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Al san Carlo una famiglia musicale : Il pianoforte di Vladimir Ashkenazy accompagna il Clarinetto del figlio Vladimir e la Viola di Ada Meinich. Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica © - Cameristica ®
Scritto da Ciro Scannapieco   
Venerdì 05 Giugno 2015 06:43

Il pianoforte c'è, ma non occupa il centro della scena. Non c'è nemmeno il podio e la bacchetta per dirigere un'intera orchestra.
Vladimir Ashkenazy torna a Napoli in veste di pianista di musica d'insieme, regalandoci un programma cameristico intimo. Al Teatro di San Carlo Lunedì 1 Giugno 2015 abbiamo beneficiato di una tenue suggestione musicale domestica. L'esibizione partenopea acquisisce maggior fascino se sul palco, a suonare, troviamo padre e figlio in un legame che si compiace continuamente nella musica e che, nella serata napoletana, è sembrato addirittura sublimare in esperienze sonore. Primo set di brani in programma: le Drei Romanzen per clarinetto e pianoforte op.94. Al clarinetto, ovviamente, Dimitry Ashkenazy.

Effettivamente il brano è sembrato molto azzeccato. Le tre romanze schumaniane sembrano circoscrivere lo spazio sonoro nelle quattro mura domestiche.
L'intimo e poetico lirismo rimanda continuamente ad un senso di protezione.
Questo moto centripeto, però, non rappresenta mai una castrazione della creatività ma un continuo ritorno a vicende affettive familiari e all'esaltazione dell'emotività individuale. Se da un lato il romanticismo tedesco di stampo wagneriano rimanda all'esplosione epica di un'identità collettiva, quello di Schumann – per dirla alla Schlegel- è la rappresentazione di un contenuto sentimentale in forma fantastica.
Non a caso l'autore tedesco arrivò solo in un secondo momento alla scrittura cameristica, privilegiando per molto tempo la composizione individualistica per solo piano. Il mondo interiore schumanniano, infatti, è rannicchiato dapprima in una sorta di autoanalisi per poi ampliare l'esplorazione al circostante.
Tutto ciò si traspone anche nella musica in cui nelle partiture cameristiche non si registra mai l'asservimento di uno strumento verso l'altro, bensì si assiste alla costruzione di un rassicurante equilibrio basato sul delicato dialogo tra le voci, in cui si apprezzano elementi quali la dinamica e il timbro.

E' così anche nelle romanze. Il dialogo tra i due solisti è fitto, cesellato da continui mutamenti e variazioni tematiche che portano la narrazione musicale sempre su nuovi territori senza, però, mai virare bruscamente. Non c'è bisogno del colpo a sorpresa per sedurre l'ascoltatore. I sentimenti passati in rassegna sono molteplici: la malinconia della prima romanza viene bilanciata dal sereno equilibrio melodico della seconda per poi essere annientata dallo stupore della terza.
Dopo diversi esperimenti, l'autore scelse l'oboe come strumento solista preferendolo al clarinetto e al violino per via del timbro profondo. A noi, però, la rappresentazione per clarinetto è piaciuta, e non poco. Di sicuro è stato merito dei musicisti. Vladimir Ashkenazy ha un curriculum così ricco da occupare molte (troppe) righe per poter essere scritto. Non è solo un superbo musicista e un eccellente direttore ma un vero e proprio monumento vivente alla musica. Dimitry non ne è solo il figlio: non si fregia solo di titoli acquisiti per discendenza, piuttosto è un musicista maturo dal temperamento eclettico e dalla poliedrica personalità musicale. La loro esibizione è stata di altissimo livello e se i più pignoli e mitomani dello strumento hanno registrato delle lievi (poche e impercettibili) imperfezioni timbriche del clarinetto, i più hanno apprezzato il carattere con cui è stata proposta la partitura.
Gli applausi con cui si congeda momentaneamente Ashkenazy padre lo hanno pienamente dimostrato.

Il programma è continuato con la Viola di Ada Meinich ad accompagnare il Clarinetto nell'esecuzione del Preludio, Allegro, Pastorale di Rebecca Clarke.
Anche in questo caso l'atmosfera domestica non si è interrotta.
La violista scandinava- in un certo senso- è di casa. Oltre a collaborare musicalmente con Dimitry Ashkenazy ne è compagna e madre dei due figli: si resta in famiglia. Non è di certo un caso che il brano scelto sia stato destinato dall'autrice all'esecuzione da parte del cognato e della sorella, ovvero alla celebrazione di un'armonia familiare.
Quello che affascina di questa partitura è l'affiatamento tra le due parti.
Il preludio, scritto in stile neoclassico, è un affascinante esercizio simbiotico tra i due strumenti, con linee melodiche costruite su intervalli ampi e continue interazioni ritmiche tra gli strumenti.
L'Allegro, di certo il momento più interessante dell'intera partitura, ha un sapore modernista con gli intervalli ampi del Preludio che esplodono in un vigoroso gioco ritmico tra clarinetto e viola.
Il brano si chiude con una più misurata Pastorale di stampo inglese in cui emergono elementi gli timbrici propri di ogni strumento.

