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Giunse alfin il momento di Barenboim al San Carlo Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica © - Cameristica ®
Scritto da Emma Amarilli Ascoli   
Lunedì 21 Novembre 2016 07:26

 

Sabato 19 (ore 20,30) e domenica 20 (ore 18) novembre 2016 , al Teatro San Carlo di Napoli si è esibito il Maestro Daniel Barenboim in un recital pianistico con musiche di Schubert, Chopin e Liszt. Sono state due serate davvero speciali sia per il pubblico napoletano, che ha celebrato con un tutto esaurito l'attesissimo Maestro, sia per lo stesso Barenboim che ha potuto finalmente esibirsi sul Palco del San Carlo negatogli per la giovane età nel 1956 a coclusione del Concorso Casella da lui vinto.
Ma al premio trasformato in semplice riconoscimento sono susseguiti molti altri riconoscimenti in campo musicale e non solo.
Nato a Buenos Aires nel 1942 da genitori ebrei russi immigrati, Daniel Barenboim inizia lo studio del pianoforte prima con la madre e poi col padre. A sette anni dà il suo primo concerto ufficiale e dai dieci anni cominciano le tourées in tutto il mondo. Debutta come direttore nel 1967 ottenendo successi in tutto il mondo. È Direttore Onorario a vita della Chicago Symphony Oprchestra e della Staatoper Unter den Linden di Berlino. Ha ottenuto rinoscimenti ed onorificenze, ben più numerosi di quelli citati, non solo in campo musicale, il Maestro è anche molto attivo politicamente ed ha a cuore la situazione conflittuale del Medio Oriente tanto da aver fondato nel 1999, assieme al Professor Edward Said, il workshop West-Estern Divan che ogni estate invita giovani musicisti d'Israele e dei Paesi Arabi a lavorare insieme in orchestra creando così un dialogo tra le diverse culture. Per questo progetto è stato premiato con la Medaglia Buber-Rosezweig (2004) ed è stato nominato Ambasciatore delle Nazioni Unite per la Pace.

Dopo questi doverosi cenni biografici per rendere idea della grandiosità della Persona oltre che del Musicista che è Daniel Barenboim torniamo a parlare del recital per pianoforte eseguito dal Maestro.
Gli eventi si sono aperti con due sonate di Schubert la D537 in la minore e la D959 in la maggiore per la serata di sabato mentre nel pomeriggio di domenica la D575 in si maggiore ha preso il posto della Sonata in la minore.
In ogni occasione dunque una Sonata per ciascuno dei due gruppi in cui vengono divise le Sonate di Schubert, scelta stilistica che il maestro Barenboim aveva già fatto per l'integrale di Beethoven. Eppure la D575, pur essendo stata composta lo stesso anno (1817) della D537, è molto più simile per contrasti dinamici e tonali alla D959 di undici anni successiva. Il motivo è semplice: nei quattro mesi che separano le due sonate del 1817, Schubert scrive altre quattro Sonate, tre Scherzi e due Allegri.
In tutte le Sonate sono in ogni caso evidenti temi e tecniche compositive rintracciabili anche nella produzione cameristica, liederistica e sinfonica.

A riaprire metaforicamente il Sipario, putroppo assente, la Ballata n° 1 in sol minore op. 23 descritta dallo stesso Barenboim come una passeggiata: “In francese si dice 'on va à ballader', a fare una passeggiata. In questo, il pezzo ha una relativamente libera struttura che riflette ciò che noi possiamo vedere in una passeggiata immaginaria.”
Chopin fu il primo ad attribuire il termine “ballata”, mutuato dalla letteratura, in linea con gli ideali romantici, ad un brano esclusivamente strumentale.
La Ballata in sol è la prima di quattro e come le altre tre ha una struttura libera; comincia con un'introduzione dal carattere improvvisativo, si apre quindi una sezione melodica dal tratto narrativo che man mano si agita nell'impetuoso secondo tema per poi tornare all'esposizione del primo tema ma con un carattere diverso rispetto all'inizio.
A concludere le serate due brani di Franz Liszt Funérailles, settima delle Harmonies poétiques et religieuses, ed il celebre Mephisto Waltz.

