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Scritto da Dario Ascoli   
Sabato 12 Giugno 2010 14:26

Tosca

Musica di Giacomo Puccini (1858-1924)

libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, dal dramma omonimo di Victorien Sardou

Melodramma in tre atti

Prima rappresentazione: Roma, Teatro Costanzi, 14 gennaio 1900

 

Tosca è una delle opere più frequentemente rappresentate, fin dalla sua trionfale prima esecuzione in quel 14 gennaio 1900 al Teatro Costanzi di Roma.
I segreti di un tale inesauribile successo possono essere individuati nell’assoluta, persino eccessiva, linearità della trama, nonché nell’esiguità del numero di personaggi protagonisti; elementi garanti di chiara intelligibilità.
Volutamente omettiamo di annoverare tra i fattori di successo, la straordinaria musica di Puccini, non già per minimizzarne i meriti, bensì per estrapolarli dal contesto, attribuendo alla partitura un valore che prescinde dall’operato di questo o quel librettista e, da sola, sarebbe in grado di rendere immortale qualsiasi, anche mediocre tragedia in versi o in prosa.
A bene riflettere Illica e Giacosa, con le banalità del terzo atto, intrise di “dolci mani mansuete e pure” e di “trionfal di nova speme l’anima freme in celestial crescente ardor” sembrano proprio voler dar forza alla nostra ipotesi!
l'editore Ricordi spinse per la realizzazione di un melodramma di forte caratterizzazione "romana" poiché con quell'intuito e quel senso degli affari che furono proprio della famiglia editrice milanese, si rese conto dei mutati equilibri geopolitici che si stavano determinando nell' Italia del nascente XX secolo e della necessità di presidiare artisticamente la capitale del Regno. Non ignorato certo, dall'editore e dai suoi più diretti collaboratori, anche quel mutamento di gusto che andava orientandosi verso tematiche sociali e dal vivido laicismo, celebrate con successo da Mascagni e Leoncavallo già sul finire dell'800 e dei cui diritti editoriali si avvantaggiò il rivale Sonzogno.
Un argomento che raccogliesse i sentimenti di residuo risorgimentalismo e interpretasse le nuove istanze di laicità, se non proprio di socialismo e che, altresì, ponesse Roma al centro di una tragedia di gelosie, corruzione di apparati di potere papalino, ma che non ispirasse sentimenti antireligiosi era quanto occorresse.
Tosca è un’eroina forte e passionale, che la difesa dell’onore spinge all’omicidio e che viene condotta all’estremo sacrificio dalla disperazione per la perdita del proprio amato.
Che Floria Tosca sia una “donna di teatro” (“Voi calcate la scena e in chiesa ci venite per pregare...” le dirà Scarpia con malizia) è interpretabile come un omaggio ad una categoria che pregiudizio e luogo comune vuole contigua a quella del “mestiere antico”.
Mario Cavaradossi è un pittore innamorato e sanguigno al quale l’epilogo tragico e precoce della propria esistenza concede l’esenzione di dar prova di costanza e fedeltà.
Chi ha avuto tempo e opportunità per dar prova di lascivia, protervia e corruzione è invece il barone Scarpia, capo della Polizia Pontificia.
Dunque sono solo tre i personaggi indispensabili a condurre la vicenda, il resto è cornice, così come tappezzeria risulta essere la vicenda storica di sfondo, di cui in quel 14 gennaio 1900 ricorreva il primo centenario: la sanguinosa repressione dei “liberali” che avevano sostenuto la cosiddetta “Repubblica Romana” non pochi dei quali erano fortunosamente sopravvissuti all’eccidio che seguì il violento epilogo della “Repubblica Napoletana” del 1799.
Il libretto di Illica e Giacosa non è prodigo di riferimenti storici (solo due note per intonare un "vittoria!" a commento di un successo napoleonico) e si guarda bene dal lasciar trapelare giudizi: un gioiello di qualunquismo drammaturgico.
D’altra parte il genio di Torre del Lago è un eccellente pittore di affreschi sentimentali a cui male si addicono manifesti e proclami.
Noi posteri siamo grati a quell’intrigo tra editore, drammaturghi e musicisti, a conclusione del quale, nel 1898, il libretto di Tosca finì con l’essere affidato al talento di Puccini, dopo che, dal 1893 al 1895 era stato oggetto dei vani tentativi di un mediocre musicista quale Alberto Franchetti.
Benché Puccini si fosse entusiasmato per la tragedia Tosca di Victorien Sardou, a cui il lucchese assistette nell’interpretazione di Sarah Bernhardt a Milano nel 1889, chiedendo con calore a Giulio Ricordi di acquistarne i diritti; per volere di Sardou stesso la composizione venne negata al musicista toscano per essere affidata al Franchetti e il buon Giacomo se ne fece, pur se con qualche mugugno, una ragione.
Solo alcuni anni dopo, e in conseguenza, si racconta, di un intervento di Verdi, il quale avrebbe manifestato ammirazione per il libretto di Illica destinato a Franchetti, l’entusiasmo di Puccini si sarebbe riacceso e con esso il fiuto per gli affari di Giulio Ricordi che, non senza qualche stratagemma e più di una menzogna, avrebbe rescisso il contratto al modesto musicista per affidare a Giacomo Puccini la composizione dell’opera.
Verdi aveva apprezzato gli aspetti più politici, patriottici, del libretto, elementi che progressivamente da una stesura all’altra, andarono diluendosi e disperdendosi; e pensare che in quegli anni nascevano in Italia il Partito Socialista e le Leghe contadine e operaie!
Che Mario Cavaradossi fosse giacobino e Scarpia un reazionario papalino, in buona sostanza, risulta ininfluente sulla consumazione della tragedia.
E’ poco noto che Puccini, presumiamo inconsapevolmente, mentre si disimpegnava politicamente, portava a compimento una storica vendetta per mezzo del melodramma, per conto del collega Domenico Cimarosa; il personaggio pucciniano di Tosca uccide, infatti quel Vitellio Scarpia che nella realtà storica era stato, l’anno che precedette i fatti raccontati nell’opera, inquisitore e torturatore del musicista aversano, reo di avere composto l’Inno della Repubblica Napoletana e di essere stato tra i più esposti sostenitori della sfortunata esperienza partenopea.
Tosca, in qualità di cantante, avrà avuto modo di interpretare chissà quanta musica composta dal Cimarosa (si sospetta anche avvelenato da spie pontificie e borboniche l’anno successivo alla morte del malvagio barone) e ne vendica l’oltraggio pugnalando colui davanti al quale “tremava tutta Roma”.

 

 

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