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'Grand'Estate' di Moscato, ovvero un delirio fantastorico Stampa E-mail
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Scritto da Marisa Paladino   
Lunedì 18 Aprile 2016 20:36

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L'affondo di Enzo Moscato in questo campo di battaglia intitolato 'Grand'Estate' sembra quella di un curioso e stupito viaggiatore nel giacimento di emozioni che lo hanno accompagnato e segnato nella sua ricerca artistica fin dal 1982.
Quest'ultimo lavoro, andato in scena al Teatro Pier Paolo Pasolini di Salerno venerdì 15 aprile 2016 ha un sottotitolo accattivante 'Un delirio fantastorico...1937-1960...ed oltre' che ne dichiara la natura surreale e fantastica, “la cui compiuta comprensione sfugge persino a me stesso” scrve in una nota lo stesso Moscato. Il piacere di creare architetture complesse, per un racconto linguisticamente acrobatico, tratto distintivo e irripetibile della sua poetica, ancora una volta si è nutrito dai giacimenti stratificati di una memoria, sapiente e visionaria.
Le storie raccontate salpano dall'unico porto possibile, quello di una Napoli sofferente e degradata, la Città dove affonda ogni vitalismo creativo dell'autore; origine fisica, tra vicoli antichi e malfamati, ma profondamente, e segnatamente, emotiva, da cui non si sfugge ma si parte per la propria avventura umana, che il drammaturgo ha amalgamato con estro e cultura, tra raffinate ricerche linguistiche e corporeità restituite nella loro dialettica lacerata.
Lo spettacolo conferma il gioco della dissonanza, le splendide coloriture linguistiche che abbagliano l'udito e irretiscono l'ascolto, in un cantato poetico dai repentini cambi di registro, è il fascino perennemente in agguato nelle ibridazioni idiomatiche moscatiane.
Un mentore fuori scena, una donna vestita da capitano, annuncia i singoli capitoli del 'delirio fantastorico' da una immaginaria di plancia di comando, a destra del palcoscenico.
In scena per primo Enzo Moscato, in scuro e con una paglietta femminile per il sole, interpreta Poppina, al suo fianco, in egual modo abbigliato, un trascinante Massimo Andrei nei panni di Sciuscetta, due donne legate dal comune lavoro in un 'casino' popolare dei Quartieri Spagnoli.
E' il 1937, lungo le rive del Golfo, au bord de l'eau (l'origine del termine bordello) per l'appunto, l'attività non rende abbastanza, le colonie italiane dell'Africa orientale, invece, con la massiccia presenza di truppe, operai e coloni italiani promettono lauti guadagni, mentre le leggi razziali che hanno vietato concubinato e prostituzione indigena (fenomeni che comunque proseguirono in modo sommerso e semi-clandestino) sono una manna per le 'segnorine' italiane. Ma a sparigliare le carte scoppia la lebbra e la nave viene dirottata su Malta, isola in mano agli inglesi.

Lì' avanza una terza prostituta, che non sarà mai in scena, Lattarella la cui tragica morte chiede giustizia. La raccontano.
Fu anche lei sbarcata a Malta, ammalata di sifilide, dalle spie inglesi che addestravano le prostitute, contagiandole per infiltrarle, infette, tra i soldati dell'esercito tedesco, la sventurata non riuscì a sopravvivere al destino segnato.
Una 'ritornante' questo corpo straziato, a farle eco è la Luparella della pièce scritta da Moscato nel 1997, un altro corpo-non corpo in scena, che viene oltraggiato da un soldato tedesco durante l'occupazione del '43, un ennesimo e dimenticato strazio.. Sono “le proprie masserizie ideologiche e grammaticali”, quelle da cui il drammaturgo trae energia e vitalità creativa. E'ritornanti' sono anche i tre travestiti, Carthesiana, Miss 'nciùcio e Cha Cha Cha in viaggio per Azulecos dove si opereranno, che le due salutano con un gioioso malinconico gesto, che ha tutto il sapore di un rivedersi senza potersi più incontrare. Gli intermezzi dei cinque marinai a bordo, le canzonette dell'epoca e quelle musicate sui testi di Moscato, gli altri incredibili personaggi agiti o evocati (Asor Viola, D.D.T., Fraulè Doktor, Tutt'e Sere, Messa-in-piega) sono l'universo babelico che si muove intorno ai corpi e alle voci assolute delle due protagoniste, dando leggerezza e movimento alla tessitura di questo viaggio di mare e di tempo. Sarà il 1958 con la legge della socialista Lina Merlin sull'abolizione delle case chiuse (case di tolleranza, bordelli, casini, case di piacere e chi ne ha più ne metta!) a mandare in soffitta anche le alcove tristi dei malfamati vicoli dei Quartieri, mentre gli anonimi locali notturni degli anni '80, con le entraineuses che fanno spendere e bere gli avventori, sembrano luoghi popolati piuttosto da impiegate del sesso, che altro. In questo paradossale volo di partenze che non approdano i due attori sono affiancati da Giuseppe Affinito, Caterina Di Matteo, Francesco Moscato, Giancarlo Moscato e Peppe Moscato, i marinai che improvvisano veloci coreografie e personaggi caricaturali, rincorrendosi in un'espressività sguaiata e ironica, aulica e caricaturale,  secondo un pastiche linguistico caro all'autore. L'attore Gino Grossi, tra il serio e l'ironico, si colga come meglio si crede, nella mirabolante rappresentazione è stato il momento composto, della perplessità e della ricerca chiarificatrice, verso i fantasmi di una scrittura che difficilmente possono circoscriversi in una loro univoca raison d'etre. Accattivante fil rouge i divertenti ritornelli musicali delle canzonette dell'epoca,  le canzoni su testo dell'autore dove sembra calare la tristezza della perdita, fotografie sonore che impressionano la pellicola di un momento, ed i vari sottofondi,  fino al consumarsi di una pietà evocata per la “puttana ignota” cui fa da contraltare un lied dolce che anch'esso, musicalità ritornante, richiama il lied intonato “come una ninnananna di morte e di rinascita” in Luparella. Alla nostra società twittante e sfilacciata sembrano opporsi parole antiche e mai consumate, lo stesso Moscato per la sua poetica teatrale ha dichiarato “Nessuna parola già detta andrebbe abbandonata mai, in teatro. Nessun movimento, nessun gesto, nessun respiro, già vissuti, dovrebbero essere considerati finiti, de-finiti, esautorati. Morti”. E tante e diluviali sono queste del 'delirio fantastorico'. Ri-torneranno? Storie a metà tra il surreale e il grottesco, con un assoluto grandissimo pregio, quello di parