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Tre fedi un solo Dio e le donne a cantarne le lodi Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica © - Cameristica ®
Scritto da Emma Amarilli Ascoli   
Giovedì 08 Dicembre 2016 22:33

 

In un tempo di odio e di chiusura, mercoledì 7 dicembre 2016, il Teatro di Corte ha spalancato le sue porte ad un pubblico numeroso venuto a sentire un concerto dedicato al dialogo ed alla riflessione.
"Tre fedi un solo Dio" è questo il titolo del progetto musicale che Patrizia Bovi promuove da quasi due anni e che, ospitato dall'Associazione Scarlatti, non poteva mancare il passaggio per Napoli, "Capitale storica del dialogo e dell'incontro tra diversità e differenze".
Il progetto nasce nel 2014 su invito di Bart Demuyt, direttore dell'Augustinus Muziekcentrum di Anversa, a conclusione di due mostre dedicate rispettivamente alle religioni del Libro e ai luoghi di pellegrinaggio. Sempre di Demyut è la richesta di un'esecuzione esclusivamente al femminile; la scelta è sembrata inizialmente fuori luogo poiché in tutte e tre le religioni monoteiste la donna è esclusa dalla funzione religiosa, ricopre però un ruolo estremamente importante all'interno della comunità: essa è sorella, madre, sposa e soprattutto simbolo di pietas.
Alla luce di ciò appare naturale la scelta di voci femminili per consegnare al pubblico un messaggio ecumenico di comunione e dialogo.
Patrizia Bovi si appassiona fin da bambina alla musica medievale e rinascimentali e dopo aver studiato canto lirico a Perugia decide di dedicarsi a questi repertori.
Segue seminari sulla vocalità antica e nel 1984, insieme a Adolfo Broegg, Goffredo degli Esposti e Gabiele Russo, fonda l'Ensemble Micrologus dando finalmente spazio e voce alla tradizione italiana, fino a quel momento, paradossalmente, ad appannaggio esclusivo di gruppi inglesi e tedeschi; ha collaborato e collabora con i più importanti gruppi specializzati nella musica antica.
Dopo aver messo a punto un metodo d'insegnamento relativo al canto medievale in rapporto anche ad alcuni repertori di tradizione orale, collabora con diverse istituzioni europee tra le altre la Fondation Royaumont di Parigi, ad un progetto internazionale sull'insegnamento della musica medievale.
Nel 2008 è stata insignita del titolo Chevalier des Arts et des Lettres dal Ministro della cultura
Per il progetto "Tre fedi un solo Dio" si è servita della collaborazioni di grandi artisti specializzati nei repertori tradizionali:
Françoise Atlan si esibisce regolarmente nelle maggiori sale da concerto di tutto il mondo e le sue numerose incisioni discografiche hanno ricevuto il plauso unanime dalla critica internazionale. Le sue radici guidaico-berbere hanno stimolato la sua passione per i patrimonio vocale del mediterraneo in modo particolare per le tradizioni giudaico-spagnole e quelle giudaico-arabe.
Si è diplomata in musicologia, pianoforte e musica da camera sia all'Università che al Conservatorio di Aix-en-Provence. Per i suoi studi sulle tradizioni musicali e poetiche della città di Fes ha ricevuto il Premio Villa Medici "Fuori le mura".
Fadia Tomb El-Hage, libanese di nascita, è una delle rare cantanti a poter vantare una preparazione vocale nelle tecniche sia orientali che occidentali. Dopo il diploma in canto lirico, presso il conservatorio di Monaco di Baviera, si specializza in musica antica. Ha fondato il trio voclae "TriOrient" dedicato alla diffusione del repertorio dei canti popolari libanesi sia sacri che profani. Si è esibita nelle sale più prestigiose d'Europa e Marocco e dal 1990 è voce solista dell' Ensemble Saraband direto dal Musicologo Vladimir Ivanoff.
Giuseppe Frana appena ventenne viene folgorato dall'interesse er le musiche modali extraeuropee e decide di intraprendere lo studio dell'oud turco e di altri cordofoni a plettro.
Dall'incontro con l'Ensemble Micrologus scaturisce l'interesse per la musica del medioevo europeeo e si iscrive alla Schola Cantorum Bsilensis dove studia liuto medievale sotto la guida di Crawford Young. Collabora stabilmente con molteplici artisti nell'ambito della musica antica, orientale ed extracolta.

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Il mito di Partenope attraverso la storia e la cultura di Napoli Stampa E-mail
Archivio © - Approfondimenti ®
Scritto da Redazione   
Domenica 21 Agosto 2016 21:12

 

Bacco, Cerere e le Sirene Partenope, Igea e Leucosia con il dio Sebeto
Paolo De Matteis (Piano Vetrale (SA), 1662 – Napoli, 1728)

 


Le origini del mito della sirena Partenope non sono certe e univoche o meglio esse univoche non sono state nel corso dei secoli, poiché di volta in volta il mito ha assunto funzioni consolatorie di un presente di sottomissione patito da Napoli, di vanto di fasti per dinastie dominatrici o di mera celebrazione dei potenti di turno.
E' comprensibile, quindi, che quella che rimanda alla leggenda omerica che  vede Partenope insieme con le sorelle Leucosia e Ligea, sia la mitogonia di elezione in epoche di sudditanza, come nel primo '500.
In quel periodo vantare origini che affondassero nell'antichità ellenica permetteva di generare nostalgie di un passato glorioso che potese opporsi al sentimento di frustrazione indotto da una condizione di sottomissione.

Le Sirene giocano un ruolo fondamentale, ritagliandosi una posizione diremmo di proscenio nell'estetica pitagorica, i cui custodi più severi e fedeli sono stati i filosofi acusmatici, assertori di enunciazioni apodittiche, nel novero delle quali spicca la seguente che ritroviamo in “Vita di Pitagora” di Giamblico:
«L'oracolo di Delfi, ovvero la verità è costituita della Tetrade, ovvero dall'armonia nella quale sono le Sirene»

Plutarco, in “Quaestiones convivales”, citando Ammonio l'Egiziano, ci viene incontro risolvendo l'ambiguità di ruolo delle Sirene, ora tratteggiate come creature del bene e ora temute come espressioni del male o della morte:
«Quanto alle Sirene di Omero, lo spavento che ci incute il loro mito non ha fondamento; al contrario anche questo poeta ci ha fatto intendere simbolicamente una verità, precisamente che il potere della loro musica non è disumano e funesto; nelle anime che hanno lasciato questo mondo per  (...) questa musica suscita l'amore per le cose celesti e divine e l'oblio delle cose mortali. (...)  Qui sulla terra una sorta di debole eco di quella musica ci raggiunge e, attraendo le nostre anime con il potere delle parole, suscita in esse il ricordo di quello che hanno sperimentato nella vita precedente.»
Il Medioevo è stato un periodo in cui l'oscurantismo imposto dalla Chiesa e il prevalere di temi cavallereschi nelle arti ha relegato in un angolo il mito delle Sirene.
E' nel XVI secolo che Giovanni Pontano (Spoleto, 1429 – Napoli, 1503) e Jacopo Sannazaro (S.Mango Piemonte (SA), 1457 circa – Napoli,1530) forniscono ai circoli nobiliari napoletani, che associavano esponenti di una classe  esautorata dal dominio vicereale dopo il tramonto della dinastia aragonese, una narrazione di origini semidivine e artistiche della fondazione di Napoli.
Va detto che in quegli anni ai nobili era interdetto l'uso delle armi e la pratica  di tutte quelle attività ludiche a carattere cavalleresco in qualche misura connesse con discipline militari o belliche, come l'equitazione,  i giochi e i tornei.
La limitazione produsse un riversamento di risorse intellettuali, e di primo ordine, verso le arti liberali, la letteratura e la musica prima tra tutte.

