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A Castel Nuovo è caccia alle streghe Stampa E-mail
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Scritto da Marialaura Di Lucia   
Sabato 08 Agosto 2015 01:26

 

Le prime impressioni, varcato l'arco trionfale di Castel Nuovo con la fotografia marmorea della conquista di Napoli da parte di Alfonso d'Aragona, sono senz'altro positive.
La piazza interna del castello ci sembra subito il luogo giusto per una storia di streghe, quella raccontata da Malìa. Il vero volto dell'inquisizione, andato in scena il 2 agosto 2015 per la drammaturgia e la regia di Livia Bertè, con la direzione artistica di Ilaria Vitale.
Le vicende narrate risalgono ai primi anni del XVII secolo e ci traghettano in un villaggio del nord della Spagna, Logroño, dove a turbare la pace degli abitanti è giunto il tribunale dell'Inquisizione.
Il fenomeno della stregoneria che ha interessato l'Europa dai cosiddetti secoli bui fino alle soglie dell'Illuminismo è cronaca attestata e documentata da atti ufficiali. Molto si sa delle pratiche stregonesche e delle misure adottate dai tribunali dell'Inquisizione per debellarle. Numerose sono anche le testimonianze iconografiche delle torture inflitte a queste donne - in molti casi innocenti - con lo scopo di estorcere da loro confessioni, per poi essere condannate a bruciare sui roghi.
Quanto la letteratura abbia attinto da un tale calderone di storie per ricamarne sopra fole e leggende è un fatto noto e l'Italia non è rimasta immune da tale “contagio” (si pensi alle celebri streghe di Benevento, Cerreto Sannita, Montoro, Capri e, salendo più a nord, anche a quelle di Brescia o della Valcamonica).
Ma il Paese in cui l'Inquisizione ha agito con maggiore solerzia che altrove è stato appunto la Spagna, da quando i cattolicissimi Ferdinando e Isabella ne vollero fortemente l'istituzione, inizialmente rivolta contro i conversos.
Storicamente la Spagna ha un legame diretto con Napoli, per cui non occorre lavorare molto di fantasia per catapultarsi dal castello angiono al villaggio di Logroño quattro secoli prima.
Lo spettacolo è - citiamo dalle note di regia - “u
na mistione di elementi storici e di narrazione romanzata”, dove la vicenda privata e tragica di Desideria, la maliarda innamorata dell'uomo che sarà il suo boia, è calata in un contesto che Livia Bertè ha cercato (con discreto successo) di ricostruire attenendosi quanto più possibile ai criteri di verosimiglianza storica. “I processi, le torture e le formule magiche - ha puntualizzato Bertè - sono riprese tutte fedelmente da documenti storici. Gli inquisitori Juan Del Valle Almarado e Salazar Alonzo Becerra sono personaggi realmente esistiti, hanno operato processi e torture nella città di Logrogno nel 1610. I popolani Maria de Gaxen, Johannes de Lambert e Petri de Juangoregna sono stati realmente processati e condannati, bruciati in pubblica piazza”.
Interpretano i personaggi della storia Danilo Rovani (Inquisitore Juan Del Valle Alamarado), Marcella Vitiello (Amaranta Frias), Francesca Niespolo (Desideria Johannes de Endara), Gianluca Passarelli (Raul Del Valle Almarado), Federica Iacobelli (Nilia de Golarte), Marco Battimelli (Salazar Alonzo Becerra), Alessandro Musto (Damian de Lambert ), Livia Bertè (Melissa Lafarga).
Al di là della trama in sé, il grado d'interesse maggiore dello spettacolo fa leva sull'elemento coreografico, coordinato da Caludia Esposito.
Dell'
ensemble fanno parte: Antonia Baiano (popolana, spirito), Chiara Bertè (popolana, spirito), Claudia Esposito (Maria De Gaxen, popolana, spirito), Chiara Falanga (Johannes De Lambert, popolana), Luisa Leone (popolana, spirito, vergine sacrificale), Valerio Lombardi (Petri De Juangoregna, popolano), Giovanni Palermo (secondo boia) e Giacomo Privitera (popolano).
I costumi sono di Franca Naccarato e Tiziana Sarno, mentre le scenografie sono curate da Valentina Nasti.
Come dicevamo, il luogo si offre come cornice ad hoc per la rappresentazione. Tutto lo spazio del cortile interno del castello diventa funzionale alla messa in scena della storia: la lunga scalinata in piperno che conduce alla Sala dei Baroni (il luogo di rendez-vous dei due amanti); il grande balcone che domina la facciata della Sala (il banco dell'Inquisitore); il porticato sul lato occidentale del cortile (il bosco dove le streghe praticano i loro rituali “prima del solstizio d'inverno”).
Largo castello si trasforma in un unico grande palcoscenico, dove il concetto di quarta parete è automaticamente abolito e dove non ci sono quinte se non quelle create dal buio.
Il buio è elemento vitale della rappresentazione (superfluo sottolinearne il valore metaforico). Si può dire che la luce disegni le traiettorie della storia attraverso le tenebre: così, vediamo le streghe guizzare nel cono di luce verdegialla che taglia diagonalmente il cortile; con l'occhio di bue scrutiamo gli amanti nei loro discorsi e nei loro amplessi; le fiaccole illuminano la processione degli incappucciati che si dirigono ad alimentare il rogo.
Le musiche e i canti che accompagnano i Sabba, la preparazione degli unguenti, le processioni con le fiaccole rappresentano, insieme alle coreografie, la perla di questo spettacolo.
I frequenti imprevisti tecnici di audio e luce, uniti alla dispersione spaziale dell'azione e ad una recitazione che non sempre tiene viva l'attenzione, sono gli unici nei di una rappresentazione che sprizza vitalità ed entusiasmo da tutti i pori. Non tralasciamo di considerare come valore aggiunto la giovane età degli attori e della stessa Livia Bertè, che ha dato forma ad una regia fresca, spontanea, gioviale.
Siamo certi che, una volta ben collaudato, lo spettacolo avrà ottime possibilità di successo. Come ci auguriamo.

Marialaura Di Lucia

 

 

 

 

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