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Una Filumena Marturano multiforme al Teatro San Ferdinando Stampa E-mail
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Scritto da Marialaura Di Lucia   
Domenica 10 Gennaio 2016 20:48

 

Attesissimo al Teatro San Ferdinando di Napoli, il capolavoro del mai troppo compianto Eduardo, Filumena Marturano, ha replicato (con l’unica interruzione nel giorno di San Silvestro) dal 25 dicembre 2015 al 6 gennaio 2016 e porta la firma di un grande nome del teatro e del cinema italiano, Nello Mascia, di cui si ricorda la collaborazione degli anni giovanili nella compagnia di Eduardo.
Prodotto da Arteespettacolo, Prospet - Produzione Spettacolo, il lavoro di Mascia, che nella messa in scena veste i panni di Domenico, si avvale della partecipazione di attori di diversa caratura.
La protagonista eponima del titolo è interpretata da Giovanna Russo, in arte Gloriana, per la prima volta alle prese con un’opera eduardiana. Completano il cast Cloris Brosca e Giancarlo Cosentino, nei rispettivi ruoli di Rosalia Solimene e Alfredo Amoroso; Ferdinando Maddaloni che, oltre a vestire i panni dell’Avvocato Nocella, firma l’aiuto regia; poi ancora Francesca Golia (Diana); i tre figli di Filumena: Antonio D’Avino (Michele), Antonio Filogamo (Umberto) e Giancarlo d’Agostino (Riccardo); infine Rossella Amato (la cameriera Lucia), Valentina Elia (la sarta Teresina) e Sergio Caporaso (Facchino).

Le musiche originali sono di James Senese, la scenografia è a cura di Raffaele di Florio, i costumi sono ideati da Luca Sallustio, il disegno luci da Lucio Sabatino.
Filumena Marturano, «la più cara delle mie creature», come ebbe a dichiarare Eduardo De Filippo, è figlia della guerra, la Seconda Guerra Mondiale (Eduardo, nato nel 1900, le aveva attraversate entrambe). In quegli stessi anni vedono la luce i suoi capolavori maggiori: Napoli milionaria! (1945), Questi fantasmi (1946), Le voci di dentro (1948).
Scritta per la sorella Titina e messa in scena per la prima volta al Teatro Politeama di Napoli, Filumena Marturano è l’unica opera eduardiana che riporta nel titolo il nome dell’eroina. Nell’universo eduardiano, Filumena - ex prostituta dei bassi napoletani, prelevata e redenta da quel mondo da Mimì Soriano - è di fatto l’unico personaggio femminile ad aver ricevuto un’attenzione privilegiata da parte del suo autore.
L’idea di dare forma a un personaggio come quello di Filumena - giovinetta che la Vita divora anzitempo per sputarne una donna “scugnizzo”, una donna con i pantaloni, che si immola all’altare del mestiere più antico del mondo per fame, la fame nera, figlia della guerra, perché il padre non può assicurarle più il pane - ebbene, quell’idea Eduardo ce l’aveva nel cuore.
Ce l’aveva nel cuore perché magicamente incarnava la fotografia opalina di un mondo in lenta e dolorosa ripresa, quello di Napoli lacerata, massacrata dalle bombe e dalla miseria.
Il riscatto sociale del personaggio, da donna di bordello a matriarca borghese, doveva essere un auspicio di riscatto per l’intera città.
La città che è donna e mai come nessun’altra città Napoli ha assunto e continua ad assumere nell’immaginario degli scrittori un aspetto tutto femminile, a partire forse da quello simbolicamente “uterino” ritratto da Matilde Serao ne Il ventre di Napoli.

Una commedia sociale, dunque, come la definì Eduardo stesso (difficile peraltro stabilire quale non lo sia), in cui da sempre si è voluto ravvisare un sostrato morale in nome dello sbandierato senso di maternità di Filumena.
Per esso la donna non rinuncia a mentire all’uomo che venticinque anni prima l’ha tolta dalla strada e l’ha accolta sotto il suo tetto.

Fingersi moribonda per farsi sposare con l’unico scopo di trasferire nome e capitali ai suoi tre figli, di cui l’uomo ignora l’esistenza - e i figli stessi lo ignorano (e qui siamo alla realtà vera, al fatto di cronaca che fornisce lo spunto a Eduardo per farne una commedia); sottrarre denaro e nascondere a Mimì la paternità di uno dei suoi tre figli: tutto pur di non rinunciare al suo diritto di madre posticcia, o di madre “confessa”.
Un principe machiavellico tout court, a ben vedere, di cui parlare in termini moralmente corretti (senza perdere di vista che a guidare il fine è l’amore di mamma) non renderebbe giustizia alla persona di Domenico Soriano che, da parte sua, avrebbe tutto il diritto di conoscere nelle vene di quale dei tre figli di Filumena scorre il proprio sangue.
E la stessa abnegazione finale di Domenico, vinto dalla commozione che gli suscita quell’apostrofe corale “Papà!” - alla quale la sentenza di Filumena “I figli so’ figli e so’ tutte eguali” aveva spianato la strada - sa un po’ di artefatto.

