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Il Trio Atos per l'Associazione Scarlatti: Mozart e Beethoven e i crediti di Haydn Stampa E-mail
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Scritto da Katia Cherubini   
Giovedì 11 Febbraio 2016 10:48

Profetica fu la dedica che il conte Waldstein scrisse a Beethoven nel momento in cui il musicista si apprestava a lasciare la sua città natale per andare a Vienna, la capitale, a cercare se stesso, il proprio futuro, il futuro della musica occidentale: ”Ella va a Vienna per soddisfare un desiderio lungamente coltivato. Il genio della musica è ancora in lutto e piange la morte del suo pupillo, Mozart. Accanto al fecondissimo Haydn ha trovato rifugio ma non occupazione degna. E’ venuto il tempo che si incarni di nuovo in uno spirito superiore . Sia dunque lei a ricevere, in virtù delle sue opere, dalle mani di Haydn , lo spirito di Mozart”. A Bonn Beethoven lasciò una situazione familiare piuttosto serena, portando con sé un curriculum composto da opere giovanili che non davano ancora la misura del suo genio.
Arrivando a Vienna, egli cercò di adeguarsi allo stile che un musicista di successo doveva avere in quella città e nelle dimore patrizie, dove si faceva musica. Ospite nelle residenze principesche del principe Karl Lichnowsky, Beethoven diede inizio, in quegli anni, alla trasformazione del musicista da asservito dipendente a libero artista. E’ questo il contesto in cui nascono i Trii per pianoforte, violino e violoncello, protagonisti a Castel Sant’Elmo dell’appuntamento di mercoledì 10 febbraio scorso alle ore 21,00, con l’Atos Trio, ensemble “dalla capacità interpretativa vigorosa e di ampio respiro “ che ha eseguito per l’Associazione Alessandro Scarlatti il secondo di due concerti dedicati all’esecuzione integrale dei Trii con pianoforte di Ludwig van Beethoven.
Fondato nel 2003, composto da Annette von Hehn al violino, Stefan Heinemeyer al violoncello e Thomas Hoppe al pianoforte, il Trio è riuscito a creare, sin dall’inizio del concerto, un’atmosfera in cui era evidente, accanto ad un ricercato intreccio musicale e un notevole talento, una curiosità interpretativa unita ad una sensazione di gioia nel fare musica insieme, e ciò ha consentito al pubblico un ascolto basato sulle emozioni del rapporto tra le singole parti, dove si è percepito, con evidenza, un protagonismo paritario tra i tre strumenti, quasi in un gioco di specchi, con un linguaggio ricco di contrasti e chiaroscuri che non ha limitato lo scrosciare di entusiastici ed appassionati applausi.
Importante notare che, quasi a voler dimostrare nei fatti, al momento di lasciare la natia Bonn, che un ciclo della sua vita si era concluso, Beethoven attribuisce ai Trii il numero d’opus 1. Non si conosce precisamente l'anno di nascita di queste composizioni, ma si sa che la prima esecuzione ebbe luogo alla fine del 1793 o nelle prime settimane del 1794 alla presenza dello stesso Haydn, il quale, conoscendo a fondo i gusti del pubblico viennese, ritenendo che il trio in do minore fosse alquanto avanti per quel tempo, sconsigliò Beethoven dal pubblicarlo.
Nonostante ciò, i Trii furono stampati tra il luglio e l'agosto del 1795 dall'editore Artaria, il quale anticipò al compositore duecentododici fiorini, con l'impegno a realizzare un'incisione chiara e ben curata, preceduta da un elegante frontespizio.
Presupposti stilistici dei Trii, Mozart, con il suo equilibrio dialogante fra gli strumenti, in cui il pianoforte rimane comunque
primus inter pares, e Clementi, la cui influenza è particolarmente evidente nel primo Trio, in mib maggiore, negli echi neoclassici del tema dell’Adagio cantabile che, man mano che avanza, raggiunge quella intensità lirica e quella interiorità espressiva che appartengono già alla sigla stilistica del grande Beethoven. Significativo è il modo come si sviluppano gli altri movimenti: nel primo tempo, “Allegro”, il pianoforte annuncia un secondo tema a corale, particolarmente inaspettato nella modulazione dal si bemolle maggiore al do minore, transizione in cui è possibile ravvisare un accenno della famosa frase melodica ricorrente nell'Adagio cantabile della “Patetica” (Giovanni Carli Ballola) . Lo Scherzo e il Finale mostrano un compositore già maturo in fatto di invenzione tematica e di piglio ritmico, con un gusto per la “sorpresa “ di autorevole derivazione haydniana.
É infatti Haydn l'ineludibile riferimento dei Trii op. 1, anche se in Beethoven la scrittura pianistica si presenta ormai purificata dagli ultimi residui clavicembalistici ed aperta ad ampie sonorità, con l'attribuzione ai tre strumenti di un ruolo del tutto paritario, dando vita ad un discorso musicale equilibrato nel dialogo che agli occhi dei suoi contemporanei apparve estremamente avveniristico. E fu proprio con il Trio in
do minore che il giovane Beethoven proiettò nel futuro il suo genio musicale: esso, infatti, appare come il più maturo e personale della raccolta (secondo Giovanni Carli Ballola è paragonabile alle Sonate per pianoforte op. 10 n. 2 e op. 13 "Patetica", alle quali sarebbe anche superiore quanto a equilibrio costruttivo e a unità d'ispirazione).

