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“Hallo” di e con Martin Zimmermann per il Napoli Teatro Festival Italia Stampa E-mail
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Scritto da Alessandra Bernocco   
Sabato 27 Giugno 2015 10:41

Quando si dice performativo. Quel genere di spettacolo si chiama così perché performa lo spazio, cioè conferisce ad esso un senso nuovo, diverso, imprevisto e imprevedibile eppure cogente, pertinente benché reinventato, quel genere, dicevamo, esiste.
Ce lo ha ricordato Martin Zimmermann con la performance (appunto) presentata al Teatro Mercadante per l'ottava edizione del Napoli Teatro Festival Italia, dove l'artista si era già fatto conoscere in coppia con Dimitri de Perrot nel 2010 e nel 2013.
Ma questa volta è ritornato da solo e lo ha fatto con uno spettacolo che si intitola Hallo, come il saluto più easy di tutti in cui ha cercato "di dar vita ai molteplici modi in cui ognuno di noi cerca di essere se stesso".
Hallo si svolge all'interno di una vetrina che rimanda, sia pur non in mondo realistico, al mondo del consumo e più in generale al "tema dell'apparenza e del desiderio di riconoscimento".
Ma non è tanto questo che importa.
Quello che interessa di più del lavoro di Zimmermann e con lui di Sabine Geistlich, coautrice di questa drammaturgia dello spazio, è il rapporto dialettico tra corpo e scena, "due elementi strettamente legati" e interdipendenti perché è "l'urto tra il corpo, la scena e gli oggetti a far nascere il contenuto".
Ecco, appunto, il contenuto. Nelle performance di Zimmermann si può persino rintracciare un contenuto.

Il suo performativo è causa ed effetto di un contenuto. Non già la tara che resta dopo avere sottratto la parola, la danza, il canto, la musica e se ancora non bastasse il suono e la voce, paghi di una targa di moda (performer) che serve a dare una mano di vernice al nulla.
Qui c'è un uso sapiente e consapevole del proprio corpo, che diventa strumento plastico di modificazione di sé e dello spazio circostante, capace di descrivere ed evocare stati fisici ed emotivi -la costrizione, anche buffa, all'interno di una scatola smontabile, lo sforzo di sollevare un peso che ci schiaccia, il sollievo di afferrare al volo un oggetto che sta per cadere, il dolore provocato da un asse che ci casca sui piedi - sono tutte sensazioni raccontate senza equivoci, con una precisione che attinge probabilmente a studi di mimo, metabolizzati e ricreati all'occorrenza.
C'è una cura e una memoria del gesto assoluta, ci sono movimenti abbozzati che ne innescano altri, equilibri sfidati e recuperati in extremis, e c'è un gioco di doppio ottenuto con un servo di scena non annunciato che si rivela come tale solo verso la fine.
"La vita è assurda -si legge nell'intervista sul programma di sala - ma io trovo le assurdità incredibilmente interessanti".

Alessandra Bernocco

 

 

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