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Tempo Incerto: Richard Galliano a Ravello tra le Stagioni di Vivaldi e le Estaciones di Piazzolla Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica © - Cameristica ®
Scritto da Ciro Scannapieco   
Venerdì 07 Giugno 2013 11:16

 

 

Si potebbe commentare con un po' di qualunquismo che non esistono più le mezze stagioni. In effetti, per essere stati al primo di Giugno, l'acqua caduta abbondante su tutto il territorio campano, sembra aver trasfigurato questa coda primaverile direttamente in un uggioso autunno. Un salto a piè pari, senza passare dal via. Eppure i conti non tornano. Se così fosse (cioè se veramente non esistessero più le stagioni di mezzo) il risultato algebrico avrebbe dovuto essere due, l'algebra non dà scampo.
Ma a Ravello, almeno questa volta, le stagioni sono state ben otto. Che confusione.
Quello che è andato in scena all'Auditorium Oscar Niemeyer il 1 Giugno 2013 non è un rompicapo di logica, ma l'ultimo spettacolo di Richard Galliano intitolato Le otto stagioni. Il Fisarmonicista francese, infatti, ha interpretato sul palco di Ravello le Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi e le “Estaciones” di Astor Piazzolla. Due componimenti apparentemente molto distanti, lontani sia 250 anni, sia undicimila chilometri, ovvero quelli che separano l'Europa Boreale dal Sud America Australe. In questo rocambolesco testacoda le stagioni, come negli inganni di uno specchio, si riflettono e si raccontano invertite, attraverso simmetriche suggestioni sonore. Ad accompagnare Galliano sono saliti sul palco i violini di Jean-Marc Phillips-Varjabedian e Bertrand Cervera, la viola di Jean-Marc Apap, il violoncello di Eric Levionnois e il contrabbasso di Stephane Logerot.
Non è una novità assoluta, avendo già una passata stagione, proposto le 4+4 Stagioni, nel RavelloFestival 2007 (http://www.oltrecultura.it/2007/Manara_4+4_Stagioni.pdf), ma la versione per fisarmonica mostra maggiore affinità con Piazzolla così come quella violinistica di Manara la rivelava con Vivaldi.
Chissà se non si possa ascoltare i due interpreti in una stesso concerto a stagioni "raddoppiate".

Le Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi (1678 – 1741) sono concerti tratti dalla raccolta “Il Cimento dell’Armonia e dell’Invenzione” op.VIII. L'autore, proprio grazie alla straordinaria originalità dei componimenti, ricevette dopo la pubblicazione del libro, avvenuta ad Amsterdam nel 1725, una straordinaria popolarità. Sono uno dei primi esempi di musica descrittiva. Ogni concerto, infatti, è intitolato ad una stagione e, attraverso onomatopee musicali, ottenute tramite una magistrale e innovativa tecnica di concertazione degli archi, riesce a sublimarne i caratteri salienti. La musica trae ispirazione da quattro sonetti (probabilmente scritti dallo stesso Vivaldi) e ne segue fedelmente i versi. Celebre è l'allegro iniziale in cui gli intrecci sonori descrivono il cinguettio degli uccelli: “ Giunt’è la Primavera e festosetti /La Salutan gl’Augei con lieto canto,/E i fonti allo Spirar de’ Zeffiretti/ Con dolce mormorio Scorrono intanto”. Segue il Largo in cui i violini imitano il rumore delle fronde mentre la viola imita il lamento di un cane: “E quindi sul fiorito ameno prato /Al caro mormorio di fronde e piante /Dorme ‘l Caprar col fido can’ à lato.”. Ripercorrendo questo canovaccio, partendo dalla primavera, l'autore passa in rassegna i mutamenti climatici dell'anno attraverso colori musicali che corrispondono a quelli della natura.
Se nell'equilibrio ancestrale vivaldiano l'uomo si eleva spiritualmente armonizzandosi con la natura, le Estaciones di Piazzolla sono carnali, caotiche, peccaminose. In un certo senso la musica barocca tende al trascendente mentre il novecento, governato da una sorta di gravità culturale, lega l'uomo alla precaria condizione di animalesca e terrena finitudine.
Las cuatro Estaciones, infatti, sono porteñas, ovvero nate nella promiscuità lasciva del porto di Buonos Aires.

Eppure la musica di Piazzolla riesce nel miracolo (tutto pagano) di elevare ogni pulsione ad atto di amore. ll materiale tematico è bipolare: lirico e abrasivo allo stesso tempo. Le fughe e i contrappunti classici vengono mascherati continuamente con ardite soluzioni armoniche e irregolari figure ritmiche.
Anche il Tango non è più quello rabbioso e spudorato delle balere: "
Il mio tango incontra il presente. La musica si sviluppa con la schizofrenia propria del secolo breve, dove dolcezza e rabbia, umanesimo e mostruosità convivono attraverso irrequieti sbalzi umorali, a ritmo di Tango.
Almeno inizialmente, pensare a un Vivaldi suonato con il Mantice avrebbe potuto destare qualche perplessità. L'interpretazione, invece, ha fugato ogni dubbio. La partitura barocca è stata riproposta fedelmente e la fisarmonica del musicista transalpino, nel ruolo di strumento solista, ha saputo destreggiarsi con scioltezza tra gli infiniti tranelli della partitura. “E
seguita con la fisarmonica- afferma Galliano- dà l’opportunità di modellarne una nuova interpretazione, nella quale la parte solistica rimane in luminosa evidenza. Mi piace pensare che Vivaldi avrebbe apprezzato questa nuova versione contemporanea della sua musica. In effetti la fisarmonica permette dinamiche esecutive che strizzano l'occhio ai violini, con note lunghe lavorate dal mantice e timbri penetranti modellati dai registri.
Questa ennesima elaborazione del capolavoro vivaldiano è risultata così meno anacronistica e ardita, ma non per questo meno interessante e coraggiosa. La seconda parte del concerto, dedicata a Piazzolla, ha rimesso le cose al posto giusto, ovvero la fisarmonica
dentro al tango, insomma ha riportato gli spettatori sui binari (non meno esaltanti) del consueto. Non è mancato, nei due bis, il doveroso omaggio a piazzolla, con l'esecuzione dei sue brani più noti: Libertango e Oblivion. Gli applausi sono scrosciati come la pioggia caduta su Ravello. In fondo non è così strano. Giugno è un mese autunnale....almeno in Argentina.

 

Ciro Scannapieco

 

 

 

 

 

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