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Le Variazioni Goldberg eseguite da Bahrami a Ravello: niente sarà più come prima Stampa E-mail
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Scritto da Ciro Scannapieco   
Venerdì 19 Luglio 2013 23:00

Ramin Bahrami è di certo il pianista del momento. Non c'è alcun dubbio. Dopo aver calcato i più prestigiosi palcoscenici europei e aver raggiunto il grande pubblico televisivo con la musica di Bach suonata all'interno di alcuni programmi di successo, è tornato al Ravello Festival con uno spettacolo dal titolo suggestivo “Bach al Tramonto”.
A guardare il cielo, solo un'ora prima del concerto, con le nubi nere di pioggia e i lampi che squarciavano il cielo dietro Pontone, quel titolo tanto ammaliante è sembrato solo l'epitaffio di un'occasione sfumata o – tanto per usare un eufemismo- il capriccio di una musa dispettosa.
Invece no. “Sebastiano ci ha protetti”, ha affermato Bahrami, e dicendolo non ha avuto l'aria di uno che scherza.
Prendendo posto nella splendida struttura installata sul belvedere di villa Rufolo, dinnanzi a noi, infatti, ha fatto capolino solo un cielo terso, ancora blu che, al crepuscolo, attende l'istante in cui potrà incontrare la sua notte. In questo gioco di superstiziosi rimandi, c'è qualcosa di filologico nel suonare le Variazioni Goldberg all'imbrunire. Secondo Forkel, primo biografo di Bach, infatti, le Variazioni sarebbero state commissionate dal povero conte Hermann von Keyserlingk che, sofferente di insonnia cronica, le faceva suonare al suo protetto, il quindicenne Goldberg, allo scopo di conciliare il sonno.
La leggenda è molto probabilmente falsa, come tante, ma al tempo stesso è così affascinante da aspirare all'autenticità nel cuore di chi ci crede. Oddio, non che sia lusinghiero pensare all'opera come ad una ninna nanna, però, liberando la fantasia, è sembrato di scorgere la sagoma impigiamata del conte aggirarsi tra le sale dell'antica villa ravellese. La partitura, che gemma in originali mutazioni musicali, ha una sua ricchezza armonica che non può che catturare l'attenzione dell'ascoltatore, altro che sonno. L'opera, composta per un clavicembalo a due manuali, è formata da un'Aria e 30 variazioni della stessa che risolvono sull'”Aria da capo”. Bach, fino alla composizione delle Goldberg, non aveva mai apprezzato la forma variazione per via dell'eccessiva ripetitività armonica che imponeva. Eppure il compositore tedesco riuscì, grazie ad una scrittura geniale, complessa e folgorante allo stesso tempo, ad allontanare dall'opera gli spettri della monotonia.
Un ordine di fondo governa l'opera del genio. Le 30 variazioni sono divise in 10 cicli di tre forme musicali: la forma a Danza, la forma toccata, e un canone, che di ciclo in ciclo aumenta l'intervallo di distanza delle voci.
I canoni vengono proposti con un ordine rigoroso, ogni tre variazioni. Aveva ventotto anni Ramin Bahrami quando nel 2004 si cimentò nella sua registrazione delle Goldberg. Giovane, sì, ma non quanto Gould che, nel '54, anno di una celeberrima incisione, segnava all'anagrafe solo 22 anni. Proprio il pianista Canadese è stato per Bahrami, fonte di grande ispirazione.
Un'ispirazione autentica, non di formale imitazione, ma di contiguità emotiva. In un certo senso l'iraniano inizia il Racconto di Bach proprio dove Gould l'aveva lasciato nell'ottantadue, prima di morire, proprio con una seconda incisione delle variazioni.

Che il Bach di Bahrami non sia l'ennesima scolastica esecuzione incartapecorita lo si è percepito subito, fin dalle prime note dell'Aria. La sua interpretazione non ha riferimenti nei pianisti attuali e del passato. E' un pianismo sovversivo che legge quelle pagine senza tempo con occhi attuali. Come già detto, non è Gould, a cui si avvicina più per coraggio che per resa sonora, non è Hewitt, è addirittura antitetico al rigore di Kempff. Il suo percorso, individuale e personale, si evolve in continui rilanci e slanci emotivi. Risulta essere un Bach blasfemo, eccessivo.
Ma e' così solo alle orecchie (e al cuore) di un ascoltatore inviluppato in un superficiale manierismo da consuetudine (attualmente l'epidemia infettiva più diffusa al mondo). Bahrami non distrugge l'ordine con gli eccessi, usa l'ordine per celebrare il disordine emotivo dell'uomo, per cercare, nella musica, la speranza. La musica è uno specchio che riflette l'immagine di ciò che vorremmo e, allo stesso tempo, di ciò che non vorremmo essere. E' un percorso necessario e doloroso di accettazione, è la ricerca di un metodo interiore che nasce dall'esplorazione degli angoli più reconditi e mostruosi di un Io prima individuale ancorché collettivo. La forma variazione, poi, è un enigma, la cui risoluzione, svela una nuova concezione delle cose. Ogni frammento musicale sembra spogliare il mondo, denudarlo, esplorarlo in ogni sua possibilità, per poi rivestirlo e presentarlo al pubblico nella sua forma originaria.
Ma quando riascolti l'aria, dopo averla così mostruosamente vivisezionata, niente sarà più come prima. Quelle note così dolci, riproposte alla fine, sembrano essere costituite di materia più densa, di significati più profondi, di sentimenti più intensi. Nella musica, ma più in generale, nella conoscenza, nella curiosità, c'è un messaggio salvifico di evoluzione. Non è il caso, almeno in questa sede, di raccontare la dolorosa vicenda del Pianista, non è essenziale enfatizzare una drammatica vicenda privata a mò di vessillo. Nella sera di Ravello è stata la musica, nella sua immanenza, a parlare, comunicare e raccontare. A spronare tutti i presenti ad intraprendere un cammino singolare di personale realizzazione.
In questo caso, parafrasando il titolo del libro scritto dallo stesso musicista nel 2012, Bach gli ha salvato la vita.
Ben vengano interpreti autentici e vitali, capaci di smuovere l'animo dal sonno del consueto. Bahrami è uno di questi. Ecco perché è – meritatamente- il pianista del momento.

 

Ciro Scannapieco

 

 

 

 

 

 

 

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