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"Qualcosa rimane" al Teatro Verdi di Salerno una superba Monica Guerritore Stampa E-mail
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Scritto da Marisa Paladino   
Domenica 14 Febbraio 2016 14:17

 

In un presente dove i maestri hanno cambiato strada e la migliore gioventù è avvilita da un incerto futuro, dove è finito quel rapporto speciale tra maestro e discepolo? E cosa accade oggi nel mondo dell'editoria tra laboratori di scrittura, talenti letterari e mercato editoriale?
Un'antica tradizione ebraica racconta che al giudizio finale ad ogni uomo sarà chiesto “
Chi era il tuo maestro?”.
E
Qualcosa rimane,commedia drammatica di Donald Margulies affronta questi temi raccontando della rivalità tra un'aspirante scrittrice alla ricerca del proprio talento e la sua matura insegnante, generosa e seduttiva, ed un crescendo esercizio di potere, l'una sull'altra, che porterà ad esiti rovinosi.
L'opera Premio Pulitzer 2000 con il titolo
Collected stories è andata in scena al Teatro Verdi di Salerno il 13 febbraio 2016, in un sabato con importanti appuntamenti calcistici e la finale del festival di Sanremo che hanno messo a dura prova il botteghino del teatro, e non soltanto a Salerno. Monica Guerritore, attrice di spicco nel nostro panorama teatrale, ha lavorato con la precisione di un tagliatore di diamanti, su un testo tutt'altro che grezzo ma già di suo splendida materia narrativa, dando voce, corpo e anima, come interprete ed anche regista, ad un lavoro caratterizzato dal rigore stilistico, ma che si apprezza per un supplemento di sensibilità, femminile ed europea, rispetto al testo americano.
Il pubblico ha riservato meritatissimi applausi alla protagonista ma anche alla giovane coprotagonista, vincitrice del premio Ubi 2013, ben calata nelle vesti di un'acerba scrittrice alle prese con la sua insegnante
Ruth Steiner, una single affermata che alterna ai successi editoriali la docenza universitaria.
La dotata allieva
Lisa Morrison (Alice Spina) riesce a diventare, pian piano, prima personale assistente poi amante della sua maestra, ma giusto il tempo necessario per conquistare una sua identità letteraria ed umana.
Ha una vita abbastanza isolata la matura scrittrice, avida ed egoista irrompe Lisa con la sua giovinezza, sedotta dalla statura artistica e dalla fama dell'altra, ma sfrontatamente capace di forzarne sentimenti e confidenze per piegarle al suo personale successo.

La rivalità e lo scontro generazionale sono in agguato, il lento apprendimento che l'insegnante esige stride con l'impellenza giovanile di chi vuole ottenere veloci riconoscimenti e Lisa, senza rimorso alcuno, sacrificherà il segreto che Ruth le racconta per usarlo come prologo del suo primo romanzo. Un accadimento privato, gelosamente custodito, 'rubato' e dato in pasto alle stampe.
Quel ricordo, il “
momento perfetto” lo chiama Ruth, tra le malinconiche note di Perfect Day di Lou Reed che riecheggiano più volte in sala, fu per la giovanissima di allora l'inizio di una sofferta relazione, durata sei anni, con Delmore Schwartz, professore universitario, morto prematuramente nel 1966 e protagonista del Dono di Humboldt di Saul Bellow.
La storia platonica ma non per questo meno intensa, segnerà la svolta esistenziale per Ruth che deciderà di dedicarsi alla scrittura, rinunziando alla maternità e ad una vita più convenzionale. Tutt'intorno, complice, un' epoca di fervori artistici anarcoidi e sovversivi, ma anche intensamente poetici, creativi e liberatori, la Beat Generation dei vari Ginsberg, Kerouac, Borroughs e le palpitanti atmosfere newyorkesi, il sottofondo delle canzoni di Lou Reed, Patti Smith e Leonard Cohen intanto è l'atmosfera perfetta per evocare tempi così memorabili. La scena oggi è un appartamento sobrio e affinato (Giovanna Licheri e Alida Cappellini), l'abbigliamento è essenziale ed elegante (costumi di Valter Azzini e sartoria di Mara Gentile), le luci ben scandiscono il trascorrere dei giorni (Paolo Meglio), assicurando, dove occorre, anche una felice resa intimistico-confessionale, la regia si è avvalsa anche di Lucilla Mininno e Maria Lavia, un insieme di energie così ben combinate hanno creato un equilibrato involucro per questo testo che è soprattutto di parola ed emozioni. Ruth e Lisa, l'una specchio dell'altra o, forse, è la prima che più si specchia nelle aspirazioni, nel temperamento e nella voglia di successo che anima la ragazza in cui si rivede, la seconda invece, pur attratta dall'altra, intuisce che potrà ricavarne quel materiale di narrazione che non coglie intorno a sé, dove tutto è urgenza del mercato, marketing e consumismo editoriale. La relazione intima tra le due si rivelerà predatoria da parte di Lisa, scatenando una durissima reazione di Ruth, mentre il tempo - forza che cose e viventi patiscono anche nella consumazione - (dissidio giovinezza/vecchiaia) solidifica un ulteriore grumo di verità agli occhi dello spettatore. Elegante, appropriata, perfetta nelle vesti della matura scrittrice Monica Guerritore affascina, l'intonazione è sempre giusta, eloquenti anche le pause accuratamente studiate, soprattutto nel primo atto.
Registicamente la Guerritore ha un'urgenza di scandaglio ma anche di verità, che si manifesta senza forme o toni ambigui, irrompe laddove l'argine dell'alterità è stato oltrepassato dalla forza di una giovinezza, certamente cinica, ma anch'essa scevra dall'ambiguità e bisognosa di sviluppare le proprie capacità, possedendo il segreto dell'altra, emozionale e non soltanto artistico.
Alice Spina ha retto bene la non facile vicinanza, assecondandone ritmo ed intervalli di parola, con una recitazione calzante, vuoi anche per età anagrafica, al suo personaggio, espressione di una modernità più sfrontata e più sbrigativa. Forse le cose accadono proprio perchè vogliamo farle succedere, sembra dirci la commedia. La fiducia, certo, fa i conti con quella che qualcuno ha definito “l'età dell'irriverenza” nella quale si fanno strada, a volte, anche i 'cattivi allievi', ed il gioco di potere si posiziona sempre diversamente, anche al di là della superiorità morale che attraverso Ruth sembrerebbe dominare.
Una lezione dura, asimmetrie nelle quali non vorremmo proclamare vincitori e vinti, ma piuttosto apprezzare l' itinerario di ricerca svolto attraverso una regia che è andata oltre l'approfondimento psicologico, restituendo con un coinvolgente
background culturale il valore della memoria, del tempo, del dolore, sono atmosfere contrapposte, che si scontrano e si attraggono, su questo palcoscenico, sublime e diabolico come la vita. Eppure quanto sono dolci e stemperanti, sul finale, le note di "Dance me to the end of love" del grande Leonard Cohen e liberatorio per Ruth l'abbandonarsi, ancora una volta, ad una confessione orgogliosa, in un anelito di verità dolorosa che solo la maturità riesce a scolpire. Applausi per tutti, ringraziamenti al pubblico che ha scelto questa serata di teatro tra le altre offerte d'intrattenimento, ma il più caloroso ed empatico degli applausi è sicuramente per Lei, una vera prima donna del teatro italiano.

Marisa Paladino

 

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