Viceversa, un secolo dopo, nel trentennio del viceregno austriaco (1707-1734), caratterizzato da generoso mecenatismo, Partenope si dota di corona, come simbolo di potere, che condivide con Sebeto, divinità fluviale, sposo della sirena e con lei genitore di Napoli.
La coppia mitologica diiene alter ego di quella vicereale sul trono, la cui legittimazione necessita di un'aureola di mito che la nomina da Vienna non è  in grado di accendere.
In epoche più tarde si assisterà a mescolanze di caratteristiche della Sirena, che assumerà persino una dimensione di santa cristiana, con un Virgilio, di dantesca memoria, che si incarica di guidare e assistere Partenope, senza abbandonare le proprie prerogative di Mago, che il poeta si era guadagnato presso i napoletani.

Lo scrittore francese Dominique Fernández nel suo romanzo finto-storico “Il Porporino”, individua nella origine da una sirena suicida in seguito al fallimento della seduzione di Ulisse, un precostituito destino perdente per Napoli.
Partenope, Leucosia e Ligea, secondo il poema omerico, avevano tentato di sedurre l'astuto Odisseo puntando sul tema  della conoscenza e dell'adulazione; esse infatti avevano cantato all'eroe di Itaca le gesta guerresche e amorose che lo avevano visto trionfatore.
La conoscenza concessa gratuitamente, senza speculazione intellettuale avrebbe rappresentato una mortificazione della creatività di un eroe che aveva rinunciato all'immortalit fisica, offertagli da Calipso, per inseguire quella di eroe mortale  nella memoria.

Ma qui interviene un fattore forse non sufficientemente indagato: le sirene tentano di sedurre cantando di battaglie e di amplessi. Non stanno forse ponendo una prima importante pietra nella costruzione di una cultura dell dramma in musica? 
E come non riflettere sull'allegoria di morte e resurrezione contenuta nella leggenda di.una Sirena che fonda una città, ne è utero e protettrice, oltre che simbolo, e che così tanto si presta a reinterpretazioni in chiave cristiana?

Ecco che Partenope, si suicida sugli scogli di Megaride, laddove anche Virgilio compirà riti magici, ma lascia in eredità il germe del melodramma e della commedia in musica.
Di chi fossero figlie le Sirene, atteso che esse fossero destinate o condannate alla verginità anche dall'anatomia sui generis e quindi nullipare, è materia controversa, come tutto quanto ruoti intorno a Napoli, tra magie e riti pagani cristianizzati.
Iniziamo dicendo che nell'iconografia vasaria della Grecia e della Magna Grecia, le Sirene sono raffigurate come esseri  per metà uccello e a metà donna, dotate di ali, quindi, ma anche di mammelle e per lo più queste figure mitologiche si trovano in relazione con la morte, in vasi e dipinti funerari.

Padre certo, madre incerta, si direbbe per queste creature; infatti se la paternità sembra essere attribuibile ad Acheloo, divinità fluviale, la maternità è contesa da una delle Muse: Melpomene (colei che canta), oppure Calliope (dalla bella voce) e meno probabile Tersicore (la musa della danza).
La discendenza da una Musa spiegherebbe l'abilità nel canto, ma sappiamo che la genealogia non confer alle sirene l'impunità per l'avere sfidato proprio le Muse nell0arte del canto.
Altra versione porterebbe a individuare in Gea, la Terra, come madre delle Sirene, tramite la fecondazione con il sangue sempre di Acheloo.
Più poetico è lo stato di famiglia che in epoca tarda Ovidio redasse per le creature dal canto ammaliatore: esse sarebbero state delle ragazze mortali, compagne di Persefone che vengono punite per la discesa nell'Ade alla ricerca della regina.
La trasformazione delle braccia in ali, in questo caso, sarebbe stata una facilitazione per consentire alle ragazze di volare e di perlustrare dall'alto.
Le Sirene asservite a Persefone assumono il ruolo di protettrici dell'Ade dall'ingresso di mortali; Orfeo, semideo, invece, potrà varcare le soglie del regno dei morti, ma le creature si vendicheranno e toglieranno Euridice al semidio cantore.
Infine a Platone si deve una visione di armonia cosmogonica, ponendo otto di esse su altrettanti cerchi, secondo il racconto di Er di ritorno dal regno dei beati.
Il medioevo cristiano trasforma le sirene in creature marine, dal corpo pinnato, ma la narrazione del suicidio per annegamento resta stranamente in vigore, non ponendosi alcuno il dubbio circa la possibilità che una creatura mezzo pesce potesse annegare se non per...metà.
Le origini elleniche, invece, raccontavano di tombe di Parthenope e di giochi funebri ogni cinque anni a Neapolis, con tanto di gare sportive e canore in onore delle due divinità locali Sebeto e Parthenope.

