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La tavolozza dell'anima irpina. De Stefano: ritratto di un artista Stampa E-mail
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Scritto da Marialaura Di Lucia   
Mercoledì 19 Agosto 2015 21:07

 

 «A sei anni disegnai il mio maestro di scuola e fui apprezzato moltissimo per quello scarabocchio.
A tredici ho venduto il mio primo dipinto. Ma quando ho iniziato a dipingere non lo ricordo con esattezza. Posso solo dire, da che ho memoria, di averlo sempre fatto».
Se gli si chiede, invece, come abbia capito che fosse quella la sua strada, alza le spalle e dice: «Tutti abbiamo un dono. Il mio è questo».
Risposte che non lasciano margine a troppe interpretazioni. La galleria di Vinicio De Stefano situata nella piazza principale del suo paese natio, Montella, è ancora piena dei suoi quadri. Moltissimi altri giacciono nel chiuso del retrobottega, in attesa di vedere il sole. Si, perché il Maestro De Stefano continua a dipingere senza sosta ancora oggi e pare che il tempo sia stato meno inclemente con lui.
Mentre ci parla, il suo sguardo vaga sulla tappezzeria di quadri che riveste le pareti del suo studio. Ci accoglie nel suo tempio che custodisce pezzi sparsi di vita in formato olio su tela.
Una giovane donna col cagnolino incede ilare nel suo abito arancione verso chi la osserva; due giovani amanti si scambiano un timido bacio; nove donne (le Muse?) sedute in fila su un muricciolo chiacchierano spensierate in un assolato pomeriggio d’estate; un cavallo bianco in corsa sembra schizzare fuori dalla tela. E poi: contadini al lavoro immersi nelle distese di grano dorato; catene di monti viola stagliate su azzurri mattini, su orizzonti vermigli o su plumbee promesse di temporali; vortici colorati di popolani in festa; nature morte ovvero simboli vivi di una natura edenica e feconda.
Il piano della sua scrivania è completamente ricoperto di vecchi disegni, schizzi, acquerelli, fotografie, articoli di giornale.
I volti umani e naturali della materna terra Irpinia sono qui. Lo sa bene chi ha avuto la possibilità di conoscere l’arte di De Stefano. Un’Irpinia raccontata attraverso il tratto vibrante e indefinito che tanto deve alla scuola napoletana di fine Ottocento, ai macchiaioli e - allargando il respiro oltralpe - ai maestri impressionisti. Una pittura “del vero”, dunque, ma che ammalia per la sua indiscussa vaghezza.
Più di un quindicennio fa, il giornalista Aldo De Francesco lo descriveva su Il Mattino come - citiamo - «un Pellizza da Volpedo prima maniera, un maledetto fauve, un artista di temi campestri da iscrivere nell'orbita dei Macchiaioli», lasciando di lui forse l'immagine più icastica possibile; e, infatti, continuava: «La sua pittura ariosa, senza alchimie cerebrali, respirava solo dei nostri orizzonti puliti. Vedendo i suoi fondali insistiti, con il Montagnone di Bagnoli e il Terminio in trasparenza, pareva di vedere gli artisti che al seguito di Cézanne o di Pissarro si incantavano a studiare, che so, il Saint-Victoire, la magia di una montagna per coglierne le quotidiane tonalità».
Molti hanno amato e apprezzato l'arte di De Stefano; Vittorio Sgarbi lo ha definito “il pittore del bianco”.
L'artista montellese resta ad oggi uno dei maggiori rappresentanti della pittura irpina, una pittura certamente locale nel senso letterale di legata al luogo – come, in questo senso, lo era quella dei pittori di Montmarte -, ma in cui è altrettanto palmare un respiro più europeo. Noi abbiamo voluto conoscerlo un po' più da vicino.

 

Maestro De Stefano, alcune penne illustri l'hanno definito il Renoir irpino. Infatti, la sua tecnica richiama con ogni evidenza quella della corrente Impressionista, caratterizzata dal tratto sfumato e indefinito. I soggetti delle sue tele – prevalentemente ritratti ma anche scene e paesaggi campestri – rimandano ad atmosfere intimiste. Da dove prendono vita i suoi quadri. Cosa o chi ispira la sua arte?

Il sentimento, certamente. Quello che uno sente in quel momento. Quando mi metto al lavoro, devo trovare prima di tutto un luogo che mi piaccia e che mi ispiri. Da giovane ho avuto la fortuna di dipingere insieme agli anziani pittori napoletani che mi riconoscevano l'abilità di saper trovare il luogo giusto, quello che chiamavamo il “luogo artistico”. Per me dipingere è come per chi ha il vizio del fumo: non posso farne a meno. Spesso dipingo anche di notte, quando non riesco a dormire. Adesso ho già in mente un nuovo soggetto al quale ho iniziato a lavorare proprio stamattina presto. Di solito ho sempre le idee chiare su quello che voglio dipingere. Ma, certo, non sempre mi riescono come vorrei.

Dipingere è un po’ come fermare il tempo sulla tela. Quando dà l’ultima pennellata a un suo quadro, l’opera può dirsi compiuta?

Assolutamente no. L'opera non è mai finita. Tante volte mi è capitato di ritornare sopra un quadro. Ad esempio, vede quella donna col cagnolino? Come le sembra? È l'ultimo quadro che ho fatto ma non mi convince. C'è qualcosa che non va e devo necessariamente modificarlo.

Non saprei. Mi coglie impreparata, tanto più che non sono esperta d'arte. Forse il braccio? Il braccio destro dà l'idea di essere troppo corto. Su due piedi direi che è un errore di prospettiva.

Ha ragione, devo intervenire su questo braccio ma la prospettiva non c'entra.

Lei ha partecipato a molte mostre, non solo in Irpinia ma anche in altre regioni d'Italia. Una di queste fu una personale del 2009 a Firenze, nella Galleria “Gadarte”. Ha esposto anche in Francia dove è stato vincitore di premi importanti. La prossima mostra a cui lei parteciperà avrà luogo a settembre nel Circolo della Stampa di Avellino. Può già anticiparci qualcosa?

Non si conosce ancora la data precisa. È una mostra a cui parteciperanno altri pittori irpini. Io porterò alcuni dei miei ultimi lavori ma prima a Sturno e a Nusco si svolgeranno altre due mostre a cui sono stato invitato e a cui ho intenzione di partecipare.

Intervista di

Marialaura Di Lucia

 

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