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Martedì 07 Febbraio 2012 17:08

Lucia di Lammermoor
Musica di Gaetano Donizetti (1797-1848)
libretto di Salvatore Cammarano, dal romanzo The Bride of Lammermoor di Walter Scott
Dramma tragico in tre atti

Il maturo Donizetti, alle soglie dei quarant'anni, compose per il Teatro San Carlo di Napoli quella che sarebbe stata una tra le sue opere più amate, e sicuramente, tra quelle tragiche, la preferita: Lucia di Lammermoor.
Il libretto fu tratto da Salvatore Cammarano, pittore, poeta e direttore degli allestimenti al Real Teatro di San Carlo, dal romanzo di Walter Scott The Bride of Lammermoor.
Dallo stesso soggetto erano stati tratti, nel lustro che precede il lavoro donizettiano, altri melodrammi da autori come Michele Carafa, Luigi Riesk, Ivar Frederik Bredal e Alberto Mazzuccato.
Gli elementi vincenti erano l'amore contrastato, la ragion di stato, la calunnia, la gelosia, la follia, e infine il suicidio; Cammarano, forse anche per ridurre possibili contrasti con la censura borbonica, che già aveva bocciato la precedente tragedia in musica di Donizetti (Maria Stuarda), retrotraspose la vicenda dal 1702 di Giacomo II alla fine del XVI secolo, scompaginando i riferimenti storici a personaggi reali. Va tuttavia riferito come la vicenda reale, sulla quale Scott costruì il proprio romanzo, era occorsa prorpio nella seconda metà del XVII secolo, protagonista una Lady Dalrymple, uxoricida del consorte impostole dal fratello per meri calcoli di interesse.
Donizetti era da poco a Napoli, al terzo piano di via Corsea  65; il Teatro di San Carlo era piombato nel caos dopo la partenza del Barbaja; i commissari si erano rivelati inetti e incapaci di gestire i delicati equilibri tra la corte, la censura borbonica, gli impresari e i compositori.
Il risultato più eclatante in quel 1834 fu il dover ritirare dalle scene, nel bel mezzo delle prove, Maria Stuarda per intervento della censura, dopo che la partitura era stata approvata dalla commissione stessa; dopo radicale rimaneggiamento del testo, essa sarebbe tornata sulle scene come Buondelmonte.
Molto si è detto a proposito della rivalità tra Donizetti e Bellini e, in particolare tra le affinità competitive tra I Puritani e Lucia di Lammermoor.
Secondo un rituale tutto italiano e ricorrente in ogni epoca e in tutte le discipline, il dualismo Donizetti-Bellini ha contrapposto, ben oltre quanto gli stessi protagonisti sentissero e desiderassero, gli alfieri del belcanto.
Non c'è dubbio sia stato geniale, da parte di una fazione belliniana estremista il voler etichettare la principale opera del “rivale” come un tributo del bergamasco alla memoria del catanese; in verità una pur superficiale disamina della cronologia rivela come Bellini si sia spento, a Parigi, appena tre giorni prima del debutto di Lucia di Lammermoor a Napoli.
Stanti le comunicazioni dell'epoca è al più ipotizzabile che Donizetti abbia appreso della scomparsa dello stimato collega lo stesso 26 settembre 1835, troppo a ridosso dell'alzata di sipario perché si possa azzardare una qualsivoglia influenza della prematura morte del divino Vincenzo sulla stesura della partitura di Lucia.
Le analogie tra I Puritani e la tragedia in musica che Donizetti realizzò per il San Carlo sono molteplici, ma tutte, - a parte gli ipotesti entrambi di  Walter Scott e le comuni "pazzie" sopranili - riconducibili alle convenzioni belcantistiche che, si badi, i due compositori non adottarono, ma codificarono.
La differenza più sostanziale, eppure ignorata da molti di parte belliniana, è che quella di Donizetti è una tragedia che termina con un duplice suicidio, mentre ne I Puritani trionfa il lieto fine.
