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Das Weisse vom Ei / Une ile flottante di Christoph Marthaler. Venezia Teatro alle Tese per Biennale Teatro Stampa E-mail
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Scritto da Alessandra Bernocco   
Venerdì 07 Agosto 2015 09:59

 

 

Difficile inquadrare gli attori di Marthaler, così sfuggenti a qualunque categoria, schema, scuola di pensiero. Difficile inquadrare i loro personaggi, né moderni né demodé, né veri né finti, surreali, forse, ma anche no, perché a tratti sembrano anzi il prodotto di un iperrealismo un po' sadico e dispettoso.
Grotteschi senz'altro, si muovono in contesti non meno grotteschi, come in questa scena di Anna Viebrock, satura di cose che sembrano tirate fuori da una vecchia soffitta, alla rinfusa, e stipate senza criterio dove si può, sotto gli occhi di torvi antenati immortalati alle pareti, che controllano i loro vecchi soprammobili, l'arpa mai sfiorata, le maschere di un tempo e le mascherate di adesso, in cui ogni cosa appare fuori posto, stonata, eccessiva, polverosa.
E' tratto prevalentemente da La polvere negli occhi di Eugène Labiche Das Weisse vom Ei / Une ile flottante, lo spettacolo che ha debuttato a Venezia, Teatro alle Tese, in prima nazionale il 30 luglio scorso per la 43 edizione della Biennale Teatro, tre giorni prima che al regista venisse consegnato il Leone d'Oro alla carriera 2015.
E la polvere è quella che vicendevolmente si gettano negli occhi due coppie di futuri consuoceri durante l'incontro che precede le nozze dei figli Emmeline e Frédéric, per apparire, manco a dirlo, diversi e migliori da quelle povere anime che sono in realtà.
Protagonisti sono infatti un medico senza pazienti e un pasticcere in pensione, e le loro rispettive famiglie fatte di figli imbranati e mogli inutilmente ornamentali che diventano per Marthaler ghiottissima occasione per irridere alla piccola borghesia in disfacimento, con i suoi tic, manie di grandezza, consumati artifici che sfuggono di mano quando meno te l'aspetti.
Alla sua maniera, cioè con un espressionismo della voce e dei gesti che non disdegna l'iperbole e la caricatura, strizza l'occhio al teatro dell'assurdo, ricordandoci qua e là le relazioni di non senso che corrono tra le due coppie ioneschiane de La cantatrice calva.
Disattendendo abilmente previsioni e aspettative, la drammaturgia curata insieme a Malte Ubenauf, che giustappone francese e tedesco tali sono le lingue e le nazionalità delle rispettive famiglie, prepara in filigrana l'affresco successivo, capace di sterzare in un batter d'occhio dalla comicità più radiosa e frivola a toni scuri e arrugginiti, che un po' inquietano e disturbano, nonostante la farsa sia assolutamente smaccata, perché qualche remota sembianza con i nostri fantasmi riusciamo a intravederla, e il processo è innescato proprio là dove si ride di più.
Siamo sempre all'interno di una partitura sonora di grande efficacia, che regola e ingloba ogni singola mossa e invenzione e che si giova di una irresistibile compagine di attori.

Giocando su sospensioni improvvise, battute ripetute come quando si deve imparare una lingua straniera, richiami modulati secondo volumi e toni diversi, soliloqui interrotti e risucchiati in chissà quale anfratto o ripensamento, filastrocche che mutuano il verso degli animali, ma anche colpi di tosse insistiti, masticazioni rumorose e condivise di granaglie consumate intorno a una tavola apparecchiata, diserzioni in una specie di grammelot più assimilabile a un inglese distante da entrambi, gli attori sanno mettersi alla berlina lasciando perdere tutte le remore, sgombri da qualunque tentazione narcisistica.
Sezionati da una lente impietosa, che deforma e immortala gli atteggiamenti più goffi, i difetti di postura, il fare maldestro, interdetto, compiaciuto nello svolgere banali azioni di routine, gli attori si incastrano nella sedia in quasi mutande, scivolano su una buccia di banana fino a cascare pancia a terra, si ingarbugliano nel cavo elettrico tra la presa di corrente e la radio nell'estenuante tentativo di farla funzionare, o versano il vino dalla bottiglia al bicchiere dopo lente e coreografiche volute nell'aria. Il tutto con una gestualità esasperata, a tratti sincopata, che serve a raccontare l'imbarazzo, l'ansia di prestazione, i vezzi e i capricci di questi sepolcri imbiancati a cui fanno da contrappunto (e spauracchio) gli animali impagliati che una specie di gran ciambellano ci fa sfilare davanti, pennuti e variamente cornuti.
Sono sempre loro, tristi e banali piccolo borghesi ma dipinti con un'arguzia che ce li rende simpatici.

Alessandra Bernocco

 

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