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La Sonnambula Stampa E-mail
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Scritto da Dario Ascoli   
Venerdì 09 Maggio 2008 14:19

La Sonnambula
Musica di Vincenzo Bellini (1801-1835)
Libretto di Felice Romani
Prima rappresentazione Milano, Teatro Carcano, 6 marzo 1831



La commissione e la composizione  de “La Sonnambula” è legata a vicende complesse e tormentate; al giovane , ma già affermato Bellini, Felice Romani, su
ben remunerato incarico di un gruppo imprenditoriale della Milano del tempo (1831) aveva fornito un libretto avente per soggetto le avventure di un bandito spagnolo di nome Ernani.

La storia del melodramma ci narra del rifiuto del compositore catanese e del successivo lavoro di Giuseppe Verdi che musicherà quel soggetto ritenuto poco ispirante dal grande melodista etneo, oppure, più plausibilmente, troppo drammatico e a rischio di diretta competizione con Donizetti, per cui lo stesso librettista aveva  versificato Anna Bolena.

 “Sapete che non scrivo più l’ Ernani, perchè il soggetto doveva soffrire qualche modificazione  per via della polizia, e quindi Romani, per non compromettersi, l’ha abbandonato ed ora scrive La Sonnambula ossia I due fidanzati svizzeri”

Le fonti di Sonnambula rimandano ad una pantomima-balletto di Scribe del 1827 "La Sonnambule ou l'arrivée d'un nouveau seigneur";  l’opera di Bellini è defininibile come  semiseria, una versione appena italianizzata di comédie larmoyante francese, o, secondo una diversa prospettiva, una versione francesizzata di opera buffa sentimentale italiana.

Fatto sta che i due alfieri del melodramma belcantistico italiano, Donizetti e Bellini, appunto, elaborarono uno stile che, pur conservando ai cantanti le prerogative di sfoggio virtuosistico settecentesco, introducevano situazioni sentimentali di sapore romantico; va detto,  tuttavia, che il sentimentalismo del primo ‘800 italiano non aveva, nell’opera, quel vigore e quel nerbo autenticamente romantico, che sarebbe stato patrimonio del genio creativo di Giuseppe Verdi.

L'opera debuttò il 6 marzo 1831 al Teatro Carcano di Milano, intepreti principali degli  autentici mostri sacri del belcanto come Giuditta Pasta ,  Giovan Battista Rubini e Filippo Galli.

Tipica dell'opera borghese all'italiana, La Sonnambula propone personaggi non aristocratici ma che di una nobiltà mai soppiantata nell' Italia incapace di rivoluzioni, incarnavano gli ideali ante-illuministici e non disdegnavano di manifestare qualche nostalgia per una società feudale cavalleresca.
Vi era, in verità, il convinto disegno di affermare la dignità dei sentimenti delle classi borghesi del terzo stato e persino di quello che chiameremo poi il "quarto", tuttavia il melodramma del primo XIX secolo si limitava ad un blando e timido riformismo, preoccupato di non alienarsi i favori di quella parte di aristocrazia mecenate e capace di mediare con governatori e vicerè .
I protagonisti positivi non sono mai soggetti coscienti e colti, che abbiano maturato la consapevolezza di diritti in seguito a vessazioni subite; viceversa sono anime candide e ingenue, cresciute nel bucolico naturalismo di una collocazione assai lontana  dai palazzi del potere e dove operavano  paternalistici nobili di provincia, rivali in amore con i giovanotti dalle scarpe grosse, i quali , regolarmente, finivano col conquistare belle e ambite ragazze.
Pressochè banditi i matrimoni interclassisti, se l'ius primae noctis aleggiava solo nei ricordi o negli incubi di contadinotti impacciati, di sicuro nessuna nobildonna si prestava a concedersi in sposa ad un bracciante o a un bottegaio.
Il giovane rampollo blasonato, dal canto suo, poteva mirare alle contadinotte e alle servette allo scopo di collezionare conquiste o di muovere i primi passi sul terreno amoroso, senza tema di giudizio, tanto meno di rifiuto.
In questo filone si inquadra pienamente La Sonnambula; una trama linearissima, ambientata in Svizzera  e   fondata sull'equivoco ingenerato da una crisi di sonnam
bulismo patita da una giovane, Amina,  alla viglia delle nozze e che conduce la stessa nelle stanze di un nobile , Rodolfo, da poco tornato ai "luoghi ameni" del suo borgo natio.
L'intervento finale del conte Rodolfo, sollecitato dai paesani, dopo un temporaneo cambiamento di decisione che avrebbe condotto lo sposo Elvino a convolare a nozze con un'altra donna, Lisa, rivelatasi, questa sì, tutt'altro che illibata, e le assicurazioni dell'aristocratico circa l'innocenza di Amina, nel mentre questa si mostra, nuovamente sonnambula, a passeggio sui tetti, avviano la vicenda al lieto fine con la celebrazione delle nozze tra i due innamorati.
La fedeltà disconosciuta, lo stato di sospensione della coscienza, la terra di confine tra realtà e sogno, rappresentano gli elementi per una miscela sentimentale commovente e al tempo stesso allusiva.
Non passi inosservato come dal'originale titolo di Scribe, scompaia, nella versione Romani-Bellini, il nome del "nuovo signore"; che la vista notturna al Conte compiuta  da Amina, in preda a crisi di sonnambulismo, sia un inconscio desiderio di ascesa sociale o che, più borghesemente,  essa rappresenti la definitiva esorcizzazione di un bieco diritto feudale ormai vituperato, è lasciato alle diverse sensibilità degli spettatori di interpretare.
Al centro della vicenda resta l'amore tra i due giovani di paese e la fiducia di Elvino che viene minata dalla vox populi, ma rinsaldata dalla parola del nobiluomo stesso che del tradimento era stato ritenuto tentatore e protagonista: "La nobiltà ha dipinta negli occhi l'onestà" avrebbe detto il Don Giovanni di Da Ponte mentre Romani fa dire a Rodolfo: "Un par mio non può mentir".
In Mozart è evidente l'ironia  degli autori e tangibile l'ipocrisia del personaggio, il buonismo idilliaco nel melodramma belliniano, invece,  tutto e tutti assolve, avviando la trama verso il lieto fine nuziale.
La splendida musica di Bellini ha soprattutto in due arie un apice espressivo sublime, in quel "Vi ravviso o luoghi ameni" che il Conte Rodolfo intona appena giunto nel suo paese natale e, ancor più, in "Ah, non credea mirarti", dolente melodia in stile napoletano, di inarrivabile espressività, intonata da Amina alla vista del suo promesso sposo, in procinto di sposare Lisa. Si tratta di una melodia che, a dispetto di un'apparente apollinea architettura,  cela una strabiliante asimmetria che permette alla "suspiratio" retorica di non turbare la durata dei suoni, ma di introdurvi espressione: la prima frase è canonica di 4 battute, ma la risposta è inaspettatamnete di 5, mentre la ripresa consta di 7 misure; 16 complessive, secondo consuetudine, ma divise obbededo a logiche espressive che modellano la forma, piuttosto che subirne i dogmi. Sublime!




 

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