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"Birre e Rivelazioni" di Tony Laudadio, per Salerno un ritorno Stampa E-mail
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Scritto da Marisa Paladino   
Domenica 20 Novembre 2016 21:39

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Lo spettacolo è una sorta di messa a punto esistenziale, in cui si mescolano il bisogno umano di ritrovarsi e riconoscersi, fosse anche in una dolorosa verità, ma anche il confronto, a volte scontro, con i propri e gli altrui pregiudizi.
Siamo all'interno di una birreria, due adulti si incontrano più volte, un padre e un insegnante, bevono birra e intanto parlano di Francesco. Il ragazzo, figlio di Sergio (Andrea Renzi) e alunno di Marco (Tony Laudadio) non è mai in scena, eppure è il perno inconsapevole di un'occasione che metterà a nudo le più intime identità dei protagonisti. Tutto accade tra una birra e l'altra, sono otto birre per otto quadri scenici che scandiscono un lento strip-tease emotivo, l'azione gestuale e narrativa, nella complicità del bere, prepara l'impatto finale di nudità psicologiche, vulnerabili ma finalmente vere. Di Francesco, diciottenne prossimo alla maturità, il padre crede di sapere tutto ma, come spesso accade, le inquietudini giovanili cercano altri spazi di confidenza.

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Macbeth tra Shakespeare e Freud Stampa E-mail
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Scritto da Redazione   
Venerdì 04 Novembre 2016 11:12

 

 

Il Teatro Stabile Nazionale ha inaugurato la stagione del suo palco principale, il Mercadante, con un classico shakespeariano, Macbeth, che idealmente si pone in continuità con Antonio e Cleopatra, salutato con successo nella passata programmazione.
La produzione è del Teatro Stabile di Napoli, Teatro Stabile di Catania in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia.
«Due spettacoli che si sono fortemente connotati nel senso della sperimentazione e della contaminazione tra linguaggi. Anche in questo caso il teatro si mescola con le installazioni video in modo ancora più complesso e variegato rispetto ai lavori precedenti» afferma il regista Luca De Fusco.
Ma il percorso evolutivo delle messe in scena di De Fusco fa tesoro anche di quella totalizzazione delle arti attuata in Orestea, e in Macbeth ritroviamo i due compagni di viaggio prediletti dal regista napoletano, ovvero gli artisti israeliani Ran Bagno e Noa Wertheim, cui sono state affidate la musica e la coreografia.
Il Macbeth, che ha nel ruolo del titolo un Luca Lazzareschi in grande condizione e Gaia Aprea convincente nel dare anima ad una Lady Macbeth più alter ego femminile e ambizioso del consorte che femmina dominante.
De Fusco fa propria l'interpretazione analitica di Freud che dei coniugi sanguinari fa un mito unitario dalla duplice connotazione sessuale e, perciò, completo in sé e concorde nella vocazione al male fuori di sé.
Il sonnambulismo viene raffigurato come quel grido della coscienza che, rompendo la costruzione unipsichica dei due complici, ne sancisce inesorabilmente la distruzione e la morte.

L'uso della multimedialità di Luca De Fusco è maturato e ora rifugge abusi da entusiasmo per il nuovo giocattolo e la creatività prevale sullo sfoggio tecnico nelle installazioni video di Alessandro Papa.

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Ciro Longobardi per quattro compositori francesi Stampa E-mail
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Scritto da Francesco D' Agostino   
Sabato 19 Novembre 2016 22:18

 

 

Lunedì 21 novembre 2016 alle 21.00 al Teatrino di Corte di Palazzo Reale a Napoli l’Associazione Alessandro Scarlatti presenta Ciro Longobardi, uno dei più apprezzati solisti del repertorio contemporaneo, in un recital pianistico dedicato a quattro compositori francesi.
Il solista si dedica da più di venti anni allo studio e alla diffusione del repertorio e dei linguaggi contemporanei. Legato sia alle avanguardie storiche e alla seconda scuola di Vienna, che alla musica del secondo dopoguerra e contemporanea, negli ultimi anni si dedica all’improvvisazione.
Una pratica cominciata con la militanza nell’ensemble Dissonanzen, di cui è diventato coordinatore artistico, coltivata poi come solista, con il CD Luc Ferrari Exercises d’improvisation, e condivisa con il trio fondato con il percussionista Michele Rabbia e il contrabbassista Daniele Roccato, con i quali è in uscita per Stradivarius il CD In nomine thinking of Giacinto Scelsi. Proficue le sue collaborazioni con compositori del calibro di Salvatore Sciarrino e Ivan Fedele, confluite in pubblicazioni discografiche.
Lo scorso anno la prestigiosa rivista Gramophone inserisce il suo disco Nuit, che include di Sciarrino i Notturni completi e di Ravel proprio Gaspard de la Nuit, tra i tre CD di riferimento nella discografia del compositore siciliano.
Le sue prime affermazioni risalgono al 1994, quando si classifica finalista e miglior pianista presso l’International Gaudeamus Interpreters Competition 1994 di Rotterdam, e vince il Kranichsteiner Musikpreis nell’ambito del 37° Ferienkurse für Neue Musik di Darmstadt.
Ciro Longobardi pianista dalla precisione lineare e dal singolare rigore interpretativo, eseguirà partiture di Claude Debussy, Erik Satie, Olivier Messiaen e Maurice Ravel, di cui è profondo conoscitore, essendone stato più volte esecutore. Quattro autori che legano il loro nome, ognuno a proprio modo, al simbolismo francese, e dei quali ha scelto pagine tra le più significative.

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Numero Primo di Marco Paolini futuro prossimo e antichissimo Stampa E-mail
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Scritto da Tonia Barone   
Domenica 13 Novembre 2016 21:50

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Il teatro di narrazione può lasciare il desiderio di raccontarlo per molti giorni dopo che si è assistito allo spettacolo, sia per descrivere la trama sia per discutere dei temi affrontati.
Una narrazione/riflessione è Numero Primo, Studio per un nuovo album lo spettacolo proposto da Marco Paolini, andato in scena al Teatro Nuovo di Napoli dal 9 al 13 novembre 2016.
Lo spettacolo è una lunga narrazione/interlocuzione sull'invasione/dominio/rapporto con le nuove tecnologie e le intelligenze artificiali, con le mode e il loro tempo effimero.
Punto di partenza è la relazione di oggi di tutti con le intelligenze artificiali e il nostro rapporto con l'evoluzione tecnologica.

Marco Paolini e Gianfranco Bettin, coautori di questo lavoro, sono partiti da alcune domande:
"Qual è il rapporto di ciascuno di noi con l'evoluzione delle tecnologie?
Quanto tempo della nostra vita esse occupano?
Quanto ci interessa sapere di loro?
Quali domande ci poniamo e quali invece no a proposito del ritmo di adeguamento che ci impongono per stare al loro passo?
Quanto sottile è il confine tra intelligenza biologica e intelligenza artificiale?
Se c'è una direzione c'è anche una destinazione di tutto questo movimento?"

Accanto la riflessione sulla parola chiave Antropocene coniata recentemente per descrivere l'era in cui l'azione prevalente del fattore umano è la causa di trasformazione del pianeta.
Una riflessione sul presente e soprattutto sul futuro prossimo reale o ipotizzabile è il focus dei prossimi spettacoli di Marco Paolini.
Nelle note di regia Marco Paolini ha affermato:
«Ho un'età in cui non sento il bisogno di guardare indietro, di ricostruire, preferisco sforzarmi di immaginare il futuro, così farò un Album con nuovi personaggi. Parlerò della mia generazione alle prese con una pervasiva rivoluzione tecnologica. Parlerò dell'attrazione e della diffidenza verso di essa, del riaffiorare del lavoro manuale come resistenza al digitale. Parlerò di biologia e altri linguaggi, ma lo farò seguendo il filo di una storia più lunga che forse racconterò a puntate come ho fatto con i primi Album».

Il suo spettacolo non si propone come oggetto definito ma aperto, in quanto la narrazione avviene da un solo punto di vista, da parte di uno solo dei personaggi del racconto. Numero Primo poiché è proiettato in un futuribile mondo deve ipotizzare narrazioni sviluppate da altri punti di vista.
La parola è densa di citazioni riportate direttamente o evocate, immagini letterarie e cinematografiche che supportano l'immaginario collettivo. Uno spettacolo dove la parola è simbolo e allegoria, creazione di scenari futuri ma già ipotizzati.
Nel titolo è racchiuso sia il nome di uno dei protagonisti che la simbologia ad esso legato: Numero Primo.
Tutta la storia ruota intorno ad un bambino Numero Primo, il suo soprannome, figlio adottivo di Ettore, e della madre non si conosce nulla.

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