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Scritto da Dario Ascoli   
Martedì 04 Novembre 2014 03:34

 Il 4 novembre del 1737 apriva i battenti il più glorioso teatro della storia, in coincidenza con il giorno onomastico del sovrano Carlo III di Borbone che quel tempio della musica aveva fortemente voluto.
Per molti anni il quarto giorno del mese di novembre, in cui anniversario dell'inaugurazione e per certi versi onomastico del teatro che di Carlo Borromeo, ovvero del re Carlo di Borbone, venivano a coincidere, si apriva la stagione operistica del Massimo napoletano.
Esigenze di attribuzione a esercizi finanziari  e di acquisizione di fondi hanno portato a posticipare l'evento inaugurale.
Il 4 novembre 2014 la Fondazione del Teatro di San Carlo ha voluto celebrare la doppia festività con un concerto cameristico che ha visto impegnati il pianista Orazio Maione e il prestigioso Quartetto sancarliano,costituito da Cecilia Laca, Luigi Buonomo, Antonio Bossone e Luca Signorini.
Programma robusto e non consueto con Langsamer Satz di Anton Webern, il Quintetto di Franco Alfano e il Quartetto per archi n.1 in Mi di Bedrĭc Smetana
Quasi un dono di compleanno e onomastico è l'istituzione, nell'ambito del patrimonio documentale di MeMus e Archivio storico del Teatro di San Carlo, del Fondo Alfano-Maione: oltre 130 documenti tra carteggi, manoscritti ed edizioni musicali, fotografie, programmi di sala, rassegna stampa e registrazioni.
Il materiale è rappresentativo della grande e collaborativa amicizia tra Rino Maione e Franco Alfano.
Il carteggio è ricco di testimonianze di incontri con le maggiori personalità musicali del '900, delle soddisfazioni e delle amarezze di Franco Alfano di fronte alle mediocrità dello scenario italiano.
Rino Maione, autore della monografia Franco Alfano. Presagio di tempi nuovi con finale controcorrente, edita da Rugginenti, negli anni ha annotato partecipe le gioie e le delusioni del musicista posillipino e ora il Fondo viene destinato al Teatro di San Carlo, quale collocazione di elezione per onorare un due grandi personaggi e la loro amicizia.
Dal Lied al Quartetto il passo è talvolta stato breve e ha prodotto esiti memorabili, basta pensare a Die Forelle di Franz Schubert.
In epoche più vicine a noi una sorte simile è toccata a Langsamer Satz di Anton Webern (Vienna, 1883 – Salisburgo, 1945).
Allievo di Arnold Schönberg, Webern ne ripercorse l'evoluzione linguistica, dalla tonalità allargata alla dodecafonia.
Langsamer Satz, come molte pagine composte immediatamente prima e durante il periodo di formazione con l'autore di Pierrot Lunaire, tra il 1904 e il 1908, è entrato nei programmi concertistici solo negli anni '60, allorché la vedova Webern le consegnò al musicologo Hans Moldenhauer.
Si tratta di un tempo di quartetto composto nel 1905; la circostanza della composizione è, come riportato dal diario dell'autore, fu una gita con la cugina Wilhelmine Mörtl, che sarebbe diventata sua moglie, cui dedicò didascalie tenere, fin troppo: "Camminare per sempre così tra i fiori, con la mia amatissima accanto (....) libero come l'allodola (...) il nostro amore raggiunse infinite altezze e riempì l'Universo: due anime erano rapite".
Una dichiarazione d'amore in forma di lied per quartetto, impiantato in do maggiore, ma modulante in regioni anche distanti, con una gravitazione verso un mib maggiore raggiunto con il tramite dell'affinità tutta tonale dell'accordo di do con la terza minore.
Non abbiamo la certezza che altri 3 tempi non siano venuti alla luce a completamento di quello che sarebbe stato il Quartetto Langsammer; è tuttavia assai verosimile che appunti e studi siano confluiti nel Quartetto composto pochi mesi dopo e terminato nel settembre del 1905.
Le influenze di Mahler con le citazioni popolaresche e la libertà tonale massima, prossima alla dissoluzione del sistema, sono percepibili nei lavori di Webern, soprattutto in quelli cameristici.
La fama di Franco Alfano (Napoli 1875 - Sanremo 1954) iniziò con il suo adattamento, nel 1904, in musica del romanzo Resurrezione, di Tolstoj, un lavoro potente e commovente.

