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Una Petite Messe Solennelle cameristica e autentica al Teatro di San Carlo Stampa E-mail
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Scritto da Dario Ascoli   
Domenica 28 Giugno 2015 00:47

In un primo tempo prevista nella versione orchestrale, la Petite Messe Solennelle di Rossini ha completato il dittico operistico-sinfonico al Teatro di San Carlo di Napoli , che ha sulle scene La Cenerentola, nella versione originale, cameristica, con due pianoforti, harmonium, 4 soli e coro da camera.
Ha così avuto opportunità di salire sul podio il M° Marco Faelli, direttore del Coro del Teatro di San Carlo; un quartetto vocale superlativo con Carmela Remigio (S), Chiara Amarù (A), Dmitry Korchak (T) e Mirco Palazzi (B), Vincenzo Caruso e Alessandro De Simone (pianoforti) e Giovanni Imparato (Harmonium), il Coro del Teatro di San Carlo, il 27 giugno 2015 hanno offerto ad un pubblico, competente ma non numeroso quanto il programma avrebbe meritato, un'interpretazione di grandissimo livello, quale un Tempio della Musica merita.
Solo il giorno precedente il concerto il M° Gabriele Ferro aveva rilasciato la dichiarazione, alla luce dei fatti profetica, con cui annunciava la sofferta rinuncia: "Sono molto dispiaciuto di non poter essere sul podio per questo concerto cui tenevo moltissimo, soprattutto dopo aver inaugurato la stagione sinfonica di questo Teatro che tanto amo. Tuttavia, avendo riportato una piccola indisposizione che mi ha molto debilitato, ho ritenuto opportuno concentrare i miei sforzi esclusivamente su La cenerentola, per salvaguardare innanzitutto la messa in scena delle numerose repliche che mi vedranno impegnato al San Carlo fino al 30 giugno. Per far ciò mi vedo purtroppo costretto a non sottopormi a sforzi eccessivi, evitando di sovrapporre agli spettacoli serali le prove di cui un appuntamento sinfonico del genere necessita. Sono felice però che il maestro Faelli esegua la partitura originale così come l'aveva pensata Rossini e sono certo che dirigerà sapientemente la sua compagine, creando un'occasione interessante per il pubblico di ascoltare la versione originale della Petite Messe Solennelle"
Pécheés de vieillesse è un corpus in cui la Petite Messe Solennelle occupa una posizione di grande rilievo, collocandosi nell'ultimo lustro di vita del pesarese, essendo datata 1863.

