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In memoria di una Signora amica. Francesco Saponaro mette in partitura Peppino Patroni Griffi Stampa E-mail
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Scritto da Dario Ascoli   
Lunedì 02 Novembre 2015 00:54

La Stagione 2015-16 del Teatro Stabile di Napoli, ora Teatro Nazionale, si è aperta con un omaggio a Peppino Patroni Griffi, commediografo al quale era stato dedicato il ciclo "Storie naturali e strafottenti".
Dal 28 ottobre al 15 novembre 2015, per la regia di Francesco Saponaro, è in scena "In memoria di una signora amica", una piéce dei primi anni '60 in quattro quadri, il cui adattamento è stato curato dal giovane regista napoletano.
"Un filo rosso lega il mio lavoro di questi ultimi anni alla messa in scena di "In memoria di una signora amica" di Giuseppe Patroni Griffi, uno dei grandi maestri del secondo Novecento: dall'incontro con il teatro di Eduardo De Filippo, alle rarefatte armonie della letteratura di Raffaele La Capria, fino alla poesia ardente di Enzo Moscato" dichiara il regista che dedica anche una citazione a Francesco Rosi, legato a Patroni Griffi da profonda amicizia e membro di quel gruppo che sarà chiamato "I ragazzi di via Chiaja", al quale appartenevano Raffaele La Capria, Antonio Ghirelli, Francesco Rosi, Francesco Campagna, Maurizio Barendson, Tommaso Giglio, Achille Millo, Pasquale Prunas e Giorgio Napolitano.

Francesco Rosi nel 1963 ha messo in scena " In memoria di una signora amica", un'opera in cui ciascuno dei "ragazzi" non poteva non trovare elementi autobiografici.
Saponaro, generazionalmente assai distante da quel mitico "circolo" ha saputo leggere il testo di Patroni Griffi con quella lucidità ex post che non sottrae sentimento pur aggiungendo riflessioni e conferme.
D'altra parte il commediografo napoletano amava dire:"Io credo in un teatro che è sempre esistito: il teatro dei personaggi più che delle storie..."
E di personaggi in scena se ne contano 13, un numero che di sicuro ha scoraggiato una più frequente programmazione a causa dei costi, che , da sempre, sono stati tenuti in massimo conto da produttori e direttori artistici.
"Non so perché questa splendida commedia non si faccia da tanti anni. Ha certo molti attori e chiede prestazioni attoriali importanti ma è talmente bella e struggente che non capisco veramente perché non sia andata oltre una memorabile edizione televisiva con Lilla Brignone, Pupella Maggio, Massimo Ranieri e Geppi Glejeses del 1976" ha dichiarato Luca De Fusco, direttore del Teatro Stabile Nazionale di Napoli.
Una prova di capacità per grandi attori, ma la compagnia guidata da Francesco Saponaro non ha avuto mattatori e comprimari, pur non potendo non rilevare la maestria di Mascia Musy nel ruolo di Mariella Bagnoli e il talento keatoniano di Tonino Taiuti, che ha dato vita ad uno straordinario Maestro, marito di Gennara, a sua volta interpretata con incisività da Fulvia Carotenuto.
Le scene, che incorniciano i quattro quadri di interni di Napoli e di Roma, sono di Lino Fiorito, che ha curato anche i costumi; le luci sono di Cesare Accetta.
Napoli e Roma si contrappongono nelle nostalgie e nei desideri dei personaggi; una città ferita dalla guerra, stuprata o prostituita, dalle sfacciate sincerità dei vicoli dei quartieri spagnoli alle maleodoranti ipocrisie di Posillipo, e una metropoli dominata da una Cupola di San Pietro, ben più di una superba architettura rinascimentale e piuttosto un simbolo di immanenza clericale.

Sacro e profano e odio e amore si dispongono a costituire un chiasmo inscindibile che si materializza come un pesante fardello che opprime quanti sono combattuti, dall'unità d'Italia in poi, tra il sincero ondeggiare del mare della Baia e il servile fluire del biondo fiume, impotente, con i fragili argini e i troppi ponti, a separare Cesare da Dio.
Nessuna involontarietà nei riferimenti alla cronaca politica capitolina recente.

