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The Open Game: il fitto palleggio della vita Stampa E-mail
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Scritto da Mariagrazia Liccardo   
Sabato 19 Dicembre 2015 09:28


The open game, lo spettacolo in scena al Ridotto del Mercadante di Napoli dal 14 al 20 dicembre 2015, è liberamente ispirato ad uno dei libri autobiografici più acclamati di questi ultimi tempi, edito da Einaudi, Open di Andre Agassi è ancora in vetta alle classifiche di vendita a cinque anni dalla comparsa in libreria.
Odio il tennis. Lo odio di una passione oscura e segreta, l’ho sempre odiato” è il filo conduttore di una verità che l’autore impegnato a riflettere sulla sua vita scopre e regala ai lettori.
La sceneggiatura e la regia di Felice Panico, ha rifuggito i toni celebrativi del grande tennista, focalizzandosi, piuttosto, sul racconto di un uomo, durante gli anni della carriera tennistica, per niente padrone della propria vita, non condizionato nelle scelte: totalmente obbligato nell’agito, inascoltato nei desideri,
Emblematica la frase che dice a sé stesso: “parlo da solo perché sono l’unico ad ascoltarmi”.
La storia si incentra principalmente sulle sconfitte, poiché esse mettono a nudo debolezze, solitudini e incertezze che, viceversa, i trionfi sublimano in vertigini di egocentrismi.
I diversi capitoli dello spettacolo mostrano la caparbietà del protagonista, piuttosto che il suo coraggio.
Attraverso gli episodi clou emerge la fragilità di un uomo che non sa imporsi non avendo potuto individuare le proprie aspirazioni essendo impegnato a realizzare quelle degli altri: il padre, il coaching, ‘l’ex moglie’. La comprensione di sé, l’incontro con ‘Lei’ porta alla rinascita il campione. “L'odio mi mette in ginocchio,l'amore mi fa alzare in piedi”.

Lo sguardo di Giovanni Ludeno, che interpreta sul palco il ‘campione’, è molto aderente allo sguardo dell’ Agassi dei primi anni, gli anni dello sportivo vincente, ma dell’ uomo perdente nella propria identità. Caratteristica accattivante, il ritmo scandito delle frasi, rende un vissuto di insicurezza, una musicalità che ricorda il pensiero di un uomo che sta scrivendo un romanzo, uno scrittore davanti la tastiera alla ricerca della parola giusta, quasi un rapper senza musica o forse un fitto palleggio tennistico.
Appare per Giovanni Ludeno molto naturale.
Con lui sul palco Alessandra Borgia in doppia veste: L’alter ego femminile del “campione” l’ex moglie (Brooke Shields) e la ben più consapevole “Lei” (Steffi Graf).
Ciro Damiano,  interpreta il padre di Agassi,l’ex pugile iraniano Emanoul Aghasi - Miki Agassi, da cittadino americano -. Simone Borrelli è il coaching sportivo, che nella lettura della regia di Panico, è più uno psicologo che spinge l’uomo a far emergere il campione che è in lui. Solo dopo la conquista di tutti i titoli prefissati, Agassi è stato il primo e unico tennista ad aver vinto i 4 tornei dello Slam, la medaglia d'oro del singolare olimpico, il torneo ATP World Championship e la Coppa Davis, lo spinge ad essere l’uomo che Agassi sarà nella seconda parte della sua vita, quella in cui la consapevolezza e l’amore lo fanno alzare in piedi.
Epilogo che nel storia narrata al Mercadante è un po’ rapido. Qui l’articolazione di Ludeno diventa leggermente più fluida e vivace.
La scena è ricca di indizi, elementi scenici (Luigi Ferrigno), luci e colori (Peppe Cino), video (Alessandro Papa), che è divertente rilevare, alcuni di ordine psicologico, altri decisamente più didascalici o anche incentrati sulla storia e le caratteriste del mondo del tennis.
Le pronunce hanno reso l’ambientazione meno internazionale di quanto meriti la storia e l’incongruenza generazionali degli attori rispetto ai personaggi, non consente di immergersi pienamente nella storia.
Il talento, la passione e la consapevolezza sono in competizione tra loro più spesso di quanto siano alleati. La produzione Teatro Stabile di Napoli, The Open game, è un’ora e un quarto di riflessioni sulla vita emotiva di un campione e di tutto un collettivo.

 

Mariagrazia Liccardo

 

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