La Meinich è una violista vigorosa, di buon temperamento espressivo e dalla comunicativa istintiva e immediata che non eccede mai in eccessivi personalismi.
Dimitry ha dalla sua uno stile più misurato e una vispa curiosità musicale che gli permette di cimentarsi ottimamente con diverse esperienze musicali.
E' bello vedere i due suonare. Il loro carattere converge in musica partendo da sensibilità esecutive diverse lasciando alla platea un senso di grande sintonia.

Prima dell'intervallo c'è ancora un brano per pianoforte e clarinetto. I Fantasistykker di Niels Wihlem Gade, ovvero quattro pezzi fantastici per clarinetto e pianoforte op.43.

Scritti nel 1864, sono per stessa ammissione del compositore un omaggio alla musica schumanniana, di cui conservano il carattere familiare che esalta l'interplay tra gli strumenti. Non sono, però, un esercizio manieristico di copismo romantico.
Le linee melodiche e l'atmosfera generale del brano, infatti, conferiscono alla partitura un carattere scandinavo. E' stato un piacere vedere i due Ashkenazy suonare.
Quando la qualità esecutiva è così alta si gode appieno della scoperta di brani raramente inseriti nei programmi.

La seconda parte del programma è dedicata alla Sonata per Viola e pianoforte Op.147 di Dimitrij Shostakovic.
La partitura, di rara bellezza, venne scritta nel 1975 e completata pochi giorni prima della morte del compositore (avvenuta il 9 Agosto). Fu dedicata a Fjodor Druzinin, un violista sovietico membro del quartetto Beethoven.
La sonata è un felice connubio di carica emotiva e spirituale, unita a raffinati elementi tecnico-compositivi e a notevoli difficoltà esecutive. Ma il virtuosismo della Viola, di cui si esplorano tutte le potenzialità tecniche e dinamiche, non appare mai fine a se stesso.

La sonata si articola in tre movimenti dalla successione di andamenti lento-veloce-lento.
L'Andante iniziale si apre con una serie di pizzicati della viola, accompagnati dal pianoforte a cui segue un primo soggetto sviluppato da entrambi gli strumenti. Qui la parte di viola è scritta impiegando effetti particolari quali pizzicato, glissando e tremolo sul ponte.

Il secondo movimento è un Allegretto pieno di fascinosi contrasti. Qui non solo si alternano momenti brillanti e virtuosistici a passi cantabili, ma i contrasti sono anche enfatizzati dal continuo ricorso a figurazioni puntate che si alternano a passaggi in legato. L'ultimo, un Adagio, sicuramente il più intenso dei tre, è pregno di emotività, permeata dalle tematiche del trascorrere del tempo e della morte. In effetti, il 4 Agosto del '75 l'autore venne ricoverato per via del peggioramento delle sue condizioni di salute, avendo scritto solo i primi due movimenti. L'ultimo fu scritto in soli due giorni, poco prima della morte sopraggiunta il giorno 9. Druzhinin ricevette il manoscritto della sonata dai familiari di Shostakovic Il 6 agosto. Ad accompagnarlo c'era un biglietto che sanciva la consapevolezza di essere alla fine della vita.
Tutto ciò è perfettamente scritto in musica. Il continuo uso dei tempi dispari e il ricorso a citazioni, come quella alla sonata op. 27 n. 2 di Beethoven, i cui frammenti tematici si sovrappongono al materiale già sentito nei movimenti precedenti, trasporta l'ascoltatore in un'atmosfera onirica, quasi trascendente. L'intenso cromatismo che segue, quasi dissonante, sembra un inesorabile scivolamento verso la morte. Anche il Do maggiore che chiude non è consolatorio per via del registro grave. Appare, piuttosto, come un chiaro richiamo all'ordine naturale delle cose che vuole la morte come un elemento, l'ultimo, imprescindibile della vita.
La Meinich ha suonato con molta perizia una partitura difficile sia per tecnica che per interpretazione. Il suo stile vigoroso, la dinamica dell'archetto energica e i pizzicati violenti, hanno saputo coinvolgere il pubblico. Vladimir Ashkenazy ha saputo accompagnare (e dirigere) con una non comune sensibilità musicale, guidando i musicisti in dinamica e agogica.
Non si è potuto non rimanere a bocca aperta da questa musica.
Chi si aspettava un recital pianistico (erano in pochi), ha espresso il proprio disappunto in fastidiosi bisbiglii.
Ma sarebbe bastato leggere il programma per rendersi conto della proposta musicale cameristica in cartellone. Per tutti gli altri (e sono la gran parte) c'è spazio per un gustoso bis con i tre musicisti insieme sul palco. Il più bel ritratto di famiglia sugellato dagli applausi del pubblico napoletano.


Ciro Scannapieco

 

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