La Petite Messe Solennelle, nella prima versione, è scritta per 4 solisti, un coro di 8 cantanti, 2 pianoforti e un armonium; 12 cantanti dei 3 sessi, come indica l'autore, chiedendo scusa al Signore se alcuni interpreti dovranno cantare "con voce falsa".
Un omaggio anacronistico alla prassi che voleva che le donne tacessero in chiesa, un tributo incompleto per la simultanea presenza di voci femminili: un ponte tra il settecento dei grandi interpreti evirati e la seconda metà dell'800 dominata dalle voci eroiche verdiane e wagneriane. Si immagina facilmente come l'esecuzione della Petite Messe (e dello Stabat Mater quasi coevo) richieda vocalità di straordinaria capacità tecnica, in grado di ornamentare belcantisticamente, ma anche di ascendere all'acuto con vigore.
Per tale motivo la versione cameristica dell'ultima messa di Gioachino Rossini si è fatta a lungo preferire a quella strumentata dallo stesso autore per orchestra sinfonica ed eseguita postuma il 24 febbraio 1869 al Théâtre Italien di Parigi.
Il Maestro fu sollecitato a realizzare la versione per orchestra e taluno ritiene che se egli, alla fine, si sia convinto a porvi mano, sia stato esclusivamente per evitare che altri lo facessero in sua vece post mortem, come con tono ironico ma sincero lo stesso Rossini dichiarò.
Sia quel che sia, oggi le due versioni coesistono nei cartelloni dei teatri e nei cataloghi discografici, anche se vi è un netto prevalere della versione cameristica, anche nelle preferenze del pubblico dal palato più fine, meglio disposto a percepire le sfumature vocali con un accompagnamento più sobrio.
Dall'epistolario apprendiamo che il Maestro provvide a "strumentare all'antica" affinché "altri non la strumenti alla moderna".
La versione con due pianoforti ed armonium è quella che si fa preferire, non solo per mere questioni di budget, ma vale la pena di osservare come l'edizione orchestrale data alla stampa è emendata in alcune note ed alterazioni, probabilmente rimaste vittima di refusi nella stesura quasi domestica per i pianoforti, e quasi certamente, invece, correttamente eseguite, ad onta di quanto riportato sulla carta, dai primi interpreti della composizione.
Chiunque abbia composto, soprattutto se senza avvalersi di mezzi informatici, sa quanto sia frequente la dimenticanza di alterazioni transitorie o l'omissione di pause, che, anche alla ripetuta esecuzione da parte dell'autore stesso, rimangono inosservate. Lode ai copisti e ai correttori di bozze, a cui si deve la sopravvivenza di tanti capolavori della musica (pensiamo a Giuseppe Sigismondo e alla famiglia Weber).
Il Maestro pesarese è provato che non se ne sia servito a Passy, per cui il solo motivo oggettivo di preferenza alla versione orchestrale a stampa, è, o meglio era fino al diffondersi delle edizioni critiche negli ultimi decenni del XX secolo, la maggiore accuratezza della ortografia musicale. Appare quasi inverosimile che un capolavoro della musica, composto nella seconda metà dell'800, sia stato per quasi un secolo avvolto in una nebbia di incertezza editoriale.
In realtà la stessa originaria destinazione privata della partitura, come si accennava, indusse l'autore ad una grafia accurata solo quanto bastasse alla lettura di musicisti esperti e sotto la vigile guida dell'autore.
Dedicata ai conti Pillet-Will, la prima esecuzione avvenne il 14 marzo 1864 alle ore 22, per un uditorio di soli invitati. A proposito, invece, della prima esecuzione della versione orchestrale, Philip Gossett pone l'accento su un particolare cronachistico interessante: "Rossini avrebbe potuto godere uno spettacolo raro che alcune persone particolarmente attente hanno notato : una Messa cattolica eseguita alle 10 di sera, di fronte ad un pubblico di donne vestite con sfarzo e sensualità, per la cerimonia di inaugurazione di una villa di un nobile protestante, alla presenza del nunzio pontificio, dell'ambasciatore di Turchia, musulmano, con la direzione di un musicista ebreo (Jules Cohen)".
Poco tempo dopo la morte del Maestro pesarese, nel 1868, Olympe Pélissier, ultima M.me Rossini, vendette i diritti di esecuzione pubblica della Messe all'impresario Maurice Strakosch, che non perse tempo a produrre la prima esecuzione della versione orchestrale il 24 febbraio 1869, presso il Théatre Italien di Parigi, quindi in una situazione del tutto laica, a causa del rifiuto del Papa di eseguire musica cantata da donne in una chiesa cattolica.
Curiosità astrologica quella che fa ruotare le prime esecuzioni della Petite nel segno dei pesci, che, d'altra parte è quello natale di Rossini.
In conseguenza, ma crediamo in concomitanza, venne redatto uno spartito per voci e pianoforte  che fu pubblicato a 
Parigi da Brandus & Dufour  con l'autorizzazione di Maurice Strakosch; analoghe puubblicazioni furono realizzate da Chappell a Londra, da Oliver Ditson a Boston e da Ricordi di Milano; fatto sta che la fonte delle stesse era non il manoscritto, ma la riduzione vocal-score dalla partitura orchestrale, così che per decenni le esecuzioni da camera della Petite Messe Solennelle si sono basate su una fonte indiretta e spuria. A complicare ulteriormente la materia controversa delle fonti giunge l'edizione di Ricordi per un solo pianoforte e harmonium nel 1870, basata non sul manoscritto, oggi custodito a Pesaro, ma sulla riduzione orchestrale, con l'aggravante della presunta filologia che negli esecutori derivava dalla notorietà e dalla nazionalità del prestigioso editore.

