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Gli angeli dell’inferno. Il Teatro Bellini di Napoli perora la causa-Basaglia: “Qualcuno volò sul nido del cuculo” Stampa E-mail
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Scritto da Mariagrazia Liccardo   
Venerdì 03 Aprile 2015 10:22

 

 

Il Teatro Bellini di Napoli, teatro italiano d’eccellenza, risponde alla scelta del Ministero di bocciare la candidatura dello stesso a diventare Teatro di Rilevante Interesse Culturale (TRIC) riconsiderandolo Centro di produzione, terzo tra i livelli previsti dalla riforma della prosa, con la messa in scena, dal 10 aprile al 19 aprile 2015 – con la previsione di un doppio spettacolo in alcuni giorni – di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. con la regia di Alessandro Gassmann.
Maurizio de Giovanni, fuori dalle dinamiche psichedeliche, rielabora la drammaturgia di Dale Wasserman; lo scrittore napoletano non parte quindi dal romanzo o dal film, che sicuramente lo spettatore richiama alla memoria, ma lavora sulla drammaturgia del libretto teatrale.
Per me significa riaffermare l’atto teatrale ed un testo teatrale in quanto tale” – spiega Alessandro Toppi, moderatore della conferenza stampa tenuta nel foyer del Teatro Bellini il 1° aprile 2015.
Sulla scena Daniele Russo, Gilberto Marino, Daniele Marino, Marco Cavicchioli, Alfredo Angelici, Giacomo Rosselli per gli "Acuti" e Elisabetta Valgoi, Giulio F.Janni, Gabriele Granito, Antimo Casertano, Giulia Merelli per "Il personale"
Le scene sono di Gianluca Amodio, i costumi sono disegnati da Chiara Aversano, le musiche originali sono di Pivio & Aldo De Scalzi e le Videografie di Marco Schiavoni.
To Vik Lovell, who told me there were no dragons and then led me to their lairs”. Questa è la dedica con cui Ken Kesey apre il libro pubblicato nel 1962 (la prima edizione italiana è del 1976 per i tipi di Rizzoli) Qualcuno volò sul nido del cuculo: “A Vik Lovell, che disse: I draghi non esistono e poi mi condusse nelle loro tane”.
Nel corso del secondo anno di università, Kesey incontrò il giovane studente Lovell che lo introdusse ad esperimenti che prevedevano l’uso di sostanze che alterano la mente. Il progetto, studiato per la CIA e finanziato dalla MKULTRA, proponeva di verificare gli effetti di sostanze psicoattive, in particolare l’LSD, la psilocibina, la mescalina, la cocaina – solo per citarne alcune – sulle persone. Dopo aver prestato servizio come cavia pagata per tali esperimenti, Kesey accettò il lavoro di guardiano notturno presso il reparto psichiatrico dell’Ospedale dei Veterani Menlo Park. Durante le lunghe ore del turno che andavano dal tramonto all’alba, iniziò a scrivere la sua più celebre opera, “One Flew over the Cuckoo’s Nest”. Questo titolo ha sempre emanato un fascino particolare, sebbene nel film che ne è stato tratto non si specifichi che si tratta di un’espressione americana che indica il manicomio. Nel film non si fa menzione della filastrocca che nel romanzo è un caposaldo: “
Uno stormo di tre oche; una volò ad est, una volò ad ovest, una volò sul nido del cuculo” (Three geese in a flock; one flew East, one flew West, one flew over the cuckoo’s nest ).
Forse un riferimento alla filastrocca, sicuramente al film, la troviamo in un’altra interpretazione di Jack Nicholson, già protagonista e
Premio Oscar come migliore attore per la straordinaria interpretazione di Randle Patrick McMurphy, in Qualcuno volò sul nido del cuculo di Miloš Forman del 1975, che si aggiudicò, con questo film, le cinque statuette più importanti (film, regia, attore, attrice e sceneggiatura non originale): Joker, nel Batman di Tim Burton. Nickolson accoglie Batman, interpretato da Michael Keaton, dicendo: “È proprio un destino, stavolta nel nido mi è volato un pipistrello”.
Tante le belle espressioni, le descrizioni di Kesey:
Un cane da caccia latra là nella nebbia, correndo spaventato e smarrito perché non ci vede. Non una traccia sul terreno tranne quella che lascia esso stesso, e fiuta in ogni direzione con il naso freddo di gomma rossa e non coglie alcun odore tranne quello della sua paura, una paura che lo brucia nel profondo come vapore”.
Una biografia interessante su Ken Kesey è quella scritta per mano di Mark Christiansen, “
Acid Christ: Ken Kesey, LSD and the Politics of Ecstasy” (Schaffner Press, 2011): per lui Kesey non era solamente, come per molti suoi coetanei, il suo eroe psichedelico, ma un guru della controcultura. Nel libro, Christiansen inquadra l’autore del bestseller Qualcuno volò sul nido del cuculo nel suo tempo: l’era psichedelica.
Il primo adattamento teatrale del romanzo è ad opera di Dale Wasserman, con musiche di Teiji Ito; la sua anteprima si tenne a Broadway il 12 novembre 1963, con repliche fino al 25 gennaio 1964 per un totale di 83 spettacoli, anteprima inclusa. Da allora a teatro ha avuto altre fortunate produzioni americane. A Kirk Douglas si deve la prima produzione di Broadway della stagione 1963/1964 ed anche la prima interpretazione di Randle Patrick McMurphy. Dieci anni dopo, cede la produzione al figlio poiché non era riuscito a trovare uno studio disposto a produrre tale opera. Michael Douglas, ottenuta la produzione in associazione con
Saul Zaentz (Oscar anche per le produzioni di Amadeus del 1985 e de Il paziente inglese del 1997) estromette il padre dal ruolo di McMurphy a causa dell’età avanzata. La versione cinematografica è basata sul romanzo, ma non sull’adattamento teatrale, e vede Nicholson protagonista in quel ruolo che – sulla scena – fu di Douglas padre.
Nell’aprile 1988 lo spettacolo fu portato in scena per la prima volta a Londra dalla Cuckoo Productions: la rappresentazione fruttò 100.000 sterline in 24 ore! Altre le produzioni fortunate londinesi.

