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Scritto da Alessandra Bernocco   
Martedì 14 Luglio 2015 18:06

 

 

Il viaggio ha inizio nella sacrestia di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco e vi si accede dal retro, al termine di un vicolo senza uscita.
Siamo a Napoli, zona Tribunali, e nessuno spazio avrebbe potuto accogliere meglio Opera pezzentella, il poderoso lavoro di Mimmo Borrelli prodotto dal Teatro Mercadante e risultato di una capillare ricerca durata due anni, che ha grandemente attinto alle leggende popolari della sua terra flegrea, e in particolare a quelle legate alle anime dei trapassati, al loro rapporto con i vivi, ai riti in cui si richiedono grazie e protezione.
Le anime pezzentelle sono le anime abbandonate, quelle di cadaveri insepolti dei morti di peste nel Seicento, le cui ossa vennero sottoposte a ricognizione solo in epoca successiva, suggellando legami elettivi tra i morti e i vivi che sceglievano una capuzzella ovvero un teschio a cui riservare fiducia e devozione.
In questo spettacolo nato in sede di laboratorio con un gruppo di undici giovani e bravissimi attori sono i morti a raccontarsi ai vivi, e lo fanno da un Purgatorio ardente come l'Inferno, in cui le anime sono rivoltose e insofferenti, nuovamente abbandonate da fedeli dimentichi di onori e preghiere.
E c'è davvero, in questa esasperata irruenza, qualcosa che ci coglie impreparati: "impreparati- ci anticipa Borrelli nel programma di sala- ad accogliere il loro grido".
Avvezzi a un'idea di purgatorio come luogo di rassegnazione e attesa paziente, intermezzo di stasi e ravvedimento lento, ci troviamo scaraventati in una sorta di limbo ma un limbo di tormenti e di espiazione che non annuncia nessuna salvezza, che anzi trascina verso il basso e rende impossibile il pensiero stesso di una via di uscita.
C'è qualcosa che bolle e che allo stesso tempo ristagna in queste anime straziate e vivide di memoria mentre confessano i loro peccati agli astanti silenti, che dalla sacrestia hanno raggiunto la navata centrale insieme ai cinque guardiani che li avevano intercettati, arrampicati sulle credenze, prima di spalle, ognuno emettendo una sorta di mantra identificativo e insistito, poi voltandosi a cercare tra loro una consonanza remota. Sono scortati da una giovanissima donna, quasi una bimba trafelata e selvatica, forse proprio la novella Lucia che sola può placare le ire di Satana rinnovando il sacrificio di una giovane sposa morta prima di consumare.
Simbolo di purezza e condottiera di anime, si racconta che ogni cento anni il Purgatorio abbia bisogno di una nuova Lucia per non precipitare negli inferi.

Ma tutto questo viaggio sembra ci conduca negli inferi, fino all'ultimo stadio quando attraverso due scale perigliose scendiamo nell'ipogeo dove si compirà il sacrificio salvifico, di fronte a un Caronte in tenuta malavitosa (lo stesso Borrelli che si è riservato un piccolo ruolo accanto agli undici attori).
Nella chiesa vissuta nei suoi poliedrici spazi, negli anfratti, confessionali, balaustre, ci sono passati davanti superbi, invidiosi, accidiosi, iracondi, avari, golosi, lussuriosi, uniti in una lingua pietrosa non smussata dal verso.
Agli attori è stato chiesto un grande dispendio fisico e vocale, un'altissima tenuta di concentrazione ed energia, e la capacità di dare vita a un'articolata drammaturgia della voce e dei corpi, cercando intonazioni, suoni, posture e camminate precise. Coperti di vesti stracciate, di maschere, brandendo lance, snocciolando corone del rosario fuori misura, evocando le convulsioni scomposte dei tarantolati, sono riusciti a trovare, nella caratterizzazione incombente, una sincerità emotiva che ha commosso.
Sono Paolo Fabozzo, Federica Altamura, Enzo Gaito, Andrea Caiazzo, Renato De Simone, Isabella Lubrano, Sara Scotto di Luzio, Sara Guardascione, Veronica D’Elia, Riccardo Ciccarelli, Lucienne Perreca.

Alessandra Bernocco

 

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