Durante il periodo bizantino il legame con le origini elleniche si rafforzò e si arricchì di nuove leggende.
Nel periodo angioino, come testimonia Giovanni Boccaccio, a Napoli, che nel 1350 circa parla di Sirene figlie di Acheloo nel De genealogiis deorum gentilium.
Ma è con l'Arcadia, come si è detto, che il mito si arricchisce di nuove funzioni in chiave consolatoria e nostalgica, benché identitaria.
Lungo l'intero seicento le “Feste di Posillipo” hanno per protagonisti d'obbligo le Sirene e Sebeto e musica e letteratura di corte abbondano di esempi in cui i personaggi mitologici partecipazioni ad azioni che presentano chiari riferimenti alla cronaca coeva che non sempre assurgerà a storia,
E' così che mentre ancora facilmente decodificabili sono le allegorie della rivolta di Masaniello o dei vari incoronamenti reali e vicereali, altri eventi, ancorché divertenti e meritevoli per gli spettatori illustri del tempo, oggi rivelano quasi unicamente la fatica di parti di fantasia non proprio spontanei.

Nelle feste di corte troviamo Sirene interagire con Muse e divinità ellenico-romane, ma quello che assume rilevanza per lo studioso è il contributo dei massimi compositori del tempo, per ciascuno dei quali vantare di avere musicato una scena o anche solo un'aria di una pantomima inserita una festa vicereale, rappresentava un eccellente viatico curriculare per candidarsi a offrire i propri servigi a titolo (quasi) permanente ad un nobile di rilievo.
Va tuttavia fatto rilevare come a Napoli la vita musicale nel XVII secolo fosse concentrata quasi esclusivamente nelle residenze dei regnanti; la circostanza è strettamente connessa con la relativa liberalità della corte, rispetto alla rigidità che caratterizzava, ad esempio, il clima culturale nelle stanze del Papa, atteggiamento che induceva i potenti romani e i principi della Chiesa a dar vita a  salotti privati in cui si potessero violare i divieti pontifici, primo tra tutti, quello del teatro musicale e del canto delle donne.
Il XVII secolo si chiude con un vero monumento al mito della Sirena: La Pertenope, musica di Luigi Mancia (Manzo) su un libretto di Silvio Stampiglia che avrà una fortuna tale da essere musicato, con piccoli interventi, da decine di musicisti per oltre un secolo: Sarro, Vinci, Hasse, Handel e tanti altri.
Sarro, musicista oggi pressochè ignorato, godeva agli inizi del '700 di tale reputazione da essere prescelto per la composizione che avrebbe inaugurato il più grande teatro della storia, ovvero il Teatro San Carlo di Napoli in quel 4 novembre, giorno onomastico del sovrano Carlo III, dell'anno 1737 con l'opera Achille in Sciro su libretto di Pietro Metastasio.
Ma è significativo che la fama di Domenico Sarro (Trani,1679 – Napoli,1744) si sia espansa proprio a partire da quell'opera dedicata a Partenope; la corenza formale non eccelsa di quella composizione indusse un altro grande compositore, Leonardo Vinci (Strongoli, 1690 – Napoli, 1730) a introdurre in essa nuovi brani chiusi, oltre che rivederne i recitativi e a realizzare, come in uso del tempo, gli intermezzi buffi tra i tre atti dell'opera seria del Sarro,
Tale fu il successo dell'opera del 1699  che il libretto venne ripreso da compositori di tutto il mondo, se è vero che oltre che da Antonio Caldara, Partenope ricevette attenzioni pentagrammate da Manuel de Zumaya, che rappresentò la partitura a Città del Messico nel 1711 !