La Napoli ruffiana che apre le porte delle alcove agli amori mercenari nei giorni dell'immediato dopoguerra è quella del primo dei quattro quadri; una città che guarda a Roma come a luogo dei sogni di riscatto dei giovani e di assoluzione per gli adulti che, impossibilitati a compiere l'ascesa topografico-economica dai quartieri del centro o dalle segregate periferie, rinunciano all'attesa di un ascensore sociale bloccato al piano del cantinato, per montare su un treno che si lasci alle spalle disuguaglianze e prigionie di caste per dissolverle in una democratica nostalgia capace, quella sì, di offrire una "livella" senza morte.
La figura lucida e incontaminata che Patroni Griffi colloca sulla scena è quella del Maestro di musica, seguace di Arnold Schönberg e della dodecafonia e per questo emarginato dalla società musicale napoletana, quella stessa in cui le quattro donne protagoniste operano dirigendo un'associazione concertistica.
Tonino Taiuti è capace di contrappuntare e di "retrogradare" la serie di emozioni e di sentimenti ipocriti degli altri personaggi e di rompere il dominio "tonale" di realtà immutabili: un commovente trattato di analisi musicale in prosa.
La musica assume un tale ruolo che Saponaro ad essa affida l'ouverture della messa in scena con Roberto (il bravo Edoardo Sorgente) che mima la direzione dell'incipit della Quinta Sinfonia di Šostakovič, quel folle santo cui il regista sembra essere molto legato.
E' ancora la musica a evocare atmosfere vivianee, omaggiando il drammaturgo stabiese tanto acuto e poetico narratore della società degli sconfitti, non condannati se non alla rivincita nella dignità di uomini e di lavoratori.
Ancora musica e originale composta ed eseguita dal vivo al pianoforte da Mariano Bellopede.
Clio Cipolletta si impone per la capacità di esprimere il dolore della condanna che l'avvenenza le commina, una bellezza di cui non può andare fiera se non "a ore" in un'alcova occupata in comodato oneroso; la vendita del proprio corpo non può essere esercitata perché il "mezzo di produzione" è incompleto senza proprietà del "luogo di lavoro". Nulla appartiene completamente a chi è sotto padrone, nemmeno il proprio corpo di cui fare commercio in una professione antica, ma non libera.
Una squadra messa in scena con grande sapienza in cui tutti eseguono con disciplina e con talento gli schemi registici: Mascia Musy si fa applaudire e così Fulvia Carotenuto e la guizzante Imma Villa, ma anche Antonella Stefanucci, Valentina Curatoli, Eduardo Scarpetta, Carmine Borrino, nel ruolo del viscido e opportunista Michele, Giorgia Coco, e i quasi mimi Giovanni Merano e Anna Verde, raccolgono meritati applausi a conclusione di quattro quadri: Una serata a Napoli nel dopoguerra; Napoli di maggio; Una serata a Roma; Un'ultima serata a Napoli.
Il ritorno non ritrova né le architetture né i sentimenti, si tratta di un epilogo che ha l'amarezza di un fallimento e il rimorso per un tradimento perpetrato, e che Napoli sa perdonare con un amore che nulla chiede e che, in tal modo, condanna ad un grondante e non espiabile senso di colpa.
Un monito per coloro che costruiscono la propria celebrità o semplicemente la propria ricchezza alloggiando nella "grande bellezza" di un attico romano, ma ostentano un'insanabile nostalgia della Napoli natia; in fondo con l'equivalente del solo costo delle spese condominiali di un alloggio borghese sulle rive del Tevere, dotato di servile portierato, le pene di questi affranti personaggi potrebbero avere termine prendendo in fitto un bilocale a Scampia. Le soluzioni sono in fondo a un'ora di treno veloce e a poche fermate di un'artistica metropolitana.

Dario Ascoli

 

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