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Scritto da Maria Raffaella Pisanu   
Sabato 22 Giugno 2013 18:07

Ha riportato un buon successo la sera dell’11 giugno 2013 il concerto, in prima a Roma, Noi/Altri - L’identità di rom e ebrei nella musica “colta” europea, progetto di e con Mario Ancillotti, direttore dell’Ensemble Nuovo Contrappunto, Paolo Rocca e Moni Ovadia, che ne ha curato la mise en espace: sue le scelte testuali, suo l’impianto scenico, lui, quantomeno dal punto di vista narrativo, protagonista assoluto dell’evento, anche grazie alla presenza della sua Moni Ovadia Stage Orchestra. L’evento si è tenuto a conclusione della stagione della IUC (Istituzione Universitaria dei Concerti) nell'Aula Magna dell’Università La Sapienza. Nel pomeriggio dello stesso giorno i tre artisti, in collaborazione con AGIS-Unione Regionale del Lazio e con Sapienza Università di Roma, hanno incontrato gli studenti nella Facoltà di Lettere e Filosofia in una partecipata presentazione del proprio lavoro condotta dal Prof. Franco Piperno.
Il programma del concerto prevedeva musiche tradizionali rom, klezmer, ungheresi e rumene, alternate ad alcune tra le più caratteristiche composizioni dei grandi musicisti che negli ultimi due secoli hanno attinto, ciascuno secondo i propri canoni, a questo bacino musicale immenso, prendendone melodie, ritmi e sonorità. Si è così partiti da Brahms, autore delle pittoresche Danze ungheresi, approdando al rumeno Enescu e al grandissimo Shostakovich coi suoi Canti ebraici, passando inevitabilmente per Bela BartoK, il primo a studiare scientificamente e spinto da un’inesauribile passione per la musica etnica le espressioni corali dei popoli dell'area balcanica impegnandosi a rispettarne il carattere autentico.
Ovadia ha catturato e condotto il pubblico attraverso un affascinante percorso fatto di canti, storie, danze delle tradizione popolari ebraiche, ungheresi e rom, fuse e poi in modo inaspettatamente naturale inglobate nella musica “colta” europea. Il progetto NOI/ALTRI è nato e si è sviluppato difatti come ricerca non tanto esclusivamente musicale, ma anche letteraria e di tradizione orale, al fine di creare ponti di amicizia e reti di condivisione artistica in grado di parlare direttamente al cuore delle persone e toccare la loro più intima sensibilità.

Moni Ovadia, uno dei cui più forti obiettivi è quello di lottare contro il razzismo “fino allo stremo delle forze", come lui stesso dice, ha raccontato agli studenti l’impegno di tutta la sua carriera, un entusiasmante percorso artistico in cui le sue matrici ebraiche si sono via via trasformate in esortazione per la comprensione fra i popoli. In questo spettacolo va volutamente in scena con artisti nomadi, il che rende l’evento, dopo i recenti fatti di cronaca sulle espulsioni Rom, estremamente attuale. L’impegno di Ovadia sta giusto a dimostrare che l’integrazione può passare anche per il teatro: a tal proposito ricordiamo i suoi progetti sulla condizione dell’esule e dello straniero. Per tutti, da sempre, il teatro è luogo di rappresentazione di miti ed esorcizzazioni di recondite paure, come quella dell’ “altro”. Per Ovadia ancor più diventa luogo in cui mettere in atto le dinamiche di violenta repulsione verso lo “straniero", nella fattispecie rappresentato nel mondo occidentale da rom, sinti ed ebrei. “Però”, continua il musicista di origini ebraiche, “Tutti conoscono la parola “Shoah”, nessuno “Porrajmos”, il divoramento: il loro sterminio non ha ancora avuto un riconoscimento nell’Europa che lo ha prodotto".
Il contributo di Ancillotti in questa iniziativa è stato determinante: egli parla di sonorità zingare, rom e magiare provenienti dall’Asia come di uno straordinario mondo musicale ancora in gran parte da scoprire, e delle ebraiche quali “tradizioni lontane e affascinanti”, ricche “di scale musicali esotiche e misteriose, di danze dai ritmi compositi […], di canti di lamento e di esilio, di lontananza e di precarietà”. Sono strutture musicali che a loro modo nel tempo “hanno in maniera forte e vivificante influenzato tutte le culture dei paesi che attraversarono, a loro volta rimanendone influenzate”.
Ovadia e il suo gruppo, con la loro encomiabile produzione, intendono evidenziare la forza e la vitalità di legami culturali arcaici e sempre attuali, confrontando, integrando e accostando le musiche tradizionali a quelle “colte” in brillanti contaminazioni di sicuro interesse, studi e interpretazioni che offrono la chiave per future pacificazioni grazie all’incontrastabile potere dell’arte.

 

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