Ancora, passeggiando tra prefazioni, diari e corrispondenze troviamo, autografi del Maestro, i seguenti passi molto significativi e caratteristici della personalità rossiniana:
"Buon Dio, ecco terminata questa povera piccola Messa. Io sono nato per l'opera buffa, Tu lo sai bene ! Poca scienza, poco cuore, ecco fatto! Sii dunque benedetto e concedimi il Paradiso ..."
"La Piccola Messa Solenne, a 4 parti con accompagnamento di 2 pianoforti e armonium, è stata composta durante la mia villeggiatura a Passy. Dodici cantanti di tre sessi , maschi, femmine e castrati saranno sufficienti per la sua esecuzione: otto per il Coro, quattro 'a solo', totale dodici cherubini. Buon Dio, perdonami il raffronto seguente. Pure dodici sono gli Apostoli e, rassicuraTi, affermo che nella mia cena non ci sarà Giuda e che i cherubini canteranno nel giusto e 'con amore' le Tue lodi e che questa piccola composizione sarà l'ultimo peccato mortale della mia vecchiaia."
L'anziano Rossini nelle sue ultime composizioni sacre ricercava quello che Gioacchino Lanza Tomasi ha definito "esperanto del classicismo musicale"; il tentativo, che non si può dire non foriero di ottimi risultati, si manifestava da un lato nell'arricchire la tavolozza armonica delle pagine contrappuntistiche, sull'altro versante con l'introdurre brani a cappella in stile severo, di martiniana memoria, in una "zona franca stilistica al riparo dell'Attualità e dell'Aggiornamento" (G.Lanza Tomasi da "Rossini: l' uomo, la musica" di G.Carli Ballola – Bompiani Editore).
La Petite Messe si è per molto tempo ritenuto abbia interrotto un lungo silenzio creativo del Maestro; recenti acquisizioni, se non confutano del tutto, minimizzano lo iato tra le ultime composizioni "italiane" e quelle del soggiorno di Passy.
Di sicuro Rossini ebbe modo di meditare sulle evoluzioni linguistiche e formali della musica della seconda metà del XIX secolo e proprio nella Petite Messe egli "forza" la coesistenza della forma-sonata matura (Qui tollis) del doppio canone Christe), rondò-sonata (Quoniam) e sezioni omoritmiche come il Kyrie che si contrappongono a numeri fugati (Cum Sancto Spiritu; Et vitam venturi saeculi).
L'edizione del Teatro di San Carlo diretta da Marco Faelli ha ripristinato la partitura che si ritiene originaria e autentica, anche riprendendo i collegamenti tra i brani affidati all'harmonium, suonato con impegno da Giovanni Imparato, pronto a rispondere alla improvvisa chiamata, in conseguenza delle vicende di cui si è detto; qualche accordo eseguito con "timidezza", ad esempio nel Qui tollis, ma in complesso una convincente prova.
Eccellente Vincenzo Caruso, al Primo pianoforte, abile nel trarre con equilibrio arcaicismi e protoromanticismi diremmo "tardi", del Prélude Religieux.
Professionale e ben adeguata alle voci anche l'accompagnamento di Alessandro De Simone, al Secondo pianoforte.
Carmela Remigio nasce come soprano mozartiano e rossiniano e, pur essendo molto maturata timbricamente e nell'estensione, conserva la nitida articolazione, il filato, l'accuratezza di intonazione, la messa di voce, che ne fanno un'interprete di eccellente levatura; il Crucifixus, con sfoggio di dinamiche amplissime dal sussurrato al forte, ha  emozionato gli ascoltatori e, visibilmente, i coristi e il direttore Faelli.
Diverso clima musicale, ma stessa maestria ha sfoggiato il soprano abruzzese in O Salutaris Hostia.
Bel colore e ottima musicalità quelli di Chiara Amarù, nominalmente contralto, ma con velluto mezzosopranile; alla cantante siciliana è toccato il privilegio di interpretare il meraviglioso Agnus Dei, che conclude la Petite Messe Solennelle. Pure nei brani di assieme, anche grazie alla sapienza dei colleghi, la Amarù ha bene impressionato.
Non scopriamo oggi Dmitry Korchak, ammirato in pressoché tutti i ruoli tenorili rossiniani e mozartiani; al lui è toccato il brano più "lirico" della partitura, quel Domine Deus, che se non presenta acuti e sovracuti, staziona su tessiture medio-alte e non fa mancare nemmeno l'opportunità di esibire salti impegnativi.
Nessun problema per il tenore russo, puntuale ad ogni appuntamento.
Ultimo per registro vocale, Mirco Palazzi è stato un basso che non ha lesinato virtuosismi e persino fioriture nei da capo di Quoniam, Tu solus Sanctus; voce sonora e linea di canto impeccabile.
Il Coro del Teatro di San Carlo, presentatosi, come si dovrebbe sempre in repertori sinfonici, in formazione paritaria tra le quattro voci reali, è stato preciso nei brani contrappuntistici e brillante in quelli omoritmici, sempre bilanciato nel rapporto con i soli; anche per la compagine diretta da Faelli un pomeriggio da incorniciare e sicuramente un significativo biglietto da visita per il neo-direttore artistico Paolo Pinamonti.
Marco Faelli è musicista competente e guida precisa, a questo aggiugiamo la discrezione nel limitare il proprio ruolo nei brani puramente solistici: gran signore.
E' emersa una Petite Messe Solennelle che nei brani corali ha ritrovato rigore e compostezza da stile severo, mentre nei numeri solistici pathos e sentimento hanno prevalso; un'alternanza suggerita dalla scrittura e valorizzata da Faelli e da tutti gli interpreti.

Dario Ascoli

 

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