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Due Pirandello in scena al Teatro India di Roma Stampa E-mail
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Scritto da Alessandra Bernocco   
Sabato 23 Gennaio 2016 11:36

  

Ci sono commedie più epocali di altre, nel senso che poggiano su dati superati da acquisizioni successive. Una di queste acquisizioni è la scoperta del DNA.
Prima di allora - parliamo del 1953- non era possibile risalire all'identità di un individuo a partire da pochi elementi vitali, come i capelli o frammenti di pelle, né era possibile accertare la paternità a partire dai figli.
Su questa base è stato scritto, per esempio, Il padre di August Strindberg che insinuava nelle certezze granitiche di un militare il dubbio sulla paternità della propria figlia, e su questa base Pirandello ha scritto, nel 1930, O di uno o di nessuno, dramma dall'epilogo tragico in cui a essere sacrificata è la vita di una donna, madre di un figlio ascrivibile a due padri.
Del primo ricordo la messa in scena di Massimo Castri con Umberto Orsini e Manuela Mandracchia, del secondo ho rivisto, a due anni di distanza dalla prima edizione, l'allestimento di Gianluigi Fogacci, questa volta anche in scena, con Roberto Laureri, Simone Baldassarri, Alessandra Puliafico, Valentina Bartolo, Veronica Loforese.
In entrambi i casi ho apprezzato l'ambientazione filologica e la regia asciutta concentrata sul dramma, che elude ogni fuorviante attualizzazione, che risulterebbe paradossalmente anacronistica.
Ha fatto anzi molto bene Fogacci a cavalcare tempo e contesto, con una scenografia semplice e ligia (Fabiana Di Marco) e le musiche d'epoca, trasmesse da una vecchia radio che domina una stanza a due letti di una modesta pensione, dove due uomini, approdati nella capitale per lavoro, si spartiscono quel poco che hanno, compresa una donna che fa il mestiere più antico del mondo.
Ha fatto bene a percorrere le poche ma esistenti suggestioni di comicità, che stemperano il dramma, prendendo per i fondelli la disciplina fascista, sull'aria di Giovinezza, e a lasciare inalterati termini ed espressioni decisamente demodé come 'cangiato', 'financo' o 'ti bisogna'.

Uno spettacolo onesto, ben recitato, dove le relazioni affiorano chiare e fanno emergere l'ipocrisia, il cinismo, la spregiudicatezza di piccole anime che tirano a campare in un'Italia sullo sfondo del Ventennio. Oltre a un maschilismo colpevole e senza scrupoli per cui una donna si trova a “chiedere come una grazia di tenere conto del sentimento mio”.
O di uno o di nessuno si può vedere fino a domenica 24 gennaio (ore 19) al Teatro India di Roma, dove, in strategica differita, è anche in scena Il berretto a sonagli (ore 21) diretto da Valter Malosti, nel ruolo di Ciampa, con Roberta Caronia, Paola Pace, Vito Di Bella, Paolo Giangrasso, Cristina Arnone e Roberta Crivelli.
Al suo primo Pirandello, Malosti è anche autore di un riadattamento dell'opera scritta in dialetto per Angelo Musco (A birritta ccu ciancianeddi) che parte dall'edizione ritrovata nel 1965 e pubblicata nell'88.
L'intento è quello di farne una “farsa nera” animata da figure parossistiche e goffe, che ruotano intorno a una grottesca storia di corna, gelosia, espedienti per confermare i sospetti di una donna tradita o per salvare la reputazione di un marito cornuto.
Il dialetto siciliano cede il passo a una lingua accessibile fortemente accentata, che non sempre gioca a favore di una dinamicità dei personaggi, così come il ritmo assai concitato che genera qualche dispersione di intenzione, non ancora perfettamente precisata. Ma è detto che la regia dribbla a priori questo problema scegliendo di porgere la commedia attraverso archetipi fissi, resi anche attraverso costumi molto caratterizzati, anche nei colori (Alessio Rosati). Più libera, anche da ruolo, Roberta Caronia, nei panni di Beatrice, colpevole di voler mettere sotto gli occhi di tutti una verità che per gli altri è causa di disonore.
Malosti, che si riserva il ruolo di Ciampa, riesce invece a non spingere troppo l'acceleratore sul machiettistico e anche il siciliano gli riesce credibile.
Quello che poteva essere sviluppato meglio e di più è l'uso della scena (Carmelo Giammello) connotata da segni forti come il grande specchio centrale che sembra sintetizzare la funzione delle quinte disposte come fondale, anch'esse pensate come superfici riflettenti.
Ci saremmo aspettati un dialogo più giustificato, costante e puntuale, invece ci è parso ancora accessorio e a volte casuale.

Alessandra Bernocco

 

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