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Scritto da Marialaura Di Lucia   
Martedì 21 Luglio 2015 19:55

 

 Applauditi caldamente dal pubblico non intimorito dalle temperature anticicloniche, Paolo Cresta, Nico Ciliberti, Antonello Cossia e Rosalba Di Girolamo hanno riportato nel castello del Reale Orto Botanico di Napoli un titolo a cui la rassegna Brividi d’estate - quest’anno giunto, lo ricordiamo, alla XV edizione - non sa e non vuole rinunciare. Parliamo di Cronaca di una morte annunciata.
Lo spettacolo diretto da Paolo Cresta e replicato il 17, 18 e 19 luglio 2015, è tratto dal romanzo di Gabriel García Márquez, che l’immenso Francesco Rosi, sei anni dopo l’uscita dell’opera, portò sul grande schermo con un cast d’eccezione (Ornella Muti, Irene Papas, Rupert Everett, Gian Maria Volonté, Anthony Delon e Lucia Bosé), le musiche di Piero Piccioni e la sceneggiatura scritta a quattro mani da Rosi e Tonino Guerra.
Un film che, nell’opinione di Rosi (leggiamo da studi condotti recentemente sul rapporto tra il romanzo e la sua trasposizione cinematografica), risultava troppo filologico, troppo aderente al testo di partenza e, pertanto, troppo letterario. Al punto da farlo apparire lento, ingessato, soffocante quella tensione che, al contrario, si percepisce vividamente leggendo il romanzo e che, trattandosi di un genere a metà tra il giallo e la tragedia, si pone come il segno distintivo di tutta l’opera.
Un flop, in definitiva (l’autocritica di Rosi fu piuttosto severa), scaturito dichiaratamente dal timore di accostarsi a un tale monumento della narrativa - scritto da un amico, per giunta - e di violarlo quando non tradirlo.
Come non comprendere, d’altronde, i grattacapi di un regista di simile statura quando il rapporto con lo scrittore è praticamente di uno a uno.
Veniamo allo spettacolo.
Sul palco allestito nel cortile del castello tre personaggi sono seduti in silenzio con le gambe penzoloni. Stanno per assistere al compimento di una tragedia. In alto, alla sinistra del palco, la madre di Santiago Nasar, il ricco ventunenne di origini arabe, giustiziato dai fratelli di Angela Vicario per fatti d’onore, grida alla vista del figlio appena divenuto cadavere con una sfilza di pugnalate all’addome.
La tragedia a cui assistono i tre personaggi sul palco è duplice o, potremmo dire, a due cerchi concentrici: Plácida Linero oltre al dolore di sopravvivere al figlio, agevola fatalmente il compimento del suo assassinio sbarrando il portone un attimo prima che Santiago toccasse la soglia di casa, credendo il figlio già al sicuro nella sua stanza.

Una tragedia dell’assurdo – che tanto più fa rabbrividire in quanto è ispirata a un fatto di cronaca realmente accaduto trent’anni prima – di cui non è facile individuare i veri responsabili. Incluso il Fato.
Se è vero, infatti, che il delitto è stato commesso alla luce del sole, in pieno giorno davanti a una folla messa al corrente dagli stessi fratelli Vicario sulle loro intenzioni, è anche vero che una serie di circostanze fortuite ha impedito che quelle intenzioni giungessero per tempo alle orecchie di Santiago e di sua madre, scongiurando l’irreparabile.
Troppo tardi, insomma, perché Santiago, impassibile nella sua dichiarazione di innocenza (non sappiamo dire se si sia trattato di ingenuità o di spavalderia), prenda seriamente in considerazione la notizia che lo vogliono ammazzare attribuendole il peso che tutti, meno che lui, ormai le danno.
Sin dall’inizio Santiago è un morto che cammina e, come dice uno dei fratelli Vicario a Cristo Bedoya un attimo prima di consumare il delitto, “Un morto non spara”.
Le quattro figure che si muovono nel cubo caldo-umido della scena – la luce gialla e rossa, le musiche latine, i movimenti lenti, le voci suadenti, tutto contribuisce a restituire l’atmosfera sudamericana che il romanzo trasuda e che la visione di Paolo Cresta ha reso credibile - sono attori e spettatori della tragedia, sono a turno personaggi e narratori, sono la voce della folla, quella delle vittime designate e dei carnefici. Drammaturgicamente la linea perseguita non poteva che essere quella del romanzo, che è prima di tutto una cronaca.
E in pieno stile cronachistico, quando il tempo della storia avanza e quello del racconto rallenta, i quattro si compongono in una sorta di tableau-stase, in piedi o seduti sulle quattro sedie - unici elementi “mobili” di una scenografia di per sé scarna in quanto già beneficiaria della scenografia naturale del castello. Ma quando è il dramma a prendere piede, quando la cronaca lascia il posto alla tragedia e si rituffa nella spirale rocambolesca della storia, attraversata da continue incursioni prolettiche e analettiche, la cornice si frantuma, la composizione degli attori cambia, si rimescolano i rapporti finzionali e nelle scene clou la quarta parete tradisce la sua natura fatta d’aria, lasciando che la tragedia inondi tutto.
Accostarsi a un totem della letteratura, come in questo caso è Cronacadi una morte annunciata, non è mai un’impresa facile. Per tale motivo quello che ha dato Paolo Cresta nel suo adattamento - e con lui Ciliberti, Cossia e Di Girolamo - è, credo, una prova di coraggio, prima ancora che di talento.
Il coraggio di aver lanciato la nave in un mare popolato da mille sirene: un viaggio periglioso ma irresistibile.

Marialaura Di Lucia

 

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