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Frammenti di un dolore amoroso:4:48 Psychosis di Sarah Kane Stampa E-mail
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Scritto da Andrea Bocchetti   
Domenica 17 Aprile 2016 13:10

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Valentina Calvani sceglie una regia essenziale per mettere in scena un testo di Sarah Kane al Teatro Elicantropo di Napoli da giovedì 14 aprile 2016 (repliche fino a domenica 17), scelta opportuna perché il racconto del dramma possa emergere con la violenza che contraddistingue i testi della drammaturga inglese. In 4:48 Psychosis c'è difatti una regia di posizione, in cui la protagonista si concede pochi movimenti, ritrovando di volta in volta luoghi precisi per esporsi: la sua è più una confessione che un vero monologo. Gli interlocutori sono molteplici e continuamente chiamati in causa, non in ultimo sé stessa.

La scenografia, ideata dalla protagonista Elena Arvigo insieme a Valentina, è molto ben costruita. Pavimento sterrato, disfatto e regressivo nel suo rinvio all’originario inorganico cui la protagonista aspira: la terra. Sullo sfondo una sedia, luogo centrale, non solo per posizione, di reclamo del testo; una sorta di ristoro nei pochi, brevissimi istanti, in cui la pulsione di vita riappare.
Al di sopra di essa, frontalmente, è posto uno specchio, ampio e integro, che se da una parte offre al pubblico uno sguardo verso sé stesso, dall’altro ci appare come una metafora dello psichiatra alle spalle del lettino, a cui la protagonista non smette di rivolgersi.
Ai suoi piedi quel medesimo specchio ricompare in frantumi, in mille pezzi come il femminile di cui Sarah Kane è testimone. Lo spazio scenico è densamente interiore: ma la protagonista lo attraversa e lo vive come se le fosse esterno.
Le musiche curate da Susanna Stivali
, seguono in gran parte il testo, laddove tuttavia alcuni fraseggi di pianoforte rischiano di risultare un po’ stucchevoli, quasi sdrammatizzando la narrazione invece di intensificarla come il testo richiederebbe.

Elena Arvigo è superba. Il ritmo, il tono e la prosodia della sua prova attoriale esprimono un talento fuori dall’ordinario. Il leggero graffio che sussurra in sottofondo la sua voce, ben esprime il lamento doloroso della protagonista; lo incornicia sbavandolo solo nel pianto o nell’ossessività delle ripetizioni psicotiche, che riportate con eleganza e forza, divengono una sorta di rosario della follia.

Una preghiera che tenta pascalianamente di neutralizzare la disperazione attraverso la re-citazione, realizzando così un interessante doppio: Sarah Kane non parla solo a sé stessa, ma anche alla sua interprete, imprigionandola nello stesso punto in cui lei cerca di liberarsi; Elena sembra ascoltarla, evitando con stile egregio di tradurre il pianto in commiserazione, non ammiccando al pubblico (una parte del quale c’è tuttavia cascato abbandonandosi alla mimesi del pianto, facendo torto all'autrice che disprezzava l’empatia indotta), anzi spostando la drammaticità e l’emergenza del dolore nel ritualismo del verso ripetuto.
Pur essendo formalmente un monologo al consueto interlocutore, se ne aggiungono altri: il pubblico, che viene interpellato direttamente (lo spettacolo si chiude con le parole “Guardatemi, scompaio”), lo psichiatra, a cui si attribuisce, non senza un tratto paranoico, la responsabilità della mancanza di cura, di comprensione (clinica innanzitutto), e di attenzioni, proiezione evidente di un’immagine del maschile carica di risentimento; ed infine il vero interlocutore, l’uomo amato, che ovviamente non corrisponde, e che ben descrive tutta la ricchezza e la miseria di coloro che intendono l’intera esistenza nell’amore.
Elena ritraccia con grande efficacia l’intero prisma di colori che provengono dal testo kaniano, non trascurando di sottolinearne tutte le possibilità, anche quelle più fragili, più discutibili.
Ed è precisamente qui che ricadono le nostre perplessità: il testo.
Un testo che si inscrive pienamente nel filone monotematico del dolore compiaciuto di sé dell'autrice, che non rende onore al tragico per la sua incapacità di andare incontro alla morte senza cedere alla potenza del negativo.
Si fa fatica da parte nostra a trovare interesse per una versione così debole del femminile, che svilisce la sua natura produttiva ed espansiva per abbandonarsi alla peggiore delle sue versioni, soprattutto per la forma della follia in cui si incarna, la depressione. Una forma che recide il rapporto col mondo e che si rinchiude nella contrazione di una pulsione di morte che non trova, e non vuole trovare, soluzione. Certamente non si può giudicare la drammaticità di un’esperienza depressiva, ma la scelta di celebrarla ci suggerisce delle perplessità.
Ci viene incontro un aforisma di Nietzsche che, parlando di Shakespeare, scrisse: “Quanto ha dovuto soffrire quest’uomo per ridere così tanto”.

Andrea Bocchetti

 

 

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