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Spaccanapoli Times: la tradizione ha un senso se entra in cortocircuito con la modernità Stampa E-mail
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Scritto da Dora Iannuzzi   
Sabato 31 Ottobre 2015 18:50

 

 

Spaccanapoli Times apre la stagione del Teatro San Ferdinando dal 4 al 22 novembre 2015.
Se istintivamente il luogo eduardiano rimanda ad una drammaturgia consolidata, ancora una volta il San Ferdinando dà spazio ad un lavoro inedito, scritto e diretto da Ruggero Cappuccio, con il quale il regista debutta anche in veste di attore.
Il ritorno di Ruggero Cappuccio a Napoli, dopo anni di assenza, prospetta probabilmente nuovi progetti e collaborazioni con il teatro, ma in realtà riconferma con maggior vigore un legame mai interrotto tra l’autore e la città nella misura in cui la lingua napoletana resta centrale in tutta la sua opera.
Ma il ricorso alla lingua napoletana, e in generale alle lingue del sud (uno dei protagonisti infatti si esprime in siciliano) è sempre cavare fuori significati che in quelle parole sono stati depositati, custoditi, preservati dalla corruzione del tempo.
Si tratta di ritessere continuamente il filo di questi significati cercando però di rinnovarne l’ospitalità, nella consapevolezza che quello che si sta facendo vive all’interno di una costellazione storica e abita certe prospettive e non altre.
Così il lavoro di Cappuccio, ambientato in una Napoli contemporanea, diventa una cassa di risonanza del disagio che attraversa in modo trasversale e a più livelli la nostra quotidianità e la forma di vita a cui il discorso narrativo appartiene diventa le nostra stessa condizione storica. Ora la mimesis è un tipo di metafora della realtà, si riferisce alla realtà non per copiarla, ma per renderne possibile una nuova lettura e in virtù di questa relazione metaforica la narrazione può fare a meno della necessità referenziale propria del linguaggio comune e ricorrere a “un italiano che slitta sul terreno delle lingue del Sud, irrorandosi di anglicismi erosivi…”
“La vita come vogliono gli altri ci affatica….” , recita uno dei protagonisti e l’espressione racchiude in sé la difficoltà e la fatica di quattro fratelli, i fratelli Acquaviva, di integrarsi negli schemi sociali contemporanei. Lo stato di confusione in cui i protagonisti agiscono rivela la frammentarietà della nostra condizione umana , lo spaesamento che ci coglie rispetto a modelli sociali incalzanti che cercano di colmare questo vissuto di malessere e di vuoto attraverso una manipolazione dell’ambiente fatta in modo onnipotente e magico, attraverso la manipolazione del desiderio, della fantasia e della libertà….
Le pseudo soluzioni che una realtà incalzante ci propone quotidianamente aprono ad una dimensione umana maniacale e compulsiva di soddisfacimento di bisogni inutili, riconducono la nostra condizione ad un determinismo cieco, laddove forse il disagio dei quattro protagonisti rimette in gioco la possibilità di rientrare in contatto con le proprie emozioni, con la possibilità di accettare anche quei vissuti meno positivi che pure entrano a far parte della nostra normalità.
E così al gesto invasivo della ragione forte, che afferra le cose assimilandole dentro la presa delle sue griglie concettuali, ci dovrebbe essere l’atto del fare vuoto, nell’abbandono di categorie imposte. Il fare vuoto è essere in esilio, abbandonare i sentieri tracciati da altri e ritrovarsi in luoghi sconosciuti dove affrontare l’imprevisto.

Questo spaesamento cognitivo consente di fare esperienza viva dello scarto che c’è tra noi e l’altro, ma consente anche di rispettare la sua alterità, nella consapevolezza che il nostro senso di solitudine è alimentato e connesso alla nostalgia, al bisogno, al desiderio mai soddisfatto di trovare comprensione empatica nel mondo, nella possibilità di amare e di esistere.
In questo canovaccio si intrecciano le esistenze di Giuseppe Acquaviva (Ruggero Cappuccio), scrittore che pubblica le sue opere in assoluto anonimato e vive tra i binari della stazione centrale di Napoli, di Romualdo Acquaviva ( Giovanni Esposito) pittore che distrugge le sue tele dopo averle finite, di Gabriella Acquaviva (Gea Martire) con le sua pazzia sentimentale e di Gennara Acquaviva (Marina Sorrenti)con la sua spiritualià fantastica.
Per un misterioso motivo i protagonisti si ritrovano nella vecchia casa di famiglia , luogo di vissuti della loro infanzia e adolescenza, casa della memoria, un appartamento abbandonato in un palazzo situato nella Via Spaccanapoli.
Il ritrovarsi in queste stanze ormai vuote e abbandonate , con le pareti ricoperte solo di bottiglie di acqua, favorisce il manifestarsi delle loro dimensioni mentali e fisiche estreme, in una comica follia , sferzante e irriguardosa forse, ma mai superficiale , che rivela lucidamente la realtà del nostro male di vivere e apre all ‘ attesa febbrile di eventi rivelatori forse della nostra stessa esistenza.
I costumi sono di Carlo Poggioli, letture sonore di Marco Betta da “La forza del destino” di Giuseppe Verdi , le scene di Nicola Rubertelli, aiuto regia e progetto luci Nadia Baldi, la produzione è del Teatro Stabile di Napoli.

Dora Iannuzzi

 

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