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I viaggi di castrati e canterine: Domenico Gizzi e Faustina Bordoni rivivono nel talento di Roberta Inverizzi Stampa E-mail
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Scritto da Dario Ascoli   
Mercoledì 29 Aprile 2015 23:57

Antonio Florio, per la stagione dell'Associazione Alessandro Scarlatti di Napoli, all'Auditorium di Sant'Elmo, mercoledì 29 aprile 2015 ha proposto un confronto tra brani composto per due virtuosi attivi nel XVIII secolo: il sopranista castrato Domenico Gizzi e il soprano Faustina Bordoni Hasse.
Le due vocalità parimenti virtuosistiche, ma diverse per gravitazione della tessitura, hanno trovato in Roberta Invernizzi un'interprete le cui qualità sarebbero valse a vanificare ogni sia pure improbabile querelle circa la supremazia tra soprano e castrato.
Nell'itinerario dai paesi europei a Napoli, capitale della musica del XVIII secolo, Roma costituiva una tappa obbligata per cantanti  e compositori, benché il teatro musicale non avesse nella Città Eterna la stessa posizione predominanza che in quel tempo deteneva a Napoli, a Vienna, a Parigi e a Londra.
"Mulier taceat in Ecclesia" è la prescrizione di Paolo di Tarso da cui sarebbe derivata la proibizione nella musica sacra di voci femminili, favorendo, se non imponendo, l'impiego di voci bianche e di cantori evirati.
Nel melodramma, a rigore, il divieto non avrebbe avuto, e non ebbe, alcun  valore  giurisdizionale, tuttavia il talento e l'estensione vocale di molti castrati indusse i musicisti a creare ruoli vocali  per quei fenomeni vocali che incarnavano il divismo nella forma più esteriormente appariscente.
Ebbene, proprio nella città che per valenza e per residenza avrebbe dovuto condurre ad esempio il "silenzio delle canterine", accademie private, esecuzioni nelle sfarzose residenze di cardinali accoglievano con munificenza e attenzioni di ogni genere, dal culturale al "sentimentale", soprani e contralti di genere femminile.
Il predicare bene ha sempre avuto quale contraltare il razzolar male, ovvero la morale pubblica quasi mai ha coinciso con l'etica privata.
Tra Roma e Napoli si giocavano le sfide tra soprani e sopranisti, contralti e contraltisti, ma la direzione prevalente dei primi era spesso opposta quella dei secondi; i cantori evirati si affermavano nelle cattedrali pontificie e approdavano nei teatri napoletani, viceversa le cantanti si guadagnavano celebrità nei templi musicali partenopei per godere poi dei favori di potenti principi della Chiesa a Roma.
Il concerto raffinatissimo che ha vista protagonista Roberta Invernizzi con I Turchini di Antonio Florio  e il flautista Tommaso Rossi ha affidato ad una sola prodigiosa voce il compito di interpretare arie composte per Domenico Gizzi e per Faustina Bordoni, come a volere condurre a sintesi  e a pareggio una rivalità, in vero più storico-speculativa che reale.
Gizzi aveva esordito nel 1705 a Roma nella Cappella Giulia, ma già l'anno successivo lo troviamo nella Reale Cappella di Napoli e nei teatri cittadini, quale solista di elezione di Gaetano Veneziano, in quegli anni predecessore di Alessandro Scarlatti nella Cappella Reale.
L'ammirazione conquistata da parte di Veneziano fu tributata a Domenico Gizzi anche e in maggior misura da Alessandro Scarlatti.
Operavano in Napoli in quegli anni, oltre ai citati, anche Domenico Sarro, Leonardo Vinci, Nicola Porpora, Francesco Mancini, Francesco Feo, i quali composero per  Gizzi come per la Bordoni, di cui parleremo più avanti.
Roberta Invernizzi, con Antonio Florio, ha registrato un CD dedicato all'evirato nato a nei pressi di Napoli (Arpino) nel 1680 e  un altro intitolato  I viaggi di Faustina, dedicato al soprano nato a Venezia.
Faustina Bordoni
è stata la più grande cantante del XVIII secolo, avendo attraversato, per coincidenza anagrafica, l'intero '700.
Il riferimento intrigante è ai numerosi viaggi compiuti dalla cantante veneziana, negli oltre 80 anni di vita, raccogliendo successi, suscitando amori, passioni, gelosie, invidie, ma soprattutto ammirazione.
La data di nascita, vuoi per le sciatterie degli archivi veneziani del tempo, vuoi per i vezzi delle prime donne di ingannare gli anni, viene accreditata tra il 1696 e il 1700; di certo il suo debutto risale al 1716 e la sua dipartita al 1781.
Cronisti e storici, da sempre, hanno amato esaltare le rivalità tra divi, ma sicuramente quella tra la Bordoni e la Cuzzoni è stata foriera dei più gustosi, chissà quanto veritieri, aneddoti.
