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Iniziazione , apoteosi e abbandono: La morte della bellezza Stampa E-mail
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Scritto da Dario Ascoli   
Giovedì 08 Ottobre 2015 21:55

A quanta parte di libertà immaginativa il lettore di un'opera letteraria debba essere disposto a rinunciare allorché egli diventi spettatore della strutturazione in forma scenica di un'altrui fantasia creativa riversata in una trasposizione teatrale o cinematografica è annosa questione.
Si tratta di un quesito retorico, di fronte al quale critici e interpreti si trovano frequentemente , illudendosi e illudendo di giungere di volta in volta a che si rivelano risposte tanto risolutive quanto effimere.
Benedetto Sicca, anche regista e autore della drammaturgia,  e Mauro Lamantia nel proporre sulla scena  il meraviglioso romanzo "La morte della bellezza" di Peppino Patroni Griffi, in scena dal 7 all'11 ottobre 2015 al Ridotto del Teatro Mercadante di Napoli per la rassegna "Storie naturali e strafottenti" hanno fatto ricorso ad un sistema di 2 equazioni in 2 incognite, ponendo lo spettatore di fronte ad una matrice in cui ciascun attore interpreta il personaggio e se stesso, ovvero la narrazione e l'immaginazione di uno dei lettori che, eleggendosi ad attore, vincola lo spettatore a cedere gran parte della propria sovranità immaginativa.
Non una immedesimazione stretta dell'interprete, quindi, giacché questi si prefigge e dichiara esplicitamente, di essere se stesso e anche il personaggio; il risultato, tuttavia, a ben riflettere, rischia di esaltare l'ego dell'attore e a favorire la prevaricazione sulle personalità degli spettatori.
Consapevole del rischio, Benedetto Sicca, che interpreta Lilandt,  premette un prologo conversevole e provocatorio , incentrato sulle tematiche di rispetto delle opzioni e delle identità sessuali e, nel corso della messa in sena i momenti di interazione sono frequenti, ma non sapremmo quanto efficaci, di sicuro generosi.
L'esposizione dei corpi asciutti e tesi degli attori è a dir poco franca, soprattutto  in relazione alla scelta di drammatizzare quasi esclusivamente i capitoli più intimi del romanzo, quelli in cui i protagonisti si ritrovano confinati nell'appartamento di Lilandt.

Si smarrisce, tra onanismi e sesso orale, e timida iniziazione di Eugenio  alla sodomia, l'agonia della bellezza di una città, occupata da truppe prima amiche e d'un tratto ostili e da altre che dopo averla fatta bersaglio di bombardamenti aerei si introducevano e violentavano, prostituivano le miserie e le speranze non rassegnate.
Una di quelle incursioni aeree alleate che sembravano cinicamente risparmiare i quartieri borghesi di Napoli, mentre si accanivano sulle periferie operaie, gioca il ruolo galeotto che avvicina i corpi e i desideri dei due giovani uomini, casualmente spettatori in un cinema,
Momento illuminato della messa in scena quello che pone l'accento sulla volontà di Eugenio di affermare il rapporto con Lilandt come "relazione tra uomini" senza che alcuno dei due abbia ruoli femminili, ovvero in totale reciprocità: è la maturazione interiore che inizia il ragazzo alla sodomia passiva da cui troverà piacere zampillante.
E' quindi solo alle soglie della separazione dei due amanti che Eugenio prenderà coscienza piena della propria identità sessuale in una normalità di scelta e non di diversità di obblighi.
I due amanti iniziano a danzare, ma alla fine resterà il solo Eugenio sulla scena mentre Lilandt si dilegua nel buio e nessuno sa se mai i due si ritroveranno se non nelle immortali pagine di Patroni Griffi.
L'impianto scenico è disegnato da Luigi Ferrigno, con il disegno luci di Marco Giusti, con i costumi di Zaira de Vincentiis e i video di Alessandro Papa; la produzione è del Teatro Stabile di Napoli.

 

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