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Michele Campanella, complice Liszt, omaggia Verdi e Wagner Stampa E-mail
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Scritto da Dario Ascoli   
Lunedì 05 Agosto 2013 03:24

Sorrento Classica ha presentato il 4 agosto 2013 un programma di raro ascolto e di grande fascino; omaggiando Verdi e Wagner nel loro centenario, Michele Campanella si è avvalso della "complicità" di Franz Liszt e delle parafrasi da questi dedicate ai due grandi operisti.
Negli anni del web 2.0, della multimedialità, di youtube, del dvd e di ogni diavoleria di supporto audio-video, la fruizione del melodramma è a portata di click per tutti, in ogni luogo della Terra.
Non era così secoli addietro, non lo era nemmeno agli inizi del XX secolo, quando in molte zone d'Italia le romanze d'opera giungevano estratte gracchianti da fragili dischi in lacca, incisi, è proprio il caso di dirlo, con processi meccanici.
La musica operistica dal vivo aveva il fragoroso suono delle bande di paese, a cui va tributato onore e merito di aver diffuso “democraticamente” la musica nell''Italia unificata a conclusione di un processo non indolore.
La classe medio-alta, invece, poteva godere dei salotti musicali, in cui il pianoforte dominava, producendo suoni con corde non sempre accordate, da solo o accompagnando voci di dilettanti ambosessi accomunate dall'illusione di emulare Caruso, Tamagno, Pertile, Schipa, Bellincioni, Ruffo, Arangi-lombardi, Pagliughi, Patti.
Un gradino più su, disponendo di pianisti di talento, il ricorso alla parafrasi rappresentava una ricercata opportunità di ascoltare temi e strutture del melodramma ricondotte nella dimensione del salotto borghese, luogo di godimento musicale che nella seconda metà del XIX secolo andava assumendo sempre maggiore rilevanza.
Le “semplici” riduzioni per pianoforte di partiture operistiche di Verdi, Rossini, Bellini, Wagner, Bizet, Gounod, Donizetti e molti altri, erano preda, non di rado, di malconce mani di dilettanti esibizionisti, ma attorno alla riproposizione pianistica di drammi per musica si muoveva anche una schiera di straordinari virtuosi e compositori per la tastiera, Liszt e Chopin su tutti e, prima di loro, Diabelli.
Non incidentalmente la forma pianistica ottocentesca più diffusa, il Notturno, trasse origine, nemmeno celata, dalle arie da camera e dalle melodie belliniane, ad opera dell'irlandese John Field.
Verdi
e Wagner, giganti dell'opera, diversi tra loro, pur seppero parimenti ispirare Franz Liszt, che dedicò al “genero” ben 45 trascrizioni per pianoforte.
Al genio italiano, invece, il virtuoso dedicò pagine ispirate a Rigoletto, a Trovatore, a Simon Boccanegra, ad Aida.
Certo le parafrasi miravano, in generale, a guadagnare la simpatia del pubblico, entusiasmandolo con melodie facilmente individuabili, tuttavia sarebbe una semplificazione estrema ed impropria ricondurle a brani di effetto privi di elaborazione intellettuale e di approfondimento.
Un'analisi cronologica, si badi, mostra come la composizione di parafrasi si collochi, per Liszt, nel periodo di Weimar e successivo, perciò in quell'arco di vita e di carriera che segue l'ascesa del virtuoso e anche la stessa fase di maggiore impegno concertistico, e persino nel periodo post 1847, allorché il compositore maturò repentinamente la scelta di allontanarsi delle sale da concerto.
A più riprese lo stesso Michele Campanella ha esortato a guardare con occhio storico al catalogo compositivo lisztiano, operando distinguo tra opere partorite a distanza di decenni tra loro.
Non carenza di ispirazione né captatio benevolentiae, ma analisi del repertorio melodrammatico, compiuta sempre in punta di ironia, atteggiamento presente in maggiore misura nelle pagine dedicate a Verdi, ma non esclusivamente in esse.
Le parafrasi non possono che guardare ad un passato, recente o remoto - non potrebbe essere altrimenti - adottando materiale preesistente, tuttavia esse, quando composte da geni, sanno estrarre gli elementi di valore immortale e riproporli con linguaggio nuovo, che non ne stravolga i significati, ma che, spiegandoli, aggiunga ad essi il valore delle nuove conquiste espressive, quando non di sintassi rivoluzionarie in cerca di una radice alta che permetta ad esse un accreditamento diversamente più arduo da conquistare.
Ne “Il mio Liszt” Michele Campanella si spinge a sostenere come nella versione pianistica, liberi da sforzi vocali e da difficili equilibri tra buca e palco, alcuni brani di opera (il riferimento è ad Aida a pag 108 dell'op. Cit.) possano fare risaltare il loro valore musicale più autentico.
Tesi azzardata, ma non del tutto peregrina, tuttavia occorre, a nostro modesto avviso, tenere in adeguato conto il valore aggiunto della memoria musicale dell'ascoltatore, nella cui anima quei suoni assumono il colore, il timbro e l'espressione dell'esecuzione canora più amata, riportando il flashback di quella particolare atmosfera in cui egli l'ha udita per la prima volta o in quella magia musicale o di “cornice” fatta di incontri, di emozioni, profumi, sussurri e palpiti non solo provenienti dalla quarta parete.
Sicuramente il rapporto di Liszt con il teatro musicale di altri compositori si rafforza lungo due direttrici: la prima conduce al mondo germanico e alla riforma di Wagner, la seconda approda ai “pellegrinaggi” in Italia.