William Ashbrook osserva come "una distinzione più profonda risiede nel diverso modo in cui i due compositori presentano i personaggi (...): Donizetti, regolarmente, in modo più concreto e letterale, Bellini, viceversa, in modo più astratto, trasformando l'emozione in melos".
Quanto al Cammarano, finissimo versificatore e uomo di "Arti" tout court, egli era frequentatore delle opere del Leopardi, che ebbe modo di conoscere nel soggiorno napoletano di questi, nonchè profondo studioso delle opere del Manzoni, dell'Alfieri e del Cesarotti, del quale ultimo, così come Felice Romani, traspose in melodramma quell'ambientazione tenebrosa e lunare che da "I racconti di Ossian" prese, per antonomasia, la definizione di ossianica.
Maggiori, se vogliamo, sono le analogie tra Lucia e l'ultima opera di cui il Cammarano compose i versi, per la possente musica verdiana: Il Trovatore, si pensi solo a Tacea la notte placida raffrontata a Regnava nel silenzio.
Al padre del librettista, Giuseppe,, si deve la realizzazione della decorazione della volta del Teatro di San Carlo, eseguita nel 1816, dedicata ad "Apollo che presenta a Minerva i maggiori poeti, da Omero ad Alfieri"; il quindicenne Salvadore era stato formato alla Scuola di Scenografia , fondata nel 1816 da Niccolini.
A proposito di quest'ultima perla del belcantismo, rileviamo l'eleganza di quel salto di sesta minore che, diversamente da prassi consolidata e diremmo usurata, si slancia dal battere della prima battuta che intona il soprano, invece di esordire con un levare, dopo che  la figurazione è stata annunciata da legni ottoni  e poi dagli archi gravi.
L'armonia di mib minore, arpeggiata dall'orchestra, immobile, lascerebbe intuire un incipit protetico il cui mancato verificarsi, e l'immediato piede tetico, colorano di tragedia annunciata una situazione musicale che, diversamente, si configurerebbe come elegiaca, delicata, sognante, ma esangue; a dispetto delle accuse di superficialità rivolte alla coppia Donizetti-Cammarano, ci troviamo al cospetto di gemme di drammaturgia musicale.
Il protetico stretto apparirà sul successivo Presto, sul verso "ed ecco, ecco su quel margine l'ombra mostrarsi a me!", in un 6/8, con un grado congiunto seguito da un salto d'ottava discendente.
La cura con cui Donizetti prepara gli ingressi di Lucia è meticolosa, sia nella struttura musicale che nella strumentazione; prima l'arpa, poi l'oboe nella scena in cui Enrico le espone i suoi progetti di nozze per ragion di Stato, e infine il flauto, che fin dalle prove napoletane, sostituì la glassarmonica, nella scena della follia.
Le cronache di quel 26 settembre 1835 raccontano di un successo trionfale, al quale contribuì una compagnia di canto eccezionale in cui protagonisti furono Fanny Tacchinardi Persiani nel ruolo di Lucia, Gilbert Duprez in Edgardo e Domenico Cosselli nella parte di Enrico, diretti da Giuseppe Festa, ritenuto, fin dalla gestione Barbaja, il miglior direttore d'opera del Regno.
Il successo, da allora, non ha mai abbandonato il capolavoro donizettiano, a ragione divenuto banco di prova per il virtuosismo sopranile.
Ma sarebbe riduttivo limitare il giudizio di eccellenza ad aspetti vocalistici; l'ispirazione melodica dell'intera partitura è altissima, la cura dell'orchestrazione è certosina, al punto da consentire sfumature di colore vocale altrimenti inimmaginabili e, non ultilmo pregio va individuato nella poesia del Cammarano e le indicazioni didascaliche di quest'ultimo, che rivelano una padronanza dei meccanisimi drammaturgici che la lettura del libretto e il dipanarsi della trama, possono, viceversa,  porre in discussione.

 

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