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Oltrecultura - Periodico di Informazione, Spettacolo e Cultura
Saramago e La Capria:in libreria novità appassionate e senza tempo Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Libri ©
Scritto da Marisa Paladino   
Mercoledì 04 Novembre 2009 22:54
Sono proprio così, ultraottantenni appassionati e senza tempo, con le loro scritture di cuore e di ragione, che in queste ultime settimane presentano freschi di stampa volumetti accattivanti che combinano i due piani, con abilità di mano ed acutezza di pensiero, parliamo di Raffaele La Capria ed il suo "A cuore aperto" (2009) Ed. Mondadori e Josè Saramago con la raccolta di scritti "Quaderni" (2009) Ed. Bollati Boringheri.
Testi diversissimi che suggeriscono anche convergenze. Il dato biografico, sicuramente, perché entrambi sono del 1922, ma anche l'appassionato amore per due grandi città affacciate sul mare, la Napoli delle origini per il primo e la Lisbona per l'altro, a tre anni diventata sua città di adozione, raccontate in pagine brevi ed intense, come una sorta di irrinunciabile orizzonte letterario ed emotivo.
Stilisticamente fedeli e riconoscibili, quando ragionano non lo fanno mai in maniera priva di vibrazioni sentimentali, intendendo con ciò non soltanto la dimensione amorosa ma gli aspetti più profondi e sensoriali dell'essere, dove invece prevalgono le emozioni non viene mai meno il rigore intellettuale e la lucidità della riflessione.
L'azzurro di copertina del libro di La Capria e la farfalla colore oro sovrimpressa rappresentano quasi il cielo dove si libra questo suo pensiero mobile e curioso, con il cuore colmo di passione per la vita che scorre ed un titolo che rivela il debito della scrittura con i sentimenti, specie quelli che si agitano, tra nuove considerazioni ed antiche memorie, dopo il bypass che l'autore, in quarta di copertina, racconta come l'occasione di questa stesura "a cuore aperto".

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La Passione Russa, Pappano la risveglia Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica ©
Scritto da Dario Ascoli   
Martedì 03 Novembre 2009 01:55

Antonio Pappano, da qualche giorno restituito a pieno alla sua attività dopo una breve convalescenza, ha proposto al pubblico della Sala Santa Cecilia del Parco della Musica di Roma, quello che è un appuntamento ricorrente pur se sempre con interessanti novità: Passione Russa.
E' difficile stabilire in quale repertorio il grande direttore eccella in particolare, tale è l'eclettismo del musicista, non vi è però dubbio che Pappano ami il repertorio russo e che, allorché egli ne dischiuda lo scrigno, i risultati siano di grandissimo pregio.
Con un programma dedicato a Čajkovskij, Rachmaninov e ad un “minore” interessantissimo come Anatolij Ljadov, il 31 ottobre 2009, replicato il 2 e 3 novembre, con la partecipazione solistica del pianista norvegese Leif Ove Andasnes, alla conduzione di un'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia in eccellenti condizioni, il direttore musicale della prestigiosa Fondazione, ha scaldato il pubblico ceciliano, avendo la meglio sia sulle avversità meteorologiche che sulla sottile mestizia che si affaccia nelle giornate di commemorazione di chi non è più tra noi.
L'apertura della serata è toccata a Il Lago incantato - poema sinfonico op.62 di Anatolij Ljadov(1855-1914), una pagina che rivela una eccellente capacità di adoperare i colori orchestrali, impasti di fiati che denotano la metabolizzazione dell'esempio che in occidente Ravel negli stessi anni stava fornendo.
Ljadov ebbe la stima e persino l'ammirazione di Igor Stravinskij, che non era solito prodursi in complimenti di rito; i due furono legati dalla vicenda de L'Uccello di Fuoco, balletto in un primo tempo commissionato da Diaghilev all'anziano compositore, il quale rinunciò a favore del giovane Igor.
Il Poema sinfonico op.62 è ritenuto il migliore esempio dell'arte del compositore russo e fu eseguito per la prima volta nel 1909; prevede un organico privo delle voci delle “suppliche e dei lamenti”, secondo le parole dell'autore, che sarebbero espressi, in orchestra, da trombe e tromboni.
Assenti gli ottoni brillanti e quelli dal colore profetico-sacerdotale, il colore diviene ondeggiante, con gli archi divisi e con sordina, e i legni contrapposti ad arpa e celesta.