“Avendo in questi ultimi tempi visitato molti paesi nuovi, luoghi diversi, molti dei quali consacrati dalla storia e dalla poesia; avendo avvertito che i vari aspetti della natura e le scene che vi si riferiscono non passavano davanti ai miei occhi come delle immagini vane, ma agitavano nella mia anima profonde emozioni; che si stabiliva tra loro e me una relazione immediata, un rapporto indefinito ma reale, una comunicazione inspiegabile ma certa, ho tentato di rendere in musica qualcuna delle mie sensazioni più forti, delle mie più vive percezioni”
..
I pellegrinaggi, naturalmente artistici, a cui il titolo si riferisce, furono compiuti fra il 1835 e il ’39 in Svizzera e in Italia, in compagnia della contessa Marie d’Agoult ; il primo libro è dedicato alle valli e ai laghi della Svizzera, il secondo è dedicato, ispirato alle arti e alla letteratura italiana; qualche decennio dopo il musicista sentì l'impulso di tornare sulla cultura italiana dedicandole anche una terza raccolta.
L' Italia era in quei decenni musicalmente dominata dalla figura di Verdi e, vuoi per compiacere il suo pubblico, ma soprattutto per il fascino melodico che non mancò di rapire il virtuoso della tastiera, incurante di sterili contrapposizioni a Wagner, Liszt si dedicò alla composizione di parafrasi su melodie verdiane.
Un legame speciale, non solo aneddotico, lega il Maestro ungherese con Verdi: il tramite è Alphonsine Duplessis, ovvero l'autentica Dame aux camelias, la quale pare non sia stata indifferente al fascino del virtuoso della tastiera e tanto meno che questi sia rimasto indifferente al cospetto dell'avvenente “Marguerite”.
L'incontro tra i due sarebbe avvenuto nel salotto di lei a Parigi; aggravate le condizioni della donna, non vogliamo pensare per patofobia o peggio ancora, per cinismo, la relazione tra la Dama delle Camelie e il principe del pianoforte si interruppe bruscamente.
Non sapremo probabilmente mai quale sentimento abbia indotto Liszt a non comporre una parafrasi su La Traviata, che pure tra le opere verdiane era di certo la più popolare, ma forse proprio la vicenda personale con Alphonsine, della cui triste fine il musicista venne a conoscenza, se non altro da quanto narrato dalla penna di Dumas, dovette indurre nell'animo di Liszt una forma di pudore, di rispetto, di confinamento nella sfera del dolore personale di una tragedia che, riletta da Piave e Verdi, era divenuta di pubblico dominio.
Di fatto il compositore predilesse opere “minori” come Simon Boccanegra, o di partiture di maggiore successo, come Aida, Rigoletto, Trovatore, quei frangenti musicali più intimi, meno epici o fragorosi; si pensi al duetto finale di Aida, alla morte di Simone, al Miserere di Trovatore o al quartetto di Rigoletto.
Queste quattro parafrasi hanno aperto la serata del 4 agosto 2013 al Chiostro di San Francesco per Sorrento Classica, con la presenza, accolta da un over booking, di Michele Campanella.
Personalmente, so di farmi qualche nemico, amo più le parafrasi su Wagner” ha dichiarato il Maestro napoletano, “ma Liszt coglie di Verdi degli aspetti di sensibilità rarissima, pensate a quella meraviglia del duetto di Aida o alla morte di Simone Boccanegra, meno popolare di tante altre pagine, ma di struggente lirismo”.

Nella seconda parte è stato il Wagner visto da Liszt, protagonista con 3 parafrasi vere e proprie e una trascrizione “Bella, ma insuonabile” a detta dello stesso Richard, dell'Ouverture di Tannhäuser.
“Io stesso fatico nel suonarla” avrebbe riferito il suocero al genero, forse per non mortificarne le pur non trascurabili virtù pianistiche.
Feierlicher Marsch zum heiligen Gral ausParsifal”, Isolde Liebestod aus “Tristan und Isolde”, Spinnerlied aus der “Fliegende Holländer” e la citata “Ouverture zu “ Tannhäuser”.

Grande vigore e precisione assoluta lungo tutta l'esecuzione e cura di dinamiche e fraseggio emerse in particolare nella parafrasi su Aida.
Accuratezza nell'uso del pedale in funzione non meramente dinamica ma coloristica.
Evidenza dei leitmotiv in Parsifal e in Tristan, e vertigine di architetture sonore in Tannhäuser, in cui il tema del baccanale e dei pellegrini si contrapponevano con straordinaria intelligibilità.
Imprevisto gestito con grande fair play è stata la inevitabile interruzione del recital, prima di dare inizio all'Ouverture del Tannhäuser, causata dal disturbo acustico prodotto da una festa in un Hotel vicino.
Intervento deciso del direttore artistico M° Paolo Scibilia e concessione di tregua di decibel che ha consentito al M° Campanella di eseguire, splendidamente, l'ultimo brano e di concedere al pubblico osannante un bis di tutt'altra temperie, come il Valzer op.34 n. 2 Chopin: evidentemente il Maestro napoletano si era stancato meno dello stesso autore della "ineseguibile trascrizione".
Ci piace chiudere con un passo, sempre tratto dal citato libro, in cui Campanella si pone un interrogativo retorico: "in una parafrasi si ascolta musica di Verdi e Bellini o musica di Liszt? È una domanda rivolta all'interprete. Un lavoro di mestiere, quale potrebbe facilmente essere una parafrasi, diventa nelle mani di un grande compositore arte "secondaria" (ovvero commento, chiosa, argomento intorno), ma non per questo arte di secondaria qualità. Liszt interpreta (nel senso etimologico) il testo e a sua volta l'esecutore deve interpretare la sua interpretazione. È un'operazione al quadrato, che coglie Verdi e Bellini attraverso Liszt, ma forse, ancor più, Liszt attraverso Verdi e Bellini".


Dario Ascoli

 

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