rinnegamento” di esecuzioni non adottanti la “prassi”.
A noi piace, e la professione ce lo impone, giudicare le esecuzioni per quel che sono qui e adesso, a prescindere da curriculum e da pregiudizi.
Viktoria si è meritato un appellativo, chissà quanto gradito, di “The Ice Queen”, regina, indiscutibilmente ma di ghiaccio, tanto per la lucentezza del suono suo Stradivari, quanto per il distacco algido, ma non superbo, con cui affronta il pubblico, e , se vogliamo, la musica che interpreta.

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Luca Barbareschi ritorna al Bellini di Napoli con una graffiante commedia a due Stampa E-mail
Oltrecultura: Eventi Prosa ©
Scritto da Tonia Barone   
Lunedì 09 Novembre 2009 10:04

Dal 10 al 15 novembre 2009 è in scena Il caso di Alessandro e Maria sottotitolo Curiosa replica di una storia che ha già avuto luogo di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, al Teatro Bellini di Napoli interpretato e per la regia di Luca Barbareschi affiancato da Chiara Noschese, accompagnati dal musicista Marco Zurzolo e dalla sua band, cha ha composto anche le musiche, rielaborando brani noti di autori come Pino Daniele, Endrigo, Lauzi, Cotreau.
La commedia fu messa in scena esclusivamente dallo stesso Gaber con Mariangela Melato nel 1982, riportato sulle scene da Luca Barbareschi in un omaggio al suo amico Gaber.
Una commedia che indaga sulla relazione a due, tra il passato di un amore infinito, e il presente della quotidianità che ha incancrentito il rapporto.
La parola fa da padrona nella relazione, è vissuta in tutte le sfumature e presenta le due personalità: Alessandro/Luca Barbareschi che si pone il problema di essere o esserci, della sua presenza nel rapporto, Maria/Chiara Noschese che cerca di comprendere il dilemma della presenza/assenza.

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