Domenico Sarro si interessò al soggetto nel 1722, portandolo in scena anche nell'anno seguente, al Teatro di San Bartolomeo. Non era una circostanza così frequente che un'opera venisse ripresa.
Nel 1724, Partenope approdò persino a Roma, al Teatro della Pace; nella città eterna si trovava temporaneamente Leonardo Vinci, al quale venne commissionato, probabilmente, un adattamento di Partenope per il gusto del pubblico romano.
Quando a Venezia venne chiesto al compositore calabrese di presentare una nuova opera, Vinci, memore dei successi della Partenope di Sarro, rivolse la propria attenzione al libretto di Stampiglia.
Una serie di circostanze, ben riportate da Fabris, portò a fare assumere il titolo di "Rosmira fedele", prima fra tutte la partecipazione, nel ruolo del nuovo titolo, della celebre Faustina Bordoni, che avrebbe sposato il compositore Hasse, la quale a Napoli aveva interpretato Partenope e che nella città veneta si trovò a cantare la parte, più acuta e, verosimilmente più adatta a mettere in evidenza squillo e potenza,· di Rosmira.
Come non condividere l'ipotesi di Dinko Fabris che ravvisa in opportunità geopolitiche la ragione di non presentare con un titolo troppo "napoletano" un'opera che rappresentava l'esordio nella città veneta di un· melodramma nato all'ombra del Vesuvio ?
La partitura di Vinci attinge, per quanto riguarda i recitativi, all'omonima di Sarro, ma· anche il coro "Viva Partenope"; altri numeri sono invece autoimprestiti.
Il XIX secolo, se in campo musicale si assisteva ad un lento oblio del mito,  quello figurativo  vedeva l'affermarsi di Parteropi coronate, le cui immagini, con diverse varianti, comparivano sui marchi degli editori borghesi in epoca borbonica, imprenditori aperti alla modernità delle recenti tecniche di stampa, ma che inseguivano aplomb aristocratici ricorrendo  neo-araldiche immagini di  improbabili antiche nobiltà attraverso la figura della Sirena.
La scure unitaria abbattutasi sul Regno delle Due Sicilie non risparmiò nemmeno il mito della nascita di Partenope; la nostalgia prevale sull'orgoglio delle origini e musicisti e poeti del '900 si ispiano più ad argomenti amorosi con tratti decadenti che a fastii di storia millenaria.
Il diffondersi del verismo porta al centro fenomeni sociali e di massa, ma anche tragedie private di gelosia e di "onore"; così ci imbattiamo in Raffaele Viviani, autentico cantore del nuovo secolo e delle sue sofferenze, del lavoro salariato, della guerra imperialista, dell'abbrutimento della prostituzione, delle guerre senza medaglie al valore combattute nei cantieri, nelle fabbriche e sul mare dagli sconfitti e dai dimenticati dalla cultura del "Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato", esaltata dai primi e subita dai secondi.
Le Sirene torneranno tra i versi di una canzone, ahimè, con il compito di sedurre un primo ministro  a stanziare i fondi per realizzare opere pubbliche nella splendida Sorrento, la canzone verrà cantata al presidente del consiglio Giuseppe Zanardelli,alloggiato  all'hotel di Guglielmo Tramontano.

 

Estratto dalla Relazione di Dario Ascoli (Oltrecultura) agli studenti degli istituti salernitani Liceo Musicale "Alfano I"  e del Professionale per la Moda "Trani", nell'ambito del Progetto MIUR "Paesaggi Sonori nella nella Tradizione della Musica Napoletana come modello del Made in Italy", nell'Auditorium del Liceo Alfano I.


I partner del Progetto sono: Giffoni Film Festival, TDS, Conform, Compagnia Errance, Camera di Commercio Industria e Artigianato di Salerno e Otrecultura.


