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Finzi Pasca con La Verità al Bellini di Napoli celebra l’onirico Stampa E-mail
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Scritto da Tonia Barone   
Mercoledì 09 Dicembre 2015 20:14

laveritàconcrediti2 giusta

Che cosa intendiamo con la parola verità e il suo contrario menzogna? Tra i due termini quale infinito mondo fatto di sfumature verso una parole piuttosto che l’altra esiste nel nostro immaginario? Qual è lo spazio fenomenologico finito/infinito della verità?
Verità, vero, verosimile tutte hanno la stessa radice e, come si materializzano nella performance? È possibile affermare che il vero per il performer è il suo sentire, la capacità di produrre/trasmettere emozioni, riconducibile solo alla tecnica? Se il binomio tecnica/emozione è alla base della performance, una relazione che quindi obbliga le azioni del regista nello sviluppo della messa in scena, qual è il vero da proporre al pubblico? Quali sono i rapporti tra opera/astante nella visione? Quale rapporto esiste tra la verità della visione e la verità della rappresentazione?
Possiamo affermare che oggi la visione di un’opera d’arte è condizionata da anni di fruizione individuale, obbligata in un riquadro rettangolare in massima parte, e spesso dalle dimensioni limitate e maneggevoli.
Tante domande e riflessioni traspaiono dallo spettacolo La Verità - un viaggio poetico e acrobatico nel surrealismo scritto e diretto da Daniele Finzi Pasca in scena al Teatro Bellini di Napoli dal 8 al 13 dicembre 2015.
Daniele Finzi Pasca nel suo spettacolo di teatro-circo, genere da lui definito teatro della leggerezza, sembra rispondere ai quesiti affermando che domina il sentire dell’emozione, la capacità del performer di emozionarsi ed emozionare il pubblico, creando visioni comunicative che rimandano ad un immaginario indefinito/finito.