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Con George Gershwin ritorna la magia della musica dell’ America dei colored Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica ©
Scritto da Fulvio Tudisco   
Domenica 01 Novembre 2009 19:49

 

Nella sala dell’Auditorium della Rai di Napoli è andata in scena, venerdì 30 ottobre 2009, la versione da concerto diretta da Wayne Marshall di Porgy and Bess di George Gershwin, considerata universalmente la più grande opera in lingua inglese USA del XX secolo.
Rappresentata per la prima volta a Boston il 30 settembre 1935, è il frutto della ferma volontà del grande musicista newyorkese di realizzare un componimento ”alto” che potesse essere l’espressione più autentica della profonda anima musicale americana. Nella ricca seppur breve produzione musicale di questo autore, Porgy and Bess rappresenta la sfida più grande e il coronamento di un sogno che parte da lontano.
Il compito di portare in scena la complessa anima dell’opera di Gershwin è stato affidato alla bacchetta esperta di Wayne Marshall, considerato, non a torto, uno dei migliori interpreti delle musiche di Gershwin, Ellington e Bernstein. Anche questa volta il musicista inglese di origine caraibica non delude il pubblico, riuscendo a dare all’esecuzione un passo travolgente capace di cogliere la dimensione corale dell’opera.
Sul finire degli anni venti, Gershwin è al culmine del successo, amato e coccolato da tutti i produttori. Autore di songs di fama mondiale come Swanee (portata al successo da Al Jonson), The Man I Love, I Got Rhythm e moltissime altre, è uno dei protagonisti della grande fioritura del musical di Broadway grazie allo straordinario successo che raccolgono ogni volta le sue produzioni.
Eppure c’è ancora qualcosa che lo tormenta e lo fa sentire un musicista incompleto.
Proveniente da una modesta famiglia di immigrati ebreo-russi, Gershwin avverte un perenne senso di inferiorità per non aver mai ricevuto un’educazione musicale accademica e non avere fatto ancora qualcosa capace di suscitare l’ammirazione di quelli che considera “veri” musicisti.
L’occasione gli si presenta con il romanzo Porgy, di uno scrittore bianco del South Carolina, Edwin DuBose Heyward.
Si tratta di un drammone di non eccelsa qualità incentrato sulla povera comunità nera di Charleston nella South Carolina atlantica che è caratterizzato da una visione stereotipata di una “Little Africa” costretta a procurarsi faticosamente da vivere tra innumerevoli difficoltà.

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Una Violetta tutta rosa è la regina del Regio di Torino Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica ©
Scritto da Serena Gaudino   
Giovedì 22 Ottobre 2009 10:54

Se di una Traviata memorabile si dovrà parlare in questo 2009 sarà senza dubbio l’opera che Gianandrea Noseda ha diretto per l’inaugurazione della stagione lirica del Regio di Torino.
E se nell’immaginario di Verdi la veste bianca di Violetta doveva simboleggiare la purezza dell’amore, in quello di Laurent Pelly, che firma sia la regia (ripresa da Laurie Feldman) che i costumi, è il fuoco dello stesso amore a primeggiare tra i volant rosa della bravissima Elena Mosuc: una Violetta potente, con una voce vellutata e commovente capace di passare con estrema disinvoltura dal pianissimo al forte, aumentando progressivamente la quantità di armonici come le onde del mare che investono e si ritraggono, e poi tornano di nuovo a inondare d’emozione le orecchie e il cuore degli spettatori.
Un buon  Alfredo, nell’interpretazione di Francesco Meli: un tenore abile e pieno che ha saputo tener testa alla musicalità della Mosuc e alla giustezza di Carlos Álvarez nei panni di Germont.
Originariamente in tre atti, l’opera di Verdi rivisitata da Pelly si è presentata in una nuova forma drammaturgica in cui il Preludio, generalmente eseguito a sipario chiuso, ha invece rivestito la funzione di un vero e proprio prologo: sulle note dell’orchestra sfilava la bara di Violetta seguita da una schiera di uomini e dame tra parallelepipedi grigi – il cimitero di Montmartre – ben sistemati come fossero tombe, ostacoli, pedane, case; una scenografia essenziale, ( a cura di  Chantal Thomas ) ridotta all’osso e ricorrente che ha spazzato fuori, con un’idea e in un battito di ciglia, il lussuoso mondo a cui siamo da sempre abituati quando entriamo nel mondo della bella Violetta.
Ma a seguire la bara, in un angolo c’è anche Alfredo, nel suo cappotto ricco, un po’ in disparte, ansioso, lacrimoso, fino al momento in cui l’orchestra entra col primo numero e cadono le barriere. Pelly spoglia i suoi protagonisti e compare lei , la Mosuc, nel suo vestito abbagliante mentre quei cubi da tombe si trasformano in balconi, tavoli, pedane , e , grazie anche alle luci di Duane Schuler, si animano di gente allegra che ancora in una calda notte di agosto ha voglia di festeggiare.