 

 
"Sicut Sagittae" scocca con precisione e fascino Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica © - Cameristica ®
Scritto da Katia Cherubini   
Lunedì 05 Dicembre 2016 10:17

Un concerto indimenticabile, un vero spettacolo, quello che il 4 dicembre 2016, alle ore 21,00, presso Domus Ars di Napoli , hanno regalato a un pubblico non folto ma di qualità, Marco Mencoboni, direttore d’orchestra di livello internazionale, una delle personalità di spicco per l’interpretazione della musica rinascimentale barocca e Francesca Lombardi Mazzulli, giovane soprano di grande talento, per inaugurare il Festival barocco “Sicut Sagittae”, prodotto da Il Canto di Virgilio, con la direzione artistica di Antonio Florio.
I due interpreti, rispettando in pieno il titolo latino del festival, sono arrivati direttamente al cuore degli ascoltatori proponendo un recital, che ha visto protagonista la Cantata da Camera tra Italia e Germania nel Seicento, in un accostamento che ha rivelato le differenti particolarità delle due Scuole, spaziando dalle musiche di Monteverdi, passando attraverso il canto di una dama intraprendente, come la Barbara Strozzi, per arrivare a Giovanni Felice Sances, che per molti ha avuto il merito di aver introdotto la cantata nella prima metà del XVII secolo.
Il tutto farcito di intermezzi strumentali - Fantasia in la minore di Bach, Toccata seconda di Frescobaldi, Suite in re minore di Froberger, allievo di Frescobaldi, cui si deve la riduzione della suite alle sue 4 danze "di base" (allemanda, corrente, sarabanda e giga) e sarà questo il modello di base che seguirà J.S.Bach per alcune delle sue suite - che hanno ricordato quanto importante fosse, tra il Cinque e il Seicento, questo genere di composizioni, che in quest’epoca guadagnò poco a poco la sua indipendenza, svincolandosi gradualmente dai modelli vocali preesistenti.
Di Claudio Monteverdi è stata eseguita la celeberrima aria Si dolce è il tormento, pubblicata nel Quarto scherzo di ariose vaghezze di Carlo Milanuzzi, organista attivo a Venezia nel 1624.
Raccolta particolare, l’antologia delle ariose vaghezze, che contiene composizioni per soprano e basso continuo «commode da cantarsi a voce sola nel clavicembalo, chitarrone, arpa doppia et altro simile stromento, con le littere dell’alfabetto con l’intavolatura […] ». In altre parole, pezzi che si potevano realizzare con qualsiasi genere di accompagnamento, dalla notazione semplice, pensata proprio perché si potesse imparare velocemente a suonare senza maestro. E, nonostante la semplicità, tante sono state le suggestioni che i brani presentati in scaletta hanno stimolato negli ascoltatori. Un pezzo di grande bellezza vocale, quello di Monteverdi: l’aria ha colpito, oltre che per la semplicità della linea melodica, per la sua cantabilità semplice e diretta, raggiunta senza virtuosismi esibiti in maniera forzata, uniforme nel suo tono pacato, sebbene ricco di straordinarie idee armoniche. Articolata in più strofe, come larghissima parte del repertorio di tradizione orale, in esse trovano voce i tormenti di un innamorato che, respinto, finisce per sognare la propria morte, per guarire finalmente dal dolore che gli ha causato l’amore.
D'obbligo, a proposito di questo brano con il quale è stata introdotta la bravissima Lombardi Mazzulli dal fondo della sala, il rimando al Cantar lontano, raffinatissima prassi vocale seicentesca che si realizzava disponendo i cantori in diversi punti dello spazio performativo, a distanza rispetto allo strumento che li accompagnava, in modo da creare un’immersione totale nella musica, grazie ad un effetto di diffusione del suono simile a quello ottenuto oggi di surround.

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L'Ensemble Barocco di Napoli intepreta C.Ph.Emanuel Bach Stampa E-mail
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Scritto da Emma Amarilli Ascoli   
Mercoledì 07 Dicembre 2016 22:09