Il giallista esprime il suo divertimento nell’aver svolto il compito assegnatogli. Per quanto impegnativo sia stato il lavoro, il testo è definito dallo scrittore in fase di lettura come “…fantastico […] i personaggi bellissimi in una ricchissima armonica diversità”.
Il lavoro che Alessandro Gassmann, regista e promotore del progetto, consegna a De Giovanni nella rielaborazione del testo è l’adattamento alla contemporaneità di un contesto e di personaggi della drammaturgia esistente. De Giovanni, con la modestia che lo contraddistingue, confessa che il lavoro è stato semplice (riferisce di aver messo “un copri-divano su una struttura già esistente!”) in quanto, sebbene l’ambientazione del testo fosse complessa – gli Stati Uniti della musica country, del baseball, della guerra in Corea, della middle class – le tipologie umane descritte sono universali. Una canzone (che non è rivelata), l’hinterland di Aversa, l’OPG (Ospedale Psichiatrico Giudiziario) e i Mondiali di Calcio spagnoli del 1982 costituiscono gli elementi della nuova ambientazione. L’espressione nel suo viso lascia intravedere una certa soddisfazione nell’aver potuto appagare, attraverso la lettura e la riscrittura dei personaggi, una personale sete di conoscenza dell’animo umano, tanto da trovare la gestione delle follie, la gestione degli squilibri e dell’equilibrio nello squilibrio, “un compito divertente”.
Egli sceglie di dare ai personaggi una coerenza, rispetto alla collocazione, in quanto il teatro necessita della realtà; li arma, quindi, di un’inflessione dialettale, con l’uso del dialetto solo accennata, con la volontà di una precisa localizzazione contemporaneamente ad una universalità degli stessi.
Il progetto elaborato da Alessandro Gassmann – che aveva nel cassetto l’idea di uno spettacolo teatrale del testo di Wasserman già da cinque anni – non prevedeva attori “di nome” per una ricostruzione che tendesse alla manifestazione di “un mondo interno, un piccolo mondo interno, strano, che rappresenta, come succede in altri testi, un po’ tutti quanti noi”. Il testo elaborato da de Giovanni è da Alessandro Gassmann definito “bellissimo, raffinato, di alta sartoria. Funzionale a quello che è la creazione di emozioni”.
Un testo che parla di libertà e sopraffazione. Argomenti molto cari ad Alessandro Gassman, da Ottobre 2014 anche ambasciatore dell’ACNUR / UNHCR.
Più volte Gassmann usa, parlando delle diversità psicologiche, il termine “tenero”. Anche quando deve spiegare l’aggressività e i metodi rigidi e coercitivi della fatale infermiera Ratched, che nel testo diventa Suor Lucia, interpretata da Elisabetta Valgoi, egli trova in profondità una fragilità e per questo tenera umanità.
Così nel personaggio Dario Danise (l’alter-ego italiano di McMurphy), interpretato da Daniele Russo, Gassmann cerca di far venir fuori la follia spiegabile dall’inadeguatezza, dallo spaesamento rispetto ad una nuova situazione, difficile e penosa, quella del mondo delle differenze psicologiche e psichiatriche.
Le dinamiche tra i personaggi sono fondamentali per la realizzazione del proprio essere e della propria funzione all’interno dell’opera.
Questo spettacolo rappresenta per Alessandro Gassmann e, come è facile supporre, anche per coloro che hanno abbracciato il progetto, un impegno civile.
La Legge Basaglia, a partire dal 30 marzo 2015, diventa effettiva ma è solo un primo passo verso una consapevolezza. Come disse lo stesso Franco Basaglianon è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione; anche senza costrizione”. La figlia Alberta, vicepresidente della Fondazione Basaglia dichiara in un’intervista a Luciana Grosso: “Giorno importante, ma è solo il primo passo”.
Gassmann riflette a voce alta sull’anomalia dell’uomo rispetto ad una realtà. “È buffa” dice. Non si deve dimenticare che si può essere buffi per chi guarda, ma chi si trova in quella anomalia sta vivendo una tragedia profonda. “Sono pochissimi, ma presenti nel mondo della storia mondiale e del paese ‘grandi matti’: Alda Merini, il pittore Ligabue…”. Un nuovo progetto a settembre sarà incentrato proprio su Alda Merini e sulla sua esperienza manicomiale, un viaggio nella sua meravigliosa arte poetica. Il riferimento probabile è al testo “L’altra verità – Diario di una diversa” (Rizzoli, 1997). Giorgio Manganelli nella prefazione accentua: “la salvezza è il battesimo verbale della disperazione”.
Gassmann confessa di avere un “pessimo rapporto con gli obblighi, la sopraffazione, la prepotenza, e con la privazione della libertà. Per chi fa un mestiere pubblico dovrebbe essere una missione quasi obbligata. Mi piace stare dalla parte dei più deboli. Infatti tifo Roma da sempre!”. Maurizio de Giovanni risponde, tra le risate del pubblico: “Vieni a dirlo proprio qui a Napoli?!”.

Mariagrazia Liccardo

 

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