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“Dinamo” di Claudio Tolcachir Stampa E-mail
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Scritto da Alessandra Bernocco   
Mercoledì 01 Luglio 2015 16:13

 

Vivere insieme senza saperlo. E' quello che capita alle tre protagoniste di Dinamo, lo spettacolo di Claudio Tolcachir che ha chiuso al Mercadante l'ottava edizione del Napoli Teatro Festival Italia, che lo ha anche coprodotto dopo il successo che il regista argentino ottenne nel 2012 nell'ambito del focus appositamente dedicato.
La prima a palesarsi allo spettatore è una donna in tuta da ginnastica, non proprio in forma, che bussa insistentemente alla porta di una roulotte sperduta in mezzo al nulla sperando di rimediare un po' di accoglienza.
Lì, in un allegro disordine pieno di colori, vive una ex performer in crisi creativa che apprendiamo subito essere la zia.
Esuberante e gioviale la prima, ruvida e spigolosa la seconda, potrebbe fare il verso a ruspanti emule di Patty Smith, capelli lunghi e grigi, occhialoni neri, jeans, scarpacce, lattine di birra tracannate al computer e ogni tanto un repentino sbalzo di umore, e una vena da cui zampilla la nostalgia di una figlia dei fiori sorpresa a cantare in un esperanto che varca i confini.

Tra le due una terza che sbuca da un pensile come una ladra, ma si muove con l'agio di chi conosce bene l'ambiente in ogni sua nicchia, che finirà per mostrare via skype al figlio lontano, tra una rimpatriata nei pensili e una fuoriuscita sul tetto dove si arrampica per stendere i suoi abitini.
Intanto la prima si interroga senza rispondersi sulle cause reali del presunto suicidio dei suoi genitori, probabilmente da ascriversi a una sua memorabile sconfitta a un torneo di tennis.
Si interloquisce ben poco, in questo testo surreale e grottesco, e lo si fa mescolando un po' di spagnolo e una lingua inventata restituita con un variegato pentagramma di intonazioni e colori.
Si concede ai silenzi e ai suoni metallici che insieme all'uso impertinente di piccoli strumenti di tecnologia quotidiana -computer e cellulari usati come telecomandi per silenziare o innescare pseudoconversazioni - contribuiscono a creare un'atmosfera 'aliena', come se dei mostri provenienti da chissà quale altro pianeta agissero sotto spoglie simili a noi.
Gli alieni sono tra noi o siamo proprio noi? Sembra un po' questa la domanda che serpeggia disattendendo proporzioni e rapporti di causa-effetto, e se la risposta è pleonastica arriva però facendo ridere e sorridere molto.
Grazie a tre interpreti davvero grandiose, immuni da ogni narcisismo e autocompiacimento, capaci di muoversi incuranti e sicure di essere spiate dal buco della serratura. Sono Daniela Pal, Marta Lubos, Paula Ransenberg.
Le musiche sono suonate in scena da Joaquin Segade che ne è anche l'autore.
La scenografia è di Gonzalo Cordoba Estévez.

Alessandra Bernocco

 

 

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