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La storia non la scrivono i vinti e i fatti come andarono veramente la scuola non te lo dice... Stampa E-mail
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Scritto da Dadadago   
Lunedì 11 Aprile 2016 13:02

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Con decreto legge 22/02/2011 n. 5 è stata dichiarata festività il giorno 17/3/ 2011, per la storica ricorrenza dell'Unità d'Italia, ma quale verità può emergere dalle vicende raccontate dai vincitori quando ancora giacciono secretati in Parlamento 150.000 documenti inerenti i fatti accaduti tra il 1860 e il 1870?

La vera storia che ha interessato il meridione italiano è tuttora una ferita mai cauterizzata, oggetto di studi, indagini, riflessioni, convegni, pubblicazioni, spettacoli, dolore ed indignazione. Michele Carilli da anni si è dedicato allo studio approfondito del periodo risorgimentale, e dal suo libro 1861 La brutale Verità del 2012 è tratto lo spettacolo teatrale omonimo applauditissimo al teatro Genovesi di Salerno il 10 aprile 2016.
Un testo critico che al di là delle retoriche celebrazioni e senza filtri ideologici rievoca le morti innocenti, i paesi rasi al suolo ed incendiati rendendo giustizia al Mezzogiorno, che ha pagato l'Unità carissima in termini umani, economici e culturali. Durante il primo decennio post unitario sul territorio meridionale, imperversa una sanguinosa guerra civile che assoggetta, spoglia, stupra, reprime, condanna, uccide.
"Non si discute l'Unità ma le modalità con cui essa è avvenuta".
Un'autentica dittatura repressiva perpetrata dall'esercito piemontese, come dirà anche Gramsci una
“Dittatura senza egemonia”, rimossa e taciuta per santificare ed osannare gli eventi unitari. Resta indiscutibile che la militarizzazione dell'ordine pubblico, la leva obbligatoria di 8 anni, il salasso fiscale, la ferocia repressiva, la tremenda legge Pica, diedero viita a rivolte, tentativi di restaurazione borbonica e al brigantaggio. Il fenomeno è più complesso di come appare a prima vista poiché ci furono degli aspetti che riguardano il sociale, come nel caso dei contadini che cercavano di opporsi alle prepotenze della classe borghese, dei latifondisti che li opprimevano, ma l'estromissione forzata dei regnanti accelerò gli episodi reazionari.

Vero è che quei dieci anni di autentica ribellione hanno provocato migliaia di morti e danni incalcolabili, e le teste mozzate dei briganti definiti criminali e fautori dell'antica monarchia, tuttora sono esposte nel (vergognoso!) Museo Lombroso, senza avere diritto ad una sepoltura dignitosa (oltre a questo, anche nel campo di concentramento di Fenestrelle, scrive un prigioniero che "i corpi di chi non ce la fa vengono sciolti nella calce viva, perché non deve rimanere traccia di quest'orrore"). A proposito degli eccidi operati in nome della lotta al brigantaggio, mentre in effetti si trattò di una lotta partigiana e contadina, Gramsci, nel 1920, in un suo articolo scrisse: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole squartando, fucilando e seppellendo vivi icontadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare chiamandoli briganti”.
Lo spettacolo ha il taglio narrativo, intervallato da canzoni in dialetto calabrese che ripercorrono i momenti salienti di quel periodo (ignobile) della Nostra memoria.
Sul palco Gabriele Profazio racconta/recita quello che i libri non dicono: di uomini che lottarono e diedero la vita per l'indipendenza, di Angelina Romano, siciliana, che aveva 9 anni, fucilata senza un perché insieme ad altre persone, delle brigantesse che imbracciavano le armi per fuggire una vita di stenti, dell'assedio di Gaeta, del popolo meridionale "o emigranti o briganti, calpestati dal piede di straniero scarpone". Sul palco rivive Francesco II, ultimo re Borbone, "Franceschiello", che lasciò Napoli senza opporsi "perché nemmeno una goccia di sangue venisse versata nella sua amata città e dal suo popolo".
Tradito dalla Brutale realtà, dalla storia dei vincitori, le vite che egli volle salvare, furono stroncate senza nessuna pietà in nome di uno stato nazionale. La verità unisce, la verità riscatta, la verità forse induce anche al perdono, sia come sia la verità è un atto doveroso, che non cambia il destino di un popolo, ma può aiutare a comprendere un presente marchiato a fuoco da atteggiamenti pregiudizievoli nei confronti del Meridione. Per Michele Carilli, autore e regista, la barbarie perpetrata nel Sud Italia non è una vicenda da sottoporre a disquisizioni storiografiche, ma una realtà che va conosciuta. “
Di Pontelandolfo e Casaduni non rimanga pietra su pietra”. Bastano queste parole di Cialdini al colonnello Negri per definire l'orrore di un massacro? Un bersagliere scriverà in una lettera privata come "quei poveri diavoli, abitanti del posto furono bruciati vivi dentro le loro abitazioni, le donne stuprate, anche quelle che avevano cercato rifugio dentro le chiese" e i loro beni saccheggiati e rivenduti per pochi spiccioli al mercato. Il 14 agosto 2011, Giuliano Amato, presidente del comitato per le celebrazioni unitarie, ha commemorato la strage, porgendo a tutti gli abitanti di quella che è stata definita città martire, le scuse dell'Italia. Alessandro Calcaramo (chitarra e bouzouki), Mario Lo Cascio (chitarra e percussioni) accompagnano ed assecondano Marinella Rodà entusiasmante con la sua vocalità antica, suggestiva, intensa, dal timbro potente e brunito. Uno spettacolo diretto al cuore, all'anima, alle coscienze nel solco del teatro/canzone per conoscere la verità silente, (per versare ancora una lacrima in onore di quei morti dimenticati), in cui l'ultimo canto è Noi. "La storia non la scrivono i vinti e i fatti come andarono veramente la scuola non te lo dice ...". Come andarono  a noi importa.  

Dadadago

 

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