Fin qui Eduardo.
Veniamo a Nello Mascia, e al dato visivo in primis.
Il colpo d’occhio è appagato, disposto positivamente ad accogliere la linearità geometrica e la composizione cromatica della scena, in cui predomina il bianco, in contrasto con il rosso, il nero e infine il blu del fondale.
I tre atti, condensati in due, sono confezionati in una scenografia che Di Florio ha ideato con due basi circolari rotanti al livello del pavimento - su cui fissa tavolo e sedie, da un lato, un sedile, dall’altro - e pannelli parietali, girevoli ai lati e scorrevoli al centro della scena, così da creare un gioco di pieni e vuoti rispetto al fondale.
Lì arriva il regista e vi incasella trama e personaggi, distribuendo i protagonisti in uno schema ricorrente: a destra Filumena, che matroneggia sul suo sedile-confessionale; la sinistra è riservata a Mimì, che rumina nervosamente in piedi; li seguono i fedeli Alfredo e Rosalia. Michele, Umberto e Riccardo, dal canto loro, quando non sono impegnati sul palco - ad azzuffarsi o a improvvisare coretti (la famosa prova del nove della consanguineità con Mimì Soriano) - sono occupati, moderni kouroi, a riempire i vuoti che si aprono tra una parete e l’altra del fondale.
Anche la simbologia cromatica, che attribuisce alternativamente il bianco e il nero a Filumena e a Mimì, è un’altra chiave di (facile) lettura - salvo vestire Filumena di rosso nel coup de théâtre
rivelatorio della propria maternità, al cospetto dei tre figli, e di azzurro nel finale delle nozze.
Così confezionato il dramma, sembra quasi arrivare alla platea l’odore della vernice fresca e dei trucioli di legno, appena spazzati via…
Aperto il sipario - mansione di servizio cui altri non poteva assolvere se non il servile Alfredo - Domenico Soriano, vecchio e stanco, beffato come in una commedia plautina dall’astuta Erinni-Filumena, ma non per questo non più capace di difendersi, a suon di Legge e di avvocati, e di lottare (il desiderio non è, non dovrebbe essere spento, per anti-parafrasare Lepoardi), appare ancor più vecchio e stanco - e tanto più stride con il contorno - nella recitazione compassata, fatta a testa bassa, quasi in sordina, che mantiene costante per tutto il dramma. Anche quando è con Diana, l’esagerata Diana, tutta cotonata, un confettino con le gambe che stride più di un violino scordato. Gli stessi “paccheri” in faccia auto-punitivi che Domenico si dà all’inizio della commedia non fanno poi così tanto rumore.
Gli fa da controcanto Filumena, anche lei vecchia, appassita, ma non stanca, guerrigliera ora più di prima, ora che sta giocando la partita decisiva della vita, che muove gli ultimi pesanti passi verso la vittoria, l’andatura imbalsamata, la modulazione rauca della voce e il gesticolio un po’ reumatizzato degli arti superiori.
In controtendenza rispetto al contorno, alla brillantezza delle luci, alla leggerezza della musica, alle geometrie, a Diana, ai tre figli, Domenico e Filumena appaiono due stelle in estinzione, due pianeti in opposizione attorno a cui vorticano gli altri personaggi-satelliti.
Sentiamo sin dall’inizio che il potenziale gravitazionale di questo Domenico Soriano di Mascia, rispetto agli eventi cui è destinato a soccombere, non può competere con quello di Filumena, e non certo per una prestazione migliore da parte dell’attrice.
Mascia ha costruito un personaggio sconfitto in partenza, inerme, con le pulsazioni lente del polso, in balia della marea filumeniana.
Filumena di Gloriana vince non perché Domenico Soriano di Nello Mascia solo alla fine riconosce e accetta le ragioni del cuore della donna, né perché si arrende allo squillante “Papà” pronunciato senza un’ombra di credibilità dai tre figli di Filumena.
Filumena vince perché Domenico le si è arreso già all’inizio, ha gettato la spugna sin da quando Filumena ha scoperto le carte, alzandosi come un Lazzaro dal finto letto di morte, inducendo Domenico a ripercorrere a ritoso tutti e venticinque gli anni vissuti con lei.
È lì che Filumena ha già vinto e Domenico si è già, in fondo, arreso. Né si sforza di nascondercelo, non più di tanto.
Tutto il resto è sceneggiata.

Marialaura Di Lucia

 

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