Soprattutto Finzi Pasca crea un legame onirico-surreale con la tela dipinta di Salvator Dalì e al tempo stesso pone in scena un lavoro filologico dello spettacolo Tristan fou.
Come varie volte sottolineato durante la rappresentazione è il ritrovamento del fondale di gigantesche dimensioni dipinto da Dalì nel 1944 per lo spettacolo avanguardista - primo balletto paranoico Tristan Fou tratto dall’opera di Wagner Tristan und Isolde lo spunto per la costruzione dello spettacolo La Verità.
Anzi alla creazione dello show La Verità, come sottolineato da Finzi Pasca, concorrono vari elementi: il desiderio di mettere insieme il sistema circense con l’immaginifico di Dalì, la riflessione sulla luce nelle opere di Dalì che posseggono la luce del sogno, lezioni sul concetto del vero in teatro di Finzi Pasca, la riunione delle due compagnie Teatro Sunil e Inlevitas per creare la Compagnia Finzi PascaJulie, compagnia di lavoro e nella vita di Finzi Pasca aggiunge le sue note sull’idea che l’acrobazia prendesse il volo: “la verité est tout ce qu’on a rêvé, qu’on a vécu, qu’on a inventé, tout ce qui fait parti de notre mémoire”.
Lo spettacolo diventa il primo prodotto della nuova Compagnia e prende definitivamente presenza sulla scena nel gennaio 2013 a Montréal in Canada.
Spettacolo applauditissimo e rappresentato in tutti i continenti.
Il regista Daniele Finzi Pasca riesce ad oltrepassare la problematica della mera successione di numeri circensi, vera incognita della messa in scena di uno spettacolo di teatro-circo, creando la magia dell’atmosfera surreale di Dalì.
Non solo è legato profondamente al balletto Tristan Fou. Il balletto e lo spettacolo sono entrambi divisi in due parti.
Dalì sceglie due stagioni come espressione del suo balletto, coreografato da Massine con musiche tratte dall’opera di Wagner, da Cole Porter e inedite di Nietzsche, creato per la Compagnia Marquis de Cuevas’ Ballet International.  
Tristan Fou è legato al mito dell’amore nella morte e le stagioni sono la primavera e l’autunno ambientate una nella Foresta degli Idilli e l’altra Nell’Isola dei Morti. Dalì vede il suo Tristan folle per amore, e nei suoi sconfinamenti surreali si vede divorato da Isolde trasformata in Chimera, perché quando si raggiunge l’estasi dell’amore non può che esserci il suo precipizio: l’amore nella morte e la morte in amore. Così le creature nefande dell’abisso ghermiscono al suono del Flauto Tristan e lo conducono nel baratro dell’oltretomba. Due stagioni che esprimono sentimenti differenti: il primo di gioia di vivere e il secondo del malessere della decadenza.
Nella scrittura di Daniele Finzi Pasca le due parti dello spettacolo anch’esse hanno un’anima differente.
Nella prima è riuscito magistralmente a creare in modo organico una trama fatta di immagini che inanellate le une alle altre partono da segni-simulacri delle opere di Dalì, e al tempo stesso dal simulacro dello spettacolo di danza:una piuma. La piuma del Vaudeville e del Lago dei cigni, di Ziegfeld sino all’irriverenza dei Tracadero. Corpi difformi e sgraziati, esposti nell’accecante luce del proscenio, desiderosi di mostrarsi, di catturare l’attenzione del pubblico con ogni mezzo. Perché il performer ha bisogno di catturare l’interesse del suo pubblico, in modo collettivo e individuale al tempo stesso.
La matrice primigenia a cui si vuol ricongiungere Finzi Pasca è il Ballet de la délirance de Renaud del 1617, dove il ballet-mélodramatique prende forma ed essenza: la danza si svolge per la prima volta sulla scena e non è interrotta dalle lunghe tirate poetiche ma ha luogo contemporaneamente al canto.
La narrazione dell’esile vicenda è affidata ai clown: il Bianco e l’Augusto, che hanno dipanato la sottilissima trama, intercalandosi in un continuum ai numeri circensi.
Il secondo segno pesante/leggero/surreale dello spettacolo la testa/carriola del toro, evocano il balletto e il dipinto originario al tempo stesso, in cerca del proprio Tristan vagante nel sogno … soffioni giganti … teste che fanno vedere solo le gambe di Isolde/Chimera … la foresta agghiacciante dei soffioni/idilli … lo spirito dell’amore in una piramide/gabbia sollevata da terra si mostra … si svela anche Isolde oltre la sua Chimera o è il volto ossessivo di Dalì stesso? … un tutù rosso imprigiona le gambe di Isolde che vengono tagliate dalla spada di Tristan e la danza continua … i numeri, il canto, le parole, l’asta per vendere il fondale di Dalì, le immagini dell’Angelus di Millet si dipanano in controluce.
L’ossessione di Dalì sull’Angelus di Millet è alla base del suo dipinto, un’ossessione lontana nel tempo e le figure di Tristan und Isolde riproducono in forma stilizzata quelle di Millet.
Le immagini non possono che rimandare altre immagini, altri spettacoli di danza dell’epoca come Relâche con il film surrealista Entr’act firmato da Réne Clair, e Parade con i costumi e le scene di Picasso.
Cosa chiude la prima parte? La pioggia incessante degli oggetti dei giocolieri.
La seconda parte dello spettacolo è pervasa dalla melanconia, sin dalla sua immagine sonora di apertura: musica di memorie. La luce accecante del volto per narrare l’ultimo Dalì, la danse serpentine di Loïe Fuller che presta le proprie ali ai clown per rapidissimi cambi d’abito e di situazione. Ora tutto è svelato, gli artisti mostrano le proprie abilità atletiche in una ridda di vita, sino all’estremo delle possibilità per contrapporsi alla forza di gravità, in un anelito di libertà, la libertà dall’oppressione del corpo al suolo, accompagnati da ricordi musicali … la melanconia e l’amore dello spettacolo di felliniana memoria, la nostalghia, perché bisogna giungere ad un finale. Quale finale se non quello amato e celebrato da Toulouse-Lautrec, un can-can/passerella per l’ultimo individuassimo saluto degli artisti.
Uno spettacolo corale, dove i tredici performer sono indissolubilmente unici:
Moira Albertalli, Erika Bettin, Jean-Philippe Cuerrier,Stéphane Gentilini, Andrée-Anne Gingras-Roy,James Kingsford-Smith, Francesco Lanciotti, David Menes, Marco Paoletti,Felix Salas, Beatriz Sayad, Rolando Tarquini.

Tonia Barone

 

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