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I Sonetti di G.G.Belli al Tivoli Festival con Massimo Popolizio e Valerio Magrelli Stampa E-mail
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Scritto da Alessandra Bernocco   
Domenica 09 Agosto 2015 16:06

 

"Bast’a sapè ch’ogni donna è puttana / e l’ommini ‘na manica di ladri, / ecco imparata l’istoria romana".
Ecco qua Giuseppe Gioachino Belli, 1833. Centottantadue anni fa.
Con questa terzina in endecasillabi si chiude L’istoria romana, un sonetto in quattro strofe di uno dei più prolifici poeti del secolo scorso: 2279 sonetti, per un totale di 32 mila versi, vale a dire più del doppio della Divina Commedia.
Questo sonetto è inserito nella scaletta del reading di Massimo Popolizio e Valerio Magrelli che chiude lunedì 10 agosto 2015 la prima edizione del Tivoli Festival al santuario di Ercole Vincitore, riaperto al pubblico dopo il restauro del 2011.
Una serata che si annuncia gustosissima anche grazie al connubio di due artisti romani come Popolizio e Magrelli: il primo, attore di solidissima scuola ronconiana, capace di guizzi e affondi nella letteratura e nel verso, il secondo, poeta e autore di numerose raccolte di poesie e prose poetiche, studioso del Belli, che introdurrà la vita e i sonetti, strappando qua e là il testimone all'attore cimentandosi nella lettura di qualcuno di essi.
La notizia arriva in anteprima dallo stesso Popolizio, divertito e fiducioso. "Ci conosciamo da tanto tempo, e Valerio è romanissimo".
Partita aperta dunque tra poeta e attore che si palleggiano i versi dei sonetti proposti secondo una suddivisione tematica: fede, liturgia, papi, lingua, morte, sottomissione, povertà, vànitas, ovvero i tanti temi che si rintracciano nell'intero corpus poetico, " tutti attraversati dall'eros, da una visione erotica della vita".
"Si parla di preti, di papi, di ermafroditi, di sofferenza dei deboli, e di tutto un bestiario umano che appartiene in vario modo al nostro DNA, e lo si fa con un romanesco alto che non è dialetto ma una vera e propria lingua, pari per dignità a quella di Carlo Porta".
Difficile, anche impervia, la lingua del Belli, "con doppie t doppie p, apostrofi, necessita di una voce impostata, appoggi, uso del diaframma- spiega Popolizio-, e non è robetta nemmeno per chi arriva dal teatro di regia".
E come si concilia la sua fede indiscutibile con la crudezza, il cinismo, la cattiveria anche, che si evince da molti sonetti? "Belli non è mai lieve e usa sempre pennellate forti, ma è sorretto da un'etica ferrea e non parla mai direttamente di Dio ma ce l'ha casomai con molti preti di questa terra".

C'è un sonetto in particolare che ci illumina nel merito?
"Forse quello che si intitola L'arte, in cui dice che l'arte più bella al mondo è il muratore perché 'quanno s’arifà la Porta Santa, Capo-Mastro chi è? Nostro Signore'".
I Sonetti di G.G. Belli è l'ultimo appuntamento del festival prodotto dalla Fondazione Musica per Roma con la collaborazione dell’Accademia di Santa Cecilia e del Festival Jeux d’Art, più il concorso virtuoso e auspicato di regione Lazio, Mibact e comune di Tivoli.

 

Ingresso libero, previo ritiro voucher.

(www.auditorium.com / CTS Tivoli 0774 311608).

 

Alessandra Bernocco

 

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