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Napoli, il credito musicale verso la Spagna e l'autonomia culturale di una Capitale Stampa E-mail
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Scritto da Katia Cherubini   
Domenica 06 Dicembre 2015 19:09

 

Nel XVI secolo Napoli è uno dei più vivaci centri musicali europei.
Il battesimo della villanella si data nel 1537 quando qualche mese dopo la visita di Carlo V a Napoli, di ritorno trionfale ritorno da Tunisi, viene data alla stampa una raccolta di brani composti ed eseguiti in onore del sovrano sul cui regno non tramontava il sole; si tratta delle Canzoni Villanesche alla Napolitana, incise dal tipografo Johannes de Colonia.
E' l'inizio della "storia" documentata, ma la "preistoria" è ricca e nasce all'indomani della Crociata condotta da Federico II, in un' epoca di grande multiculturalità e quindindi ricchezza culturale.
La Spagna cattolica infrange l'idillio fino a provocare veri e propri esodi, culminati all'inizio del XVI secolo; la musica del tempo ha inglobato piedi ritmici e modi tanto arabi quanto ebraici che non solo resistono, ma ne diventano elemento di spicco lungo la prima metà del secolo.
La corte spagnola nel '500 risuona  villanelle, moresche e intavolature . E' una vita musicale che parla varie lingue e e al cui studio si dedica dal 1986, anno della propria fondazione, l'Ensemble Daedalus, composto da strumentisti e cantanti di levatura internazionale, che venerdì 4 dicembre scorso, nella Chiesa di Santa Caterina da Siena, in concomitanza del Convegno Internazionale di Studi “Nàpoles y la cultura teatral hispànica”, ha omaggiato, con un concerto dal titolo “A la moresca”, il trepidante e affezionato pubblico della Fondazione Pietà de Turchini.
Straordinarie le voci del tenore napoletano Marco Beasley, del soprano Monika Mauch, del tenore Josep Benet e del baritono Josep Cabrè, diretti da Roberto Festa in uno spettacolo di musica di singolare bellezza brioso, frizzante e divertente nato per festeggiare i trent' anni di successi e di avventure dell' Ensemble, costituito, inoltre, da Silvia Tecardi, Brigitte Gasser e Pierre Pitzl alla viola da gamba, High Sandilands alla chitarra e al liuto, Leonardo Massa al calascione, Fabio Tricomi alle percussioni e all'oud e Margherita Degli Espositi al flauto. Evidente la valenza cultural-musicale del repertorio proposto che ha trascinato gli spettatori in un viaggio seducente , attraverso un ponte sonoro verso la musica antica che, abbracciandone le influenze attraverso i secoli, ne ha filtrato e rivisitato le tradizioni avvolgendole nel mistero di mondi lontani e sconosciuti, fortemente permeati del fascino di un “altrove”.

Esibizione di grande qualità tecnica, in una perfetta combinazione di attente riproposte di composizioni antiche, popolari, di scuola napoletana ed europea tradizionali in cui viva e pulsante vien fuori l'immagine dell'amore e della passione, da parte dell'Ensemble, per questo progetto condiviso che è la musica antica. “ Il passato non è altro che un luogo dell'immaginario collettivo. Che a lui si rivolga in virtù di un ancestrale bisogno di radici e d'identità o trasportato dalle ali del sogno di una paradisiaca età dell'oro, l'uomo dialoga costantemente con il suo passato. Storici e filosofi ne percorrono il tempo e le idee, i musicologi e gli storici dell'arte ne rivelano le emozioni, i filologi ne studiano il linguaggio. Noi musicisti ne reinventiamo il suono”.
E proprio in questo reinventare i suoni , l'Ensemble Daedalus ha portato in scena la moresca, in cui “il sole di Napoli si confonde con le mezze lune d'Oriente, l'oud con il calascione”.
La moresca conquistò l'Italia verso la metà del 1400 e per due secoli caratterizzò ogni sorta di rappresentazione, dimostrando una sorprendente versatilità.
Quello della moresca è un repertorio ludico da eseguirsi in tempo di Carnevale , fatto di lazzi , costumi e pantomime che rimandano alle guerre sante di medioevale memoria. Introdotta, probabilmente, dagli Spagnoli a Napoli, è qui che trova terreno fertile , infatti alcuni dei più importanti compositori del tempo, spinti dal desiderio di cimentarsi in esperimenti alquanto esotici, inserirono proprio le moresche in raccolte destinate a generi vocali più noti come le villanelle, da cui la moresca prende in prestito l'effettivo a tre voci, i movimenti di quinte parallele, l'instrumentarium e la pittoresca tendenza poetica. La villanella era un'espressione artistica popolare, carica di contenuti positivi ed ottimistici, che descriveva con estrema semplicità la vita dei quartieri di Napoli utilizzando metafore, proverbi, doppi sensi erotici ed espressioni onomatopeiche. Particolarità della villanella napoletana era l'immediatezza melodica, la vivacità ritmica che alternava battute ternarie e binarie, la duttilità della lingua adatta sia alla lirica amorosa che all'invettiva satirica.
Dal canto suo, la moresca vocale, nella sua forma più essenziale, presentava un andamento ritmico irregolare, assenza di una forma strofica, utilizzo di un linguaggio che accostava i termini del dialetto napoletano ai versi di animali e alle imitazioni di strumenti musicali. La sua efficacia comunicativa risiedeva nel ritmo ed era proprio sul ritmo che si fondava la coerenza interna della moresca. Ma sarà proprio la villanella che accoglierà, nella sua già vasta iconografia, due nuovi personaggi: il saracino, icona del guerriero infedele , e la mora, seducente ancor più della villanella in quanto avvolta dal mistero di un velo esotico e sensuale.
La presenza scenica del gruppo è stata calamitante per gli spettatori, la varietà degli strumenti, la “ pulizia” dei suoni e il perfetto sincronismo tra i vari elementi, hanno messo in evidenza la bravura dei musicisti e la straordinaria intesa che li unisce, quasi in un gioco di corrispondenze amorose e di profonda condivisione degli intenti. Elemento caratterizzante, il gioco di impasti timbrici: le voci mescolate al flauto, alla viola da gamba e questa alle percussioni in un racconto perfettamente aderente ai cliché della musica antica, le cui melodie “si muovono su particolari circuiti mentali che obbligano l'ascoltatore a percorrere determinati itinerari legati alla memoria e alle sue variazioni, il tutto segnato da alternanza di conosciuto e di ignoto, di presente e di rimosso”.
Il pubblico è sembrato molto ricettivo ed ha gustato con concentrazione tutto il concerto, chiamando l'Ensemble alla riesecuzione di un brano già eseguito, che lo aveva coinvolto particolarmente con il suo ritmo, ed applaudendo al meritato successo.

Katia Cherubini

 

 

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