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Scritto da Marialaura Di Lucia   
Domenica 19 Luglio 2015 11:37

 

Il 16 luglio 2015 al Real Orto Botanico di Napoli la rassegna Brividi d’estate a cura di Il pozzo e il pendolo ha ospitato lo spettacolo Almost famous di Rosaria de Cicco e Vincenzo Coppola.
Cinque sono i titoli che compongono lo spettacolo cui Rosaria de Cicco dà voce e anima e che l’attrice napoletana sfoglia - letteralmente - sulla scena dal suo block notes gigante, collocato a latere sul proscenio. Sono cinque brevi monologhi - commentati dalle musiche di Mariano Bellopede - tratti dalle opere di altrettanti autori napoletani. Sono nell’ordine: Caterina scappa sca’ di Annapatrizia Settembre, Il fatto più bello di Massimiliano Virgilio, Macedonia e Valentina di Pasquale Ferro, Maria di Carmela di Annibale Ruccello e Le storie che finiscono di Maurizio de Giovanni.
Protagonista è l’universo donna declinato nel suo rapporto con l’uomo, l’atavico amico/nemico, il compagno di vita che, presto o tardi, mostra dietro il velo della quotidianità il lato oscuro della luna, quello di carceriere, aguzzino, sfruttatore cinico, sadico maniaco, così come la persona incontrata una sola volta sulla propria strada ma che lascia un segno per la vita (quando non una vita umana come “contrassegno”).
La violenza, fisica e psicologica, da un lato, e la volontà disperata ma inerte della donna di affrancarsene, dall’altro, definiscono il carattere distintivo di questo rapporto nel primo quadro messo in scena da Rosaria de Cicco, che estrapola e sintetizza dal romanzo di Annapatrizia Settembre l’essenza della protagonista, oggetto di torture “d’amore” da parte del marito.
Nel secondo episodio, invece, protagonista è la maternità - e tutto quanto ne gravita attorno - raccontata da Stella, una vaiassa quasi uscita da La Gatta Cenerentola,mentre cerca invano di stabilire un dialogo con la figlia Luna. L’uomo è il grande assente, colui che ha lasciato il “segno” e un vuoto che la donna da sola tenta di colmare nel rapporto con l’unica figlia, frutto dell’errore, a sua volta prematuramente gravida.
Maria “la sporca” invece è sola, dopo aver perso la madre. Sola con i suoi quarant’anni e con la paura che Marittiello sia pronto anche ad ucciderla per impossessarsi del tesoro che la madre le ha lasciato in eredità. Ma la forza di sbarazzarsi del suo persecutore sarà premiata dalla riconoscenza che la gente del quartiere tributerà a Maria, da “zezzosa” divenuta eroina, per aver affrancato tutti dalle catene di un usuraio.

Tuttavia, non c’è solitudine paragonabile a quella di Maria di Carmela e a chi, come lei, il mondo lo attraversa solo fisicamente, vivendone uno totalmente parallelo nei labirinti siderali della malattia mentale. L’unico mondo in cui l’uomo può prendere le sembianze dello Spirito Santo per fare visita a lei, Maria di Carmela, ovvero la Madonna in persona, nata a Nazaret, “vicino Caivano”.
Con l’ultimo quadro si cambia completamente registro e ci spostiamo nei salotti della Napoli bene. «Delle storie che finiscono si ricorda solo la fine», aveva detto una volta lo scrittore di teatro ai suoi amici “pseudointellettuali”. Una sonora “cazzata” secondo la moglie, la donna che da anni dà voce ai mediocri racconti di quell’uomo il cui unico interesse è alimentare il proprio ego già smisurato.
Lei, invece, che in quanto donna è “istituzionalmente dotata di memoria e di intelletto”, ricorda tutto, in particolare l’umiliazione di non vedersi mai riconosciuto il proprio talento dall’uomo che ama e per il quale non è altro che un mezzo di lucro. Interpretando il brano Il tagliacarte di Riccardo Cocciante, la protagonista decide finalmente di prendersi la sua rivincita, insieme alla sua vita, piantando l’oggetto della canzone nel cuore del suo uomo, gesto che sigla una vittoria con cui la donna in qualche modo risarcisce il genere femminile della sua ritrovata dignità.
Rosaria de Cicco è un mostro di bravura attoriale, oltre che persona di raffinata sensibilità - alla fine dello spettacolo ha salutato il pubblico con un pensiero rivolto all’Assessore alla cultura di Napoli, Nino Daniele, colpito di recente da una disgrazia familiare.
Per tale motivo lo spettacolo non si è concluso con il consueto numero cabarettistico, co-firmato da de Cicco e Coppola così come lo è anche il monologo iniziale di cui sentiamo soltanto la voce fuori campo della protagonista in absentia (si tratta, anche in questo caso, di una donna di spettacolo che ambisce ad avere il suo posto al sole tra le stelle del cinema, in ritardo per la presentazione del nuovo libro di Özpetek, che lei chiama confidenzialmente - non si sa con quanto fondamento - “Ferzan”).
Con la sua prorompente presenza scenica, Rosaria de Cicco, trainante, carismatica, viscerale, ha dato vita in questo spettacolo a cinque storie di personaggi minori, che conducono una vita, per così dire, in sordina quando non all’ombra di qualcun altro, un uomo. Le donne che si alternano in questo racconto ben rientrerebbero nella deandreiana schiera di “anime salve”, di spiriti solitari o ridotti alla schiavitù della solitudine - sociale, psicologica, interiore - per non possedere la forza che le aiuterebbe a lottare e a farsi spazio nel mondo, ma prima di tutto ad affrancarsi dal proprio tiranno. In questo senso leggiamo il titolo di questo spettacolo che pulsa di vitalità grazie alla brillante performance di Rosaria de Cicco - ne ricordiamo anche le sue doti di cantante, dal colore vocale caldo e graffiante, di cui dà prova nei due brani di apertura (Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni) e di chiusura (Il tagliacarte di Riccardo Cocciante).
Eppure nell’avverbio del titolo non possiamo non leggere uno spiraglio di luce positiva che viene a illuminare il grigio retroscena di queste storie. Il finale, che abbiamo rivelato, ci incoraggia in questa direzione.

Marialaura Di Lucia

 

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