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L'ironia e la genialità di Schönberg nel concerto dell'Ensemble In Canto per la Scarlatti Stampa E-mail
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Scritto da Katia Cherubini   
Giovedì 17 Marzo 2016 21:56

L'Associazione Scarlatti si distingue spesso per l'originalità della proposta; è quanto si è piacevolmente verificato mercoledì 16 marzo 2016 a Castel Sant’Elmo con l’ Ensemble In Canto e la voce solista Alda Caiello diretti da Fabio Maestri.
Multiforme protagonista sonoro della serata, Arnold Schönberg (Vienna, 13 settembre 1874 – Los Angeles, 13 luglio 1951) : in una veste “leggera”, nella prima parte del concerto, con
gustosi Brett Lieder (letteralmente “canzoni da cabaret”), vivaci e maliziose canzoni talvolta ironiche, leggermente irriverenti, talvolta esplicitamente erotiche.
Otto canzoni dal tono ammiccante e sensuale, o
tto miniature che l’interpretazione vocale della solista ha reso molto vivaci.
A legare insieme i brani è stato il tema dell’amore che ha animato una sequenza quasi teatrale con episodi come
Galathea, in cui il fremente narratore descrive il proprio desiderio di toccare una ragazza; Gigerlette, in cui viene descritto ironicamente il viaggio di un uomo e di una donna in calesse con un cocchiere di eccezione come Cupido; Nachtwandler, oggetto anche del bis finale, una satira a sfondo militare che prevede come strumentazione la tromba, l'ottavino, il tamburo militare, oltre che la costante presenza del pianoforte.
C
omposti nel 1901, quando l'artista si trasferì a Berlino come direttore di musica leggera nell'Überbrettl, il cabaret letterario più famoso della città, e quando la stessa Berlino era una fucina di novità, di coraggio, di forte critica sociale nei confronti del nascente nazismo, i suoi Brett Lieder, così lontani dalle dissonanze dell’avanguardia ed estremamente ironici nei confronti del moralismo dell’epoca, non sembrano proprio essere composti da colui che darà poi vita alla dodecafonia.
Questo lato brillante della produzione di Schönberg si estese anche a lavori di trascrizione di autori e generi diversi (Denza, Schubert, Sioly), che per uno studioso della musica come lui, non si limitarono ad essere semplici esercitazioni, ma vere e proprie “colluttazioni” tra organici strumentali e universi timbrici, in un continuo riesame critico della stessa materia sonora:
egli è stato un innovatore, un uomo irrequieto che ha reagito ai tempi turbolenti in cui è vissuto con una totale predisposizione per la chiarezza, la trasparenza e l’intuito critico e che ha saputo trasformare la musica, il modo di comporla e di ascoltarla. A tal proposito, la posizione di Schönberg all’interno della musica occidentale, è paragonabile soltanto a quella di Johann Sebastian Bach.

Entrambi i compositori infatti hanno sconvolto i fondamenti della musica loro precedente e hanno messo le basi per un nuovo linguaggio musicale: Bach liquidò il sistema polifonico antico fondato sui modi e dimostrò la superiorità e la maggiore duttilità del temperamento equabile. Duecento anni dopo Schönberg fece lo stesso con il sistema armonico-tonale. Ma con Bach Schönberg condivide anche il ritorno ad un’esigenza oggettiva che vedeva la finalità del comporre non più nell’abbandono del sentimento e dell’espressione, ma nel dominare la tecnica, nello stabilire regole e disciplina per potersi appropriare della sfera oggettiva della musica.
Singolare e ironica marcia militare, Die eiserne Brigade per quartetto d'archi pianoforte e “animali” in stile tonale, dove non è difficile avvertire quanto il musicista, partito volontario per il fronte nel 1916, avesse poco a che fare con quell’ambiente e quel mondo. Avendo
vissuto un lungo momento di evoluzione che ha visto le trasformazioni sociali dalla monarchia asburgica alla nascita e all'affermazione del socialismo, da una cultura fondata su forti valori alla crisi di tutta la tradizione, dall'epoca di un'arte destinata esclusivamente alle èlites a quella delle comunicazioni di massa e dell'affermazione delle tecniche più avanzate in ogni settore della vita civile e sociale, e quindi anche nelle arti, il suo nome è indissolubilmente legato alla dissoluzione della tonalità e all'affermazione dell’ innovativa e alquanto ostica “dodecafonia”, al riguardo della quale il compositore scrisse: “L'unità dello spazio musicale richiede una percezione assoluta e unitaria. In questo spazio, come nel cielo di Swedenborg [.] non v'è, in assoluto, sopra o sotto, destra o sinistra, avanti o dietro. Ogni configurazione musicale, ogni movimento di note, deve innanzitutto essere inteso come una relazione di suoni, di vibrazioni oscillatorie che si presentano in diversi punti e in diverso tempo." È grazie all'idea dell'universo swedenborghiano, che Schönberg concepisce quella dello spazio sonoro multidimensionale, tecnicamente ottenuto servendosi per ogni composizione di una serie prestabilita contenente tutte le dodici note della scala cromatica. Leggendo questa serie da sinistra a destra e da destra a sinistra sia nella veste originale sia rivoltandone gli intervalli, trasportando inoltre queste quattro forme su qualsiasi altro grado della scala cromatica, è possibile avere un materiale assai differenziato, che investe tutte le dimensioni della composizione, in cui non deve esistere più neppure una nota che non provenga da una di queste elaborazioni seriali.
A chiudere la seconda parte del programma,
una pagina la cui profondità etica è proporzionale all’intensità della forza espressiva, l' Ode to Napoleon Bonaparte op.41 per voce recitante, quartetto d'archi e pianoforte, composta nel 1942, che viene concepita secondo la tecnica dodecafonica ma in modo alquanto mitigato, infatti vengono introdotti accordi tonali, prestando estrema attenzione all'equilibrio tra voce recitante e strumenti: viene mantenuta intatta la perfetta lettura del testo di Byron e nel contempo la voce di Alda Caiello è emersa quasi fosse anch’essa uno strumento partecipe dell’articolazione formale, intersecando continuamente il piano musicale, ora in fasi di perfetta aderenza, ora in momenti di pieno contrasto. Il testo risale al 1814, quando Byron, alla notizia dell' abdicazione di Napoleone e del suo esilio all'Elba, sfogò la propria delusione con una violenta e impietosa invettiva contro il tiranno caduto.
Napoleone diventò per Schönberg un alter ego di Hitler: fece sua l'allusione che gli consentiva di colpire, attraverso l'immagine della tirannide napoleonica, quella hitleriana, augurandone, nello stesso momento, l'analoga fine che invece il poeta biasimava.
L'ensemble In Canto ha dato prova di una capacità di interpretazione davvero singolare, cui il direttore Fabio Maestri, raffinato evocatore di atmosfere, è riuscito a infondere fervore, grinta e sicura consapevolezza, nel pieno rispetto delle esigenze di palcoscenico.

Katia Cherubini

 

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