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Al Teatro Genovesi di Salerno Anat Gov e la depressione di un paziente divino Stampa E-mail
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Scritto da Marisa Paladino   
Mercoledì 17 Febbraio 2016 14:01

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La cultura e il teatro ebraico si nutrono di un singolare rapporto tra il divino e l'umano, dove l'umorismo non manca mai. “ L'uomo pensa, Dio ride” recita un antico proverbio, ed il popolo della millenaria diaspora non smette di interrogarsi, con ironia ed autoironia, sul proprio destino, mentre lassù qualcuno osserva divertito. Questo sorriso può spegnersi, però, così ci racconta la scrittrice israeliana Anat Gov nell'insolita e divertente commedia “Oh Dio mio!” che ha inaugurato l'ottava edizione del Festival “Teatro XS” città di Salerno, domenica 14 febbraio 2016 al Teatro Genovesi.
Un titolo scanzonato, che non lascia presagire minimamente il singolare escamotage narrativo utilizzato per trattare, con ironia e acutezza, un tema, invece, molto serio. Il lettino di Freud, in un contesto scenico che si lascia apprezzare per il particolare design degli arredi, diventa ponte tra l'uomo ed il suo Dio, oltre che occasione di un'analisi psicologica, condotta senza esclusione di colpi, su un paziente molto atipico. Diego Carloni, regista e interprete, è il signor D. che in incognita chiede di farsi ricevere da Ella (Ilaria Verdini), psicologa laica che avrà il compito di venire a capo della sua strana depressione, causata dagli esiti infausti della Creazione.
L'analista prima lo crede pazzo, quindi, dopo segni convincenti sulla vera identità, approfitta per rileggere le scritture bibliche in maniera antagonista, una sequenza di incalzanti interrogativi che metteranno lo specialissimo interlocutore di fronte a precise responsabilità.
Un Dio, per esempio, che ha creato l'uomo solo per mitigare la sua solitudine ante-creazione e che con la Creazione ha magnificato sé stesso, geloso di Adamo che gli ha preferito Eva, colpevole della perdita del paradiso, ha voluto la sottomissione anche a costo di sacrifici umani e condannato la donna a partorire con dolore, ma anche ad una lunga sottomissione all'uomo.
Quel Dio però da duemila anni è malato, non è morto come vorrebbe Marx, ma depresso perché tradito dal genere umano, oramai delirante in un'onnipotenza che brama soltanto potere, sordo ad ogni bene.
Il Dio in scena è quello dell'Antico Testamento, vendicativo e minaccioso, che ha dimenticato l'obbedienza di Abramo e la sopportazione di Giobbe, così almeno gli rimprovera Ella, e che ora piange perché si sente abbandonato dagli uomini. Un testo arguto, innegabilmente originale, dall'umorismo satirico in sintonia con la cultura yiddish, dove al riso che provocano le inusuali arringhe della psicologa, per niente intimidita, si accompagna una sottile angoscia esistenziale che fa anche riflettere, il teatro yiddish è in definitiva questo.

Usare il paradosso significa creare complicità ed empatia, in una “vertigine di intelligenza” (M. Ovadia) che cattura per i suoi fraseggi serrati, in un clima quasi da thriller, che intrigherà senza sosta fino all'ultima battuta, scoprendo l'impietoso rintuzzare di Ella, che s'interroga sul senso del dolore sulla terra e della compatibilità con la promessa di un'eterna alleanza, rivolta ad un popolo che, invece, da oltre quattromila anni sconta schiavitù, distruzioni, diaspore ed un odio, culminato negli orrori di un inaccettabile sterminio. Ella dovrà scongiurare anche la tentazione da parte di Dio di distruggere il mondo, lo farà arrivando al cuore del problema ed affermando che la morte può essere vinta soltanto con l'amore.
La profonda vicinanza ai reconditi dell'animo, la sofferenza ed il dramma della figlia autistica (Noemi Boncompagni), saranno gli ingredienti per arrivare al perdono e alla riconciliazione, percorrendo l'unica strada possibile per la salvezza, l'amore come cemento per ristabilire un rapporto autentico e profondo tra Dio e gli uomini. Un abbraccio finale, consolatorio e liberatorio, in segno di riconciliazione, e la parola, lungamente attesa, pronunciata per la prima volta dalla ragazzina autistica, socchiudono la porta alla speranza che vola sulle celebri note della canzone Hallelujah di Leonard Coen, ottimamente interpretata sul finale dalla giovane Simona Paolella.
I protagonisti hanno mantenuto il ritmo delle battute, i tempi e le intonazioni giuste, leggerezza e ironia sono arrivate allo spettatore insieme ad un'appropriata resa caratteriale dei personaggi, seriamente pensoso questo Dio, a tratti rude e minaccioso, ma all'occorrenza anche semiserio, lei intelligente e dubbiosa, fragile quanto determinata, con una recitazione asciutta che, talvolta, ha sacrificato la profondità agli atroci dilemmi di Ella.
Il Festival “Teatro XS” dunque è partito, con uno spettacolo acuto e divertente, convincente ed applaudito, battimani incoraggianti anche per il prosieguo della rassegna, diventata un appuntamento teatrale molto atteso, tra il favore di abbonati storici e nuovi, in deciso aumento rispetto al 2015.

Marisa Paladino

 

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