D'altra parte, annunciare la tournée inglese della Bordoni come una missione per “demolire la Cuzzoni e nello stesso tempo per portar in patria denaro sufficiente ad eternare con la costruzione di uno splendido palazzo la stoltezza inglese" creava presupposti per scontri tra le primedonne.
A Londra la stampa faceva eco annunciando sfide all'ultimo acuto tra le due dive; il cui culmine sarebbe stato il 5 maggio del 1735, nell'opera Alessandro di G.F.Haendel, in cui erano in scena tra le maggiori personalità canore del settecento: il castrato Senesino, protagonista, Francesca Cuzzoni in Lisaura, e Faustina Bordoni nel ruolo della prima donna, Rossana.
Londra ospiterà Faustina ancora nel 1726 (Siroe), nel 1727 (Ricardo I e Admeto), nel 1728 (Tolomeo).
Porpora, Vinci ed Haendel persino più che lo stesso Johann Adolph Hasse, che la impalmò nel 1730, seppero trarre dalle straordinarie doti della Bordoni esecuzioni memorabili, esaltando una voce da mezzosoprano esteso fino ai sovracuti sopranili, con agilità e brillantezza leggendarie, in pratica quelle qualità a cui i castrati avevano abituato il pubblico e del godimento delle quali nessun musicista e nessun ascoltatore intendeva privarsi.
Il musicologo “viaggiatore” Charles Burney lodò la tenuta dei fiati della cantante: "Aveva l'arte di tenere una nota più a lungo di qualsiasi altra cantante, respirando di modo impercettibile."
Con maggior dovizia di particolari Arteaga commentò: "Agilità di voce, cui non è facile trovare eguale, facilità senza pari, speditezza ne' passaggi, destrezza nel conservar e ripigliar il fiato, vaghezza nei trilli, nuovi e brillanti pastegiamenti di voce, mille altre qualità insomma, la rarità e il pregio delle quali viene stimato soltanto dai conoscitori, scrissero il nome di questa cantatrice nei fasti del Genio".
Nel ricco libretto allegato al CD che abbiamo citato, la musicologa Giulia Veneziano ci conduce a ripercorrere i viaggi della diva, da Venezia a Dresda, a Milano, Bologna, Napoli, Firenze, Londra, Parma, Monaco, Torino, Pesaro, lungo trent'anni di carriera frenetica e trionfale.
Diviso in due metà, ciascuna dedicata ad uno dei due grandi interpreti settecenteschi, con arie anche di G.F.Handel, che fu ospite sia a Napoli che a Roma,  il concerto ha confermato il cristallino talento di Roberta Invernizzi, capace di produrre agilità scintillanti senza sacrificare rotondità si suono, colore e dizione e recitazione cantata.
Gli acuti vengono emessi senza apparente sforzo, con il finissimo gusto di non indugiare ginnicamente su essi, ma fraseggiandoli servendo la musica, Roberta probabilmente avrebbe fatto la gioia dei compositori del XVIII secolo, a servizio dell'opera dei quali la grande cantante milanese pone il proprio talento senza  violarne  le strutture a scopo di esibizione di vuoto virtuosismo.
Le diminuzioni di prassi sono sempre state di grande pregio e hanno preservato l'intelligibilità delle note reali; il vibrato ha adornato le seconde metà dei  suoni sui "gradi buoni" e mai ha svilito la tensione di appoggiature e ritardi; nitida direzione delle frasi. Maestria.
Tommaso Rossi è stato, da canto suo, il virtuoso dotto e vivace che conosciamo da anni; nessuna articolazione di frase lasciata al caso o piegata ad esigenze tecniche o di fiato,  tanto nel Concerto di Domenico Sarro che, affiancato da Rebeca Ferri al secondo flauto, in "Canta e dì. caro usignolo" , aria di Francesco Mancini da "Traiano".
Eccellenti come sempre "I Turchini" con dal leader Alessandro Ciccolini, a Patrizio Focardi e Paolo Cantamessa (violini primi), a Marco Piantoni, Nunzia Sorrentino e Massimo Percivalli (violini secondi), a Rosario Di Meglio (viola), Alberto Guerrero (violoncello), Rebeca Ferri (violoncello e secondo flauto), Giorgio Sanvito (contrabasso)e Patrizia Varone (cembalo).
Spazio per gli strumentisti nelle Sinfonie di "Ginevra Regina di Scozia" di Sarro e di "Agrippina" di Porpora, entrambe tripartite, eseguite con nitidezza e con bella evidenza degli ingressi e attenzione nello sviluppo del continuo, che si ritaglia efficaci cadenze.
Di Antonio Florio è difficile dire senza ripetersi in apprezzamenti, ma al valore indiscutibile di musicista va detto che si associa in lui  una instancabile curiosità di ricercatore e un gusto nel proporre programmi di grande interesse, in questo aspetto supportato dalla sapienza di un musicologo del rango di Dinko Fabris, che anche del concerto di cui diamo cronaca ha curato il meticoloso saggio del programma di sala.

Dario Ascoli

 

 

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