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Requiem di W.A.Mozart - Scheda dell'opera Stampa E-mail
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Scritto da Dario Ascoli   
Il Requiem k626 di Mozart, possiede il  fascino è, come dice il compianto Arrigo Quattrocchi, di  “un lavoro funebre intrecciato alle vicende della morte dell'autore”.
La letteratura ottocentesca ha costruito una vera e propria leggenda attorno ad un’opera, alla sua misteriosa committenza , alla sua incompiuta stesura e alle presunte cause non naturali della morte del suo autore; parliamo del Requiem k626 di W.A.Mozart.
Quando nel 1830 Alexandr Puskin compose il “microdramma” dal primo titolo di “Invidia”, presto mutato in “Mozart e Salieri” , produsse una scintilla che avrebbe innescato un incendio di ipotesi, congetture e accuse che vedevano Salieri accusato dell’omicidio del geniale rivale, nonché committente della Messa da Requiem di cui stiamo trattando, allo scopo di spacciarla come propria.
Una splendida trama per appetiti romantici: il musicista che sente approssimarsi la fine , e che fornisce ad un oscuro committente (un emissario dell’aldilà o del suo assassino) la composizione funebre destinata a commemorare se stesso. Quindici anni prima Stendhal aveva dato alla stampa una biografia del genio salisburghese, ma Puskin sentì il bisogno di demolire l’immagine neoclassica, apollinea di Mozart, mettendone in risalto i tratti più anticonformistici ed irriverenti, persino scurrili, che contribuissero a dar forma all’idea romantica del genio.
Una morte misteriosa per mano di un rivale invidioso e mediocre, ma gradito all’aristocrazia e ai salotti nonché al clero, e per di più italiano, costituiva un piatto ghiotto per un noir in salsa romantica.
Più di un secolo dopo Puskin , Peter Shaffer realizzò il dramma teatrale “Amadeus” che avrebbe costituito la base per la sceneggiatura dell’omonimo film di Milos Forman.
Pur non avendo la possibilità di trovare conforto negli esami necroscopici (la salma venne gettata nella fossa comune e ricoperta di calce), miriadi di patologi hanno demolito l’ipotesi dell’avvelenamento doloso da parte di chicchessia, figurarsi ad opera di Salieri, il cui accesso a casa Mozart era decisamente raro.
Insufficienza renale cronica da postumi di glomerulonefrite post vaiolosa, aggravata da intossicazione da sali arsenicali e mercuriali somministrati dal medico curante come terapia contro la sifilide e le febbri ricorrenti, secondo lo scellerato protocollo terapeutico del tempo.
Non è nemmeno accertato o probabile che Salieri provasse realmente invidia per il geniale collega; il musicista italiano era Kappellmeister, rappresentato in ogni capitale europea, decisamente più famoso e conteso del rivale, benestante e di robusta costituzione.
Puskin lavora di fantasia e gli fa dichiarare la sua meschina invidia:
Profondamente, invidio. O cielo! Dunque/Dov’è giustizia, quando il sacro dono,/Quando il genio immortale non compenso/D’amore ardente, non di dedizione,/Di sudori, di zelo, è e di preghiere/Ma illumina la testa d’un ozioso/Vagabondo, d’un folle?... O Mozart, Mozart!”.
Destituita di ogni fondamento la teoria che vuole che Salieri fosse il misterioso committente della Messa da Requiem, la cui composizione fu intrapresa da Mozart durante l’ultimo periodo della sua breve vita.
La forma della messa si avvaleva delle tecniche del contrappunto severo, nelle quali, sorprenderà quanto vado affermando, il Salieri vantava maggiore competenza del suo pur geniale rivale.
Da documenti datati negli anni che immediatamente seguirono la morte di Mozart, si deduce chiaramente quanto il compositore, fedele al giuramento espresso in sede di accettazione della bizzarra committenza, aveva avuto cura di mantenere segreto: il misterioso committente era il conte Franz von Walsegg zu Stuppach, mediocre dilettante di musica, il quale voleva celebrare l’anniversario della morte della moglie con una grande Messa da requiem di cui si sarebbe voluto attribuire la paternità.
Mozart, in quei primi mesi del 1791, versava in pessime condizioni finanziarie e probabilmente non di buon grado ma per necessità accettò di comporre il Requiem, acconsentendo a che il committente si appropriasse dei diritti e dei meriti.
Perde credibilità l’ipotesi secondo cui Mozart non sia stato in grado di completare l’opera a causa dei pressanti impegni o delle deteriorate condizioni di salute; probabilmente egli fu assalito da un sussulto di orgoglio e di scrupolo.
Come comporre un’opera, chiedendo ispirazione al Signore e a Lui dedicarla, concluderla apponendo la rituale frase “Finis Laus Deo” e poi cederla per danaro , rendendosi complice di una menzogna e di una truffa?
E' l'interessante ipotesi di Piero Buscaroli, riportata nel saggio “Piero Buscaroli svela l'imbroglio del Requiem”, un'ipotesi che rompe l'aura romantica costruita intorno alla presunta ultima composizione del genio austriaco, ma che dell'uomo Mozart rivaluta l'amor proprio e la qualità etica.
Quali ne siano state le cause, resta il fatto che alla scadenza di quel triste 5 dicembre 1791 non risultavano completati che l’Introitus e il Kyrie, mentre delle rimanenti sezioni non vi erano che appunti e frammenti.
Da quelle tracce Franz Xavier Süssmayr, allievo e amico di famiglia, partì per completare l’opera e consegnarla, per volere di Constanze ad un emissario del Conte.
Il nobile diresse la partitura il 14 dicembre 1793 e nell’anniversario della perdita della consorte il 14 febbraio 1794.
Constanze, tuttavia, che aveva spiccato senso degli affari, aveva provveduto a fare eseguire il Requiem nel gennaio del 1793, attribuendolo a Mozart,
Nella tonalità prevalente di re minore, la Messa da Requiem è uno splendido esempio di stile misto, vi si trovano ampi episodi contrappuntistici che risentono delle acquisizioni recenti di un Mozart che si è imbattuto in J.S.Bach e G.F.Handel, sezioni corali armoniche in cui il magistero di F.J. Haydn invece appare maggiormente influente; contributi a parte di Süssmayr, i temi mozartiani sono di cristallino lirismo e se anche il genio del grande salisburghese fosse riuscito a giungere a noi attraverso le lezioni apprese da un suo discepolo, ciò non potrebbe che aggiungere grandezza alla figura di Mozart, se si pensa che il modesto allievo Franz Xaver, non più supportato dagli appunti del Maestro, non seppe produrre che ordinari lavori, che sono risultati incapaci di sfidare la memoria di una sola generazione.
Il conte Walsegg tentò di citare per un risarcimento la vedova Mozart, ma evidentemente la falsificazione che era all’origine della vicenda ben presto gli consigliò di desistere.
Nel 1992 il musicologo britannico Duncan Druce, partendo dai medesimi frammenti di cui si era servito Süssmayr, ha realizzato un propria riscrittura del Requiem, aggiungendovi, tra l’altro, una fuga sull’ Amen del Lacrymosa.

 

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