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Baarìa: Tre ore di intensa narrazione e non un minuto di prolissità Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Cinema ©
Scritto da Emanuela Dal Pozzo   
Domenica 18 Ottobre 2009 09:49

La nuova pellicola Baarìa, scritta e diretta da Giuseppe Tornatore, la cui splendida fotografia è di Enrico Lucidi, è approdata alle sale cinematografiche a disposizione del grande pubblico, dopo il debutto alla 66ma Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, nel corso della quale ha catalizzato l'interesse tanto dei critici quanto degli spettatori, imponendosi tra i favoriti per il premio finale.
Così non è stato, ma la Commissione esaminatrice dell'Anica, formata da 14 commissari tra autorevoli registi, giornalisti, critici e produttori, oltre che dal Direttore Generale del Cinema Gaetano Blandini, l' ha scelto proprio in questi giorni per rappresentare l'Italia agli Oscar del 2010.
Il regista inaugurerà il 25 ottobre 2009, nell'ambito della I Rassegna "Grande Musica per il Cinema" a Catanzaro, nel Complesso Monumentale del San Giovanni, la mostra fotografica Baarìa- Gli scatti di Tornatore sul set”. La raccolta degli scatti di un insolito Tornatore nella veste di fotografo sul set di Baarìa. La mostra, in tutto 160 pannelli, sarà visitabile fino al 30 di novembre 2009.
Fortemente evocativo e materico il film Baarìa, il cui titolo è l'antico nome fenicio della città siciliana Bagheria, è un susseguirsi incalzante di scene che lascia lo spettatore inchiodato davanti allo schermo senza mai un cedimento di interesse, nello snodarsi di diversi decenni della storia italiana, dalle guerre mondiali all'ascesa del Partito Comunista, fino all'avvicendarsi al governo della Democrazia Cristiana e del PSI.
Lo svolgersi del film, accompagnato dall'espressiva colonna sonora di Ennio Morricone, ricca di citazioni più o meno consapevoli, e recitato con rigore interpretativo dai protagonisti Francesco Scianna nella parte di Peppino e Margaret Madè nella parte di Mannina, racconta le vicissitudini della famiglia Torrenuova nel corso delle generazioni. L'occhio della cinepresa interpreta i colori, i sentimenti, i linguaggi, le relazioni interpersonali, private e pubbliche di un popolo intero, pur espresso nella colorita esperienza di un paese del sud, avvalendosi delle interpretazioni di Lina Sastri nella parte della mendicante, di  Nicole Grimaudo e Angela Molina in Sarina, di Salvatore Ficarra in Nino, e ancora di un foltissimo e qualificato novero di partecipazioni : Valentino Picone, Luigi Lo Cascio, Enrico Lo Verso, Nino Frassica, Laura Chiatti, Michele Placido, Vincenzo Salemme, Giorgio Faletti, Corrado Fortuna, Paolo Briguglia, Leo Gullotta, Beppe Fiorello, Luigi Maria Burruano, Franco Scaldati, Aldo Baglio, Monica Bellucci, Donatella Finocchiaro, Marcello Mazzarella, Raoul Bova, Gabriele Lavia, Sebastiano Lo Monaco, Tony Sperandeo, Elena Russo, Gaetano Aronica, Alfio Sorbello.

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