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Occorre pur vivere per essere se stessi fuori dai ruoli: Casa di bambola Stampa E-mail
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Scritto da Dora Iannuzzi   
Mercoledì 13 Aprile 2016 21:17

Fino al 17 aprile 2016, al teatro Mercadante di Napoli viene proposto Casa di bambola, il capolavoro di Ibsen, con una raffinata riscrittura di Raffaele La Capria.
Il drammaturgo norvegese scrisse quella che è una delle sue più rappresentate opere, durante un viaggio in Italia, ad Amalfi,  nel 1879, soggiorno evidentemente tanto gradito e taumaturgico da suggerirgli di inserire un cammeo autobiografico attribuendo al protagonista un analogo viaggio nella soleggiata e salubre penisola italiana.
Il regista Claudio Di Palma, che veste anche i panni dell'avvocato Torvald Helmer, marito della protagonista, ha scelto di riportarci, anche grazie alle scene di Luigi Ferrigno, alle luci di Gigi Saccomandi e ai costumi di Marta Crisolini Malatesta, in un contesto moderno che sembra rimandare ad una tela di Edward Hopper.
La scena infatti , scarna ed essenziale, diventa elemento determinate per l'angolo di osservazione dei personaggi che la popolano, la agitano.
Il contrasto luministico tra il buio dell'esterno e la luce artificiale della stanza , il simbolo dell'imminente Natale, e l'essenza geometrica e fredda della scena, immediatamente comunicano un senso di astratta solitudine e di sospensione silenziosa che avvolge la vita e l'esistenza dei personaggi , con le loro storie e le loro fragilità.
In questo volume senza contorno si muove Nora , interpretata da Gaia Aprea, personaggio effervescente che sembra incarnare l'archetipo della brava mogliettina borghese, madre amorosa, devota e fedele al marito, tutta presa dall'acquisto delle strenne natalizie, ignara dei problemi reali del mondo, occupata com'è nel suo ruolo domestico.
Le musiche, tonali, sono di Paolo Vivaldi.

Vezzeggiata e coccolata come una bambina dal consorte in carriera, pare vivere in una dimensione tutta sua costituita da un piccolo mondo, i cui orizzonti non vanno oltre le pareti di casa o le feste dei vicini.
La giovane protagonista dunque rende conto di una condizione storica in cui la donna è ancora il "luogo" in cui lei non può percepire se stessa e possedersi in quanto tale: il luogo dove ciascuno viene a cercare nutrimento per soddisfare una somiglianza e una assimilazione a sé (come ) medesimo.
La sua vita è mossa secondo i bisogni e i desideri degli altri, secondo l'urgenza dell'economia del momento, in primis dal marito che la relega a un ruolo di bambola obbediente., e ancora dal Dottor Rank (Giacinto Palmarini), che la ama più o meno segretamente, e dello stesso procuratore Krogstad (Paolo Serra), che la ricatta vedendo in lei uno strumento per raggiungere i suoi obiettivi.
Ma proprio questa condizione indefinita, in cui la forma non è completa , non riducibile a unità, lettera, cifra, numero d'una serie, nome proprio, le consente invece di diventare altra cosa e, incapace di completarsi in una qualche metafora, la apre alla consapevolezza che non potrà esserci niente e nessuno (forma, atto, morale, discorso, soggetto, marito, figli...) in grado di esaurire il movimento infine del suo desiderio.

E in questo movimento, in questo passaggio, (che forse la regia avrebbe potuto meglio sottolineare attraverso differenti timbri vocali, dinamiche di frase e autorevolezza di postura) Nora si ritrova all'improvviso in un mondo in cui nulla è conosciuto, suscitando l'angoscia di una trasgressione senza parola d'ordine, senza richiesta raffigurabile, senza diritto scritto da qualche parte , senza un limite rigoroso tra un prima /dopo, fuori/dentro, proprio/estraneo...dicibile/indicibile.
Ben tratteggiato il personaggio di Torvald, interpretato dal regista Claudio Di Palma, ma efficace anche Autilia Ranieri in Linde, il solo personaggio che manifesti diversificazioni di atteggiamento.

E così se in questo dramma ogni teoria del "soggetto" si trova sempre ad essere appropriata al maschile" ( le altre due protagoniste femminili, la signora Linde (Autilia Ranieri) e la bambinaia Anne Marie (Alessandra Borgia) si muovono anch'esse in dimensioni claustrofobiche ) , il rovescio della medaglia è che l'oggetto "Nora" non è poi così immobile come si vorrebbe credere. O come le convenzioni sociali vorrebbero fosse.
Può dare l'illusione di un oggetto inerte , può sembrare "materia" sulla quale poter comunque tornare ad appoggiarsi per darsi nuovo slancio, ma in realtà nel momento in cui cessa la sua silenziosa adesione , termina anche l'autonomia degli altri che paiono disgregarsi davanti ad una forza che sfugge ad ogni idea di rappresentazione precostituita e dunque di possesso.
Nora non ubbidirà più ad un modello immaginato da altri, la sua vita non sarà più un lavoro al servizio del desiderio dell'altro, essenziale se non attraverso l'altro, ma si riaffermerà come desiderio a lei specifico e come essere desiderante ritroverà forse la possibilità di essere se stessa, nell'eco di quell'assunto morale che Kristine Linde pronuncia all'inizio del dramma : "Bisogna pur vivere, e così si diventa egoisti...".

Dora Iannuzzi

 

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