La tonalità in do minore prepara l'ascoltatore ad contenuto drammatico, che è evidente soprattutto nel primo e nel quarto tempo.
L 'Allegro con brio iniziale contiene una cellula tematica breve ed incalzante, costituita da tre crome discendenti, che pervade l'intero movimento: la struttura è quella tripartita e simmetrica d'una regolare forma-sonata, con lo sviluppo che raggiunge progressivamente una grande intensità lirica con continui rivolgimenti espressivi, rispondenti a una logica di studiati contrasti che non trovano sollievo neanche nel mi bemolle maggiore del secondo tema. La drammaticità del primo movimento lascia il posto a una limpida serenità nell'
Andante cantabile con variazione: sono cinque variazioni con il tema che viene ripetuto quasi ostinatamente fino alla coda a sorpresa, che immerge l’ascoltatore in una calma luce crepuscolare. Segue un Minuetto che non è più la vecchia e ormai desueta danza settecentesca, ma qualcosa che ha quasi il carattere di Scherzo e presenta un brillante Trio. Con il Prestissimo finale si torna alla drammatica ambientazione iniziale ma il contrasto dei temi vieni fortemente amplificato dai tre strumenti in una sorta di moto perpetuo che vede l'opposizione fra lo sfrontato tema iniziale in forma di arpeggio ascendente e la melodia cantabile del secondo tema con le sue tormentate appoggiature. . È senz'altro a questo movimento che si riferiva il musicologo Nigel Fortune quando ha scritto che questo Trio "è l'opera di Beethoven che ha più segnato la sua epoca per il suo ampio dramma tonale, intensificato dalla natura del materiale tematico, dal gioco dei contrasti e dalla foga".
Ma è sicuramente con il Trio in si bemolle maggiore Op. 97 “l’Arciduca” che Beethoven compose la sua pagina più importante in questo genere
per la felicità dell'invenzione, per le imponenti dimensioni di respiro sinfonico, per la scrittura equilibrata e concertante dei tre solisti.Dedicato all'amico, allievo e mecenate Rodolfo d'Asburgo, da cui la sua denominazione, il Trio presenta  grande varietà nell'impianto formale, in quello timbrico e altrettanta inventiva espressiva: «È il miracolo della musica d'assieme per piano - scrive il Lenz - una di quelle creazioni complete che appaiono nell'arte di secolo in secolo” .
L'
Allegro moderato che apre il Trio si presenta ampio nella struttura: il pianoforte espone una prima idea su cui si inseriscono gli archi che introducono un nuovo inciso tematico, creando un’atmosfera timbrica alquanto rarefatta ed è proprio sul primo tema che si fonda uno sviluppo, ricco di soluzioni timbriche e armoniche.
Insolita la posizione dello Scherzo nel secondo movimento (come avverrà più tardi nella Nona Sinfonia) basato sulla contrapposizione fra l’allegria iniziale e il motivo del Trio, in minore, che, presentandosi oscuro e tortuoso, riecheggia poi nella coda.
Si arriva poi al cuore della composizione con le mirabili variazioni dell’ ”Andante cantabile, però con moto” in cui il tema, enunciato dal pianoforte e ripetuto con l'aggiunta degli archi, viene sottoposto a radicali cambiamenti che testimoniano l’approfondita ricerca sulle tecniche della variazione operata dal genio di Bonn negli ultimi anni della sua vita.
Quasi una naturale continuazione dell’Andante, il brioso e vitale movimento conclusivo è scritto nel tempo di rondò, con un finale caratterizzato da una stretta che
desinit in piscem ed elude, purtroppo, la grandiosità dei primi tre movimenti, destabilizzando il pubblico che, sebbene molto ricettivo e concentrato, ha esitato leggermente negli applausi finali, ma ha recuperato ampiamente invitando l'ensemble all’esecuzione di un bis che non si è fatto attendere e che ha visto come protagonista lo Scherzo del secondo Trio di Schubert, altro cavallo di battaglia del Trio Atos.

Katia Cherubini

 

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