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Così fan tutte - Scheda Stampa E-mail
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Scritto da Dario Ascoli   

Così fan tutte

(prima esecuzione, Vienna, Burgtheater, 26 gennaio 1790 )


La vicenda di Così fan tutte si dipana lungo l’arco di tempo che va dalla prima colazione alla cena e si chiude sulle prospettive di un ardente dopo-cena, la “location” è una villa di Posillipo all’epoca di Mozart o poco prima.
Probabilmente il Da Ponte fu influenzato da un'opera, anch'essa incentrata su travestimenti, esotismi e ambientata a Napoli, che fu "Il Turco in Italia" di Caterino Mazzolà, andata in scena a Vienna nel 1789 e a cui si ispirarono Romani e Rossini per la loro omonima opera buffa nel 1813.
L’opera della “Scuola degli amanti” dura approssimativamente quanto  “Le nozze di Figaro” o il “Don Giovanni”, tuttavia essa è ripartita in soli due atti e presenta un minor numero di personaggi (6 contro i 10 delle “Nozze” e  gli 8 del “Don Giovanni”) e inoltre presenta una trama, come si può  leggere in fondo alla scheda, molto più lineare e senza presupposti,antefatti e controtrame; al di là della solo apparente maggiore lunghezza, il Così fan tutte è  scorrevole e grazie ai pochi (ma necessari) cambi di scena si sviluppa senza soluzioni di continuità.
Il fascino maggiore della più “napoletana” delle opere di Mozart consiste nell’uso esasperato, con finalità ironiche, delle convenzioni teatrali, nell’esaltazione della finzione nella finzione tanto estrema da risultare più verosimile della realtà stessa.
Edward Dent: “ – è l’esaltazione dell’insincerità: il solo istante in cui qualcuno dica la verità è quello nel quale Don Alfonso pronuncia la massima che dà titolo all’ opera.
Così fan tutte è un’opera che si ama o si rifiuta, a prescindere dall’amore per il suo monumentale autore.
Un’ipocrisia che sa essere più seducente della sincerità è una disequazione che scardina costruzioni che riteniamo eticamente fondanti.
La scuola degli amanti” sembra insegnare che i sentimenti possono assumere espressioni tanto  più eleganti  quanto meno sinceri essi siano e così, ad un tratto rischiamo di sentirci ingannati , traditi o, peggio ancora, scoperti nelle nostre stesse menzogne, piccole o grandi che siano, e su cui abbiamo costruito relazioni personali, menage, fama, potere.
Per godere di una pantomima sull’ipocrisia occorre essere disposti a sopportare il dubbio di esserne  stati vittima e accettare la consapevolezza di correre il rischio di essere riconosciuti rei della medesima.
Quest’opera non è, come sembrerebbe,  priva di metafore sociali; i non entusiasti hanno voluto vedere in essa una semplice commedia buffa in stile settecentesco; non c’è , è vero, un servo motore della vicenda che la faccia in barba ai potenti, nemmeno un deus ex machina che punisca la dissolutezza di un signorotto; vi è molto meno, quanto a personaggi , ma molto di più in termini etici; l’ipocrisia nei rapporti tra  individui e nei rapporti sociali è ineludibile, ma a noi spetta il privilegio di accettarla o rifiutarla, servircene o combatterla, ignorarla equivale a subirla.
L’opera non incidentalmente fu commissionata nel 1789, all’indomani della presa della Bastiglia e si vuole che  Mozart e Da ponte, nell'ordine, si fossero voluti ispirare a tal punto all'illuminismo francese da tratteggiare un  Don Alfonso a immagine e somiglianza di quel Diderot che entrambi gli autori ben conoscevano e nei confronti del quale nutrivano ammirazione.
Riflettiamo come una vicenda a lieto fine che si sviluppi nel volgere di una giornata col trionfo della menzogna  adoperata  e subita sarà apparsa come una metafora di pronta restaurazione agli occhi della nobiltà di fine secolo nostalgica dei privileghi feudali, mentre la borghesia  avrà potuto sorridere delle meschinità e dell’assenza di valori della soppiantata aristocrazia.
Aggiungiamo il condimento di una serva che si traveste da medico e da notaio prendendosi gioco delle due sorelle ma mettendo alla berlina quella certa credulità superstiziosa che ruotava intorno alle recenti scoperte scientifiche, sul magnetismo in particolare, ed esibendo, nel contempo, il simbolo del triangolo massonico.
Il sentimento dominante dell’opera è, volendo schematizzare, il cinismo pragmatico, quell’atteggiamento con cui la  nuova classe borghese affronta l’imminente XIX secolo, con cui codifica i propri principi, combattendo guerre sanguinose per diffondere la fratellanza, costruendo imperi e istituendo dittature per difendere la libertà, dividendo l’umanità in classi contrapposte per celebrare l’ uguaglianza.
Mozart, esasperando il ricorso alle convenzioni, ha  messo fine ad un epoca e ad un modello, mostrandone un esemplare tanto elevato da scoraggiare emulazioni; Rossini si cimenterà, ma, a soli 30 anni, abbandonerà la scena , consapevole dell’inarrivabilità di un modello ideale, per giunta, divenuto inadatto alle mutate esigenze del secolo dell’industria e della macchina a vapore.
La Trama
Le protagoniste femminili sono due sorelle (Fiordiligi e Dorabella) in procinto di convolare a nozze (“lontane non siam dagli imenei”) con due ufficiali borbonici Guglielmo e Ferrando. Don Alfonso, un saggio, attempato e pacifico filosofo (“Duelli non fo se non a mensa”) ingaggia una scommessa con i due ingenui giovanotti, circa la fedeltà delle rispettive consorti, virtù che, con l’aiuto della serva delle dame, Despina, gli stessi amanti, travestiti da mercanti albanesi, dovranno impegnarsi a mettere a dura prova, onorando i patti della contesa,  corteggiando ciascuno la promessa dell’altro, verificandone, così i risultati.
L’inevitabile lieto fine presenterà le nozze delle coppie secondo le primitive scelte , perchè,  seppure delusi dalle loro “Penelopi” in definitiva i due giovani, concorderanno con Don Alfonso che esse non sono peggiori delle altre poiché: “Così fan tutte”.

 

 

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