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Una favola aerea, il punto più alto della fantasia di Aldo Palazzeschi Stampa E-mail
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Scritto da Dadadago   
Giovedì 31 Marzo 2016 16:03

 

Dal 29 marzo al 3 aprile 2016 è di scena al Piccolo Bellini di Napoli un lavoro teatrale scritto e diretto da Aniello Mallardo pensando al Perelà di Aldo Palazzeschi, L’uomo di fumo. Il giovane regista già in precedenza si è confrontato con i grandi autori contemporanei, di fatto lo spettacolo chiude una sorta di "trilogia sulla letteratura italiana di inizio Novecento", che comprende Il povero Piero da Achille Campanile e Serafino Gubbio operatore da Luigi Pirandello e L’uomo di fumo di Teatro In Fabula, più delle precedenti produzioni, è caratterizzato da originalità ed indipendenza rispetto al romanzo di cui conserva l’ambientazione atemporale ed ironica, riprendendo la figura di Perelà, eroe portatore di un nuovo ideale di leggerezza, di gentilezza e di candore di contro alla vacuità della società, “che prima lo innalza a mito e poi lo abbatte.
La sua meravigliosa ed infantile leggerezza cos’è se non l’allegoria della presa di coscienza che di fronte alla casualità, al nonsense, al dolore del mondo e alla stupidità umana, l’unica risposta è nella Bellezza, nell’Arte e nel rifuggire da assolutismi?” .
Dal 1911, l’anno della pubblicazione nelle Edizioni Futuriste di “Poesia” del “Romanzo futurista” Il Codice di Perelà ha attraversato quattro successive differenti edizioni (1920, 1943, 1954 con il titolo Perelà uomo di fumo, 1958), e la complessa densità di significati che interessa il romanzo ha ispirato anche il compositore francese Pascal Dusapin che ne ha fornito una versione musicale nel 2003.
Il testo rappresenta un unicum nella letteratura italiana del secolo scorso ed al di là di qualunque definizione si voglia tentare per definirlo ed inquadrarlo, risulta ancora di una spiazzante modernità nel denunciare malesseri e rituali appartenenti alla storia dell'uomo. Perelà è senza peso né psicologia, allevato dalle vecchissime Pena, Rete e Lama (come non pensare alle tre parche?), enigmatica presenza, incarnazione della afasia, forse del vuoto, di fronte al quale la società, rappresentata dal potere politico/economico, religioso e culturale, blaterante e polifonica nei suoi sproloqui vani, mostra tutta la propria assurdità. La messinscena voluta dal regista casertano, al confine tra favola e grottesco si attiene all'assenza del principio di verosimiglianza e di causalità e l’azione, come ha scritto Romano Luperini, “è sostituita quasi sempre da un coro di voci che commentano, per lo più futilmente, gli avvenimenti, dandone così implicita notizia”.

Con le musiche originali di Mario Autore, le scene di Sissi Farina, Antonio Genovese, i bellissimi costumi di Anna Verde ci ritroviamo nel Regno di Torlindao, dopo aver fatto la conoscenza delle tre figure ancestrali che ci introducono nella vicenda. Qui il gabinetto di Stato - composto dal Re, (vestito quasi come un gerarca del ventennio fascista) dall’Arcivescovo, mellifluo e pragmatico, dal nobile Zarlino, (pazzo volontario per fuggire la follia del mondo, ma non troppo) e dalla marchesa Oliva di Bellonda, originale e sexi nella sua mise da dominatrice fetish - è in riunione permanente allo scopo di realizzare un nuovo Codice di leggi che possa ridare la speranza al popolo esausto e sfiduciato.
L’accordo, però, è lontano, ed a questo punto appare un essere misterioso, impalpabile, un uomo di fumo.
L'iniziale diffidenza gradualmente, si trasforma, tutti i potenti hanno la convinzione di trovarsi al cospetto di un uomo puro, dunque alla bisogna anche manipolabile, l’unico a cui affidare la stesura del Codice. L’Ospite viene condotto nel Regno, affinché conosca tutti i meccanismi e le regole per realizzare il gravoso compito. Quando il suo prestigio aumenta a dismisura, e la carica eversiva intrinseca alla sua natura “leggera” desteranno le preoccupazioni del Re e dell’Arcivescovo che temono di vedere delegittimato il loro potere, assisteremo ad finale desolante, a conferma dell'impossibilità di una qualsiasi salvezza da parte della società così strutturata.
I
n scena Raffaele Ausiello, lieve e bravo nell'interpretazione di Perelà, tutta giocata sulla mimica e sulla gestualità, Giuseppe Cerrone, Zarlino poeta anarchico, matto per scelta, molto convincente, Marco Di Prima, irresistibile Arcivescovo dalla cadenza siciliana, Melissa Di Genova, dapprima nobildonna tagliente ed imperiosa, poi tenera e passionale, destinata (per emulazione? amore? identificazione?) al grigiore della cenere,ed Antonio Piccolo nel ruolo del Re nevrotico ed esempio lampante di Uomo economico smithiano, propongono una recitazione dirompente, rapida ed articolata, in un perfetto meccanismo teatrale che alterna dialoghi concisi, rap irriverenti, quadriglie e musiche come accompagnamento ridanciano della parola, stilisticamente molto vicini al linguaggio narrativo dell'autore fiorentino. Da vedere, per unirsi ai generosi applausi che nella serata del 30 marzo l'intera compagnia ha ricevuto.

Dadadago

 

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