Il 6 dicembre 2016  l' Ensemble Barocco di Napoli, in formazione quartettistica, è stato ospite del Festival Barocco "Sicut Sagittae" prodotto da Il Canto di Virgilio, con la direzione artistica del maestro Antonio Florio, presso Domus Ars di Napoli.
L'Ensemble Barocco di Napoli è stato costituito su iniziativa di Tommaso Rossi, Raffaele Di Donna e Marco Vitali ed ha esordito il 2 maggio del 2010 in occasione del 350° anniversario della nascita di "A. Scarlatti".
Il gruppo è formato da musicisti da anni attivi nella ricerca e nell'esecuzione di musica antica e nutre particolare interesse per il repertorio del flauto barocco, potendosi avvalere della partecipazione del co-fondatore del gruppo, Tommaso Rossi, flautista barocco e contemporaneo di grande talento.
Il gruppo con l'etichetta Stradivarius ha pubblicato due cd: uno dedicato alle Cantate e Sonate con flauto di Alessandro Scarlatti con il soprano Valentina Varriale, l'altro dedicato alle sonate per flauto di Leonardo Leo.

Per il Festival Barocco "Sicut Sagittae" hanno proposto un repertorio prettamente strumentale dedicato al quartetto per flauto ed archi tra Napoli e l'Europa nella seconda metà del XVIII secolo.
In questo periodo storico-musicale, definito galante, il flauto traverso è tra gli strumenti più apprezzati e diffusi tanto da vantare cultori illustri come Federico II di Prussia; non c'è quindi di che stupirsi nel vedere il flauto traverso accompagnarsi agli archi nella nascente forma musicale del quartetto.

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Vincenzo Salemme invita ad una festa esagerata ! Stampa E-mail
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Scritto da Marisa Paladino   
Sabato 03 Dicembre 2016 23:04

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Ancora una volta è il tutto esaurito, al  Teatro Verdi di Salerno il pubblico ha riempito i posti di ogni ordine, testimoniando il forte affetto che lo lega a Vincenzo Salemme, l'eclettico artista partenopeo, di Bacoli sul golfo di Pozzuoli, per la precisione.
Dal 1 al 4 dicembre 2016 in scena la sua ultima commedia, non soltanto scritta, ma anche diretta e interpretata Una festa esagerata...!, lente di osservazione e, se vogliamo, d'ingrandimento di una umanità che pratica l'arte dell'arrangiarsi e dell'arrivismo, che cerca di scalare i gradini della società con ogni mezzo e  mette in campo il lato umano più ridicolo e meschino.
La vita di chi si sente 'arrivato' è ostentata dal terrazzo della famiglia di Gennaro Palascandalo (Vicenzo Salemme), espressione di una piccola borghesia tiranneggiata tra i valori della tradizione e le lusinghe di un mondo cui si vorrebbe appartenere, quello fatto di status sociale e di relazioni che contano. Al diciottesimo compleanno della figlia di questo piccolo imprenditore edile, Mirea (Mirea Flavia Stellato) viziatissima e con l'orecchio incollato al cellulare, la madre Teresa (Teresa Del Vecchio) vera anima del progetto di ascesa sociale organizza il suo debutto in società e accetta il corteggiatore vanesio (Sergio D'Auria) e un po' stolto come fidanzato, ma solo perché figlio dell'invidiato assessore Cardellino. La terrazza di casa è il luogo dove si svolgerà la festa, metafora di un ostentato benessere, un finto maggiordomo indiano (Vincenzo Borrino), un prete molto anticonvenzionale (Nicola Acunzo)  e un aspirante portiere (Antonio Guerriero) sono la composita umanità che ruota intorno alla famiglia,  personaggi briosi e divertenti sempre pronti a creare simpatiche gag. Il terrazzino di Don Giovanni (Giovanni Ribò) è al piano inferiore, il novantenne bisbetico e metti bocca in ogni cosa abita con la figlia, l'attempata signorina Lucia (Antonella Cioli) dalle passioni mai sopite, spettegolano sui passanti in un puro esorcizzare il tempo e la noia.
Una serie di eventi, al limite del paradossale, minaccerà lo svolgimento della festa, e i rapporti di buon vicinato saranno compromessi dall'invidia e dai vari tentativi per ostacolare l'attesa serata costata mesi di preparativi alla padrona di casa. Tra morti annunciate, tentativi di avvelenamento e invidie di ogni tipo si crea un'esagerata e grottesca situazione, nella quale i Palascandalo dovranno decidere se festeggiare o meno alla notizia dell'improvvisa morte del vecchio.

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