Ben presto Alfano abbandonò lo stile verista alla ricerca di un linguaggio musicale più avanzato.
Questa ricerca lo portò a realizzare opere complesse e sontuose come La leggenda di Sakùntala (1921), basato sulla poesia dello scrittore sanscrito Kalidasa (400 dC), e Cyrano de Bergerac, che debuttò al Teatro dell'Opera di Roma nel 1936.
Alfano compose brani di buon successo di critica , si pensi alle composizioni di Tagore, fino all'evento “sfortunato” coincidente con la commissione di completare la partitura di Turandot, lasciata incompiuta da Puccini.
La stessa prima del 1926, con la celebre frase di Toscanini che chiuse l'esecuzione di Turandot con le ultime note composte da Puccini, suonò come un'offesa e un giudizio non lusinghiero per il lavoro di Alfano.
Il giorno in cui Turandot non sarà più collegata con Alfano segnerà la nascita della vita autonoma del musicista napoletano.
Le opere di Alfano possono essere approssimativamente suddivise in tre stili completamente diversi: verista-melodico italiano fino all'opera Il principe Zilah del 1909, un periodo di modernismo, in forte rottura e polemica con la scuola del melodramma italiano del '900, da L'ombra di Don Giovanni, del 1914, fino a La leggenda di Sakùntala, del 1936, opera con la quale egli propone uno stile fortemente sinfonico che supera Richard Strauss, perché alla ricca tavolozza strumentale il compositore italiano sa aggiungere una raffinatissimo trattamento delle voci in funzione teatrale e musicale.
Il periodo di Lipsia avvicinò Alfano alle nuove acquisizioni europee in campo dell'orchestrazione e delle forme sinfoniche.
Il Quintetto è una composizione dell'ultimo periodo, eseguita per la prima volta dall'autore stesso in veste di pianista, a Torino il 10 aprile 1946.
L'autore lascia un testamento musicale che si oppone all'atonalismo e alla dodecafonia, che pure egli ha conosciuto, studiato e apprezzato quali opportunità espressive, ma che ha rifiutato come dogma, codice costrittivo.
Affiorano nel Quintetto colori derivati dal jazz, così come retaggi di impressionismo mai rinnegato e quel fascinoso orientalismo.
Dryden afferma che la composizione “trasuda la pura gioia di fare musica” è la cultura che si oppone agli intellettualismi, il suono che si impone al codice grafico, dettando ad esso il segno, percorso compositivo che nella seconda metà del XX secolo si andava smarrendo a favore di dottrine numerologiche sempre più distanti dalla risonanza musicale interiore.
Non sono numerosi gli esempi di musica da camera a programma, se tra essi non enumeriamo quelli cui sono stati attribuiti sottotitoli o didascalie in momenti successivi alla loro composizioni.

Il Quartetto per archi n.1 in Mi di Bedrĭc Smetana (Litomy, 1824 – Praga, 1884) ha il sottotitolo di "Dalla mia vita" e sottende un programma redatto dallo stesso autore.
Nell'espitolario si leggono didascalie riferite alla biografia di Smetana:
Il giovanile amore per l'arte; Scrivevo una moltitudine di di danze cèche e vantavo la reputazione di ballerino infaticabile; Una reminiscenza del primo amore per la ragazza che sarebbe diventata la mia cara sposa; "Presa di coscienza della forza della musica nazionale e gioia nel constatare il successo nella via intrapresa.
La stesura fu completata il 26 dicembre 1876, ma la prima esecuzione, in forma semiprivata a cura del Quartetto di Ferdinand Lachner, avvenne più di due anni dopo, con Antonín Dvořák alla viola.
Il primo tempo è Allegro vivo appassionato, in cui il "motto" di tre note, protetico, è annunciato dalla viola, mentre i violini arpeggiano bicordi di mi minore sulla tonica tenuta del violoncello.
Manca un vero e proprio secondo tema perché lo presenta, ma lo ritrae senza elaborarlo o farne elemento di sviluppo, come per il delicato episodio in sol maggiore presentato dal violino primo e accompagnato da terze dal secondo violino.
Il secondo tempo è Allegro moderato a la Polka, in cui il "programma" di festa all'aria aperta e di danza senza sosta viene pittoricamente rappresentato.
La scelta del modo ritmico anapestico ha il duplice significato di avvicinamento, del sopraggiungere di persone e di sentimenti, nonché di rappresentare un muoversi coeso e sincrono di un'allegra compagnia di giovani danzanti.
Il Trio conserva il modo ritmico, ma evoca meditazioni, in cui di volta in volta ciascuna parte sembra volersi arrestare e lasciarsi raggiungere dalle altre.
Il Largo sostenuto è quello più lirico, dedicato alla prima moglie, morta di tisi; è introdotto dal violoncello che è alter ego del compositore, un io narrante nel registro grave.
Il pizzicato dello strumento inferiore crea un'atmosfera dolente e sospesa.
Il Vivace Finale ha una costruzione più esplicitamente bitematica, ma lo sviluppo viene lanciato verso l'acuto dal violino I come in uno slancio che non ammetta ritorno, ma che avvia alla conclusione con una ricapitolazione tematica degli elementi dei tempi precedenti.

Il concerto del 4 novembre 2014 ha confermato il valore della formazione  cameristica sancarliana e le capacità del pianista Orazio Maione.
Ben più dei meriti dei singoli strumentisti va lodata la personalità dell'enemble, l'omogeneità e l'equilibrio del complesso.
La leadership di Cecilia Laca è carismatica e funzionale, ma ciascuno strumentista conserva la propria spiccata personalità ponendola al servizio dell'assieme e facendola emergere laddove la partitura esiga e consenta.
Così l'incipit della viola di Bossone nel Quartetto di Smetana, il lirismo del violoncello di Signorini nel terzo tempo della compisizione del musicista boemo, e la concordanza di intonazione del violino secondo di Buonomo lungo l'intera esecuzione.
Eleganza, nitidezza di fraseggio e respiro musicale sono qualità che accomunano Cecilia Laca e Luca Signorini; la violinista sa usare la migliore porzione di arco e la giusta aderenza per sviluppare un suono  denso e rotondo e "recitato" nell'articolazione.
Luca Signorini trasmette la sensazione di essere "dentro" la partitura e di padroneggiarla estraendone lirismo e vigore; capacittà di protagonismo opportuno sono emerse da Antonio Bossone, violista solido e congruamente partecipe delle sonorità del complesso, nel quale, quando chiamato a rispondere, Luigi Buonomo sa essere elemento di affidabilità.
Il pubblico, che sarebbe dovuto essere più numeroso, ha apprezzato vivamente, richiedendo a gran voce un bis, generosamente accordato con il Minuetto del Quartetto K590 di W.A.Mozart.
Un grande Teatro deve avere grandi solisti e validi complessi cameristici: Il San Carlo può vantare artisti e formazioni che sanno onorare il prestigio di una istituzione di valore assoluto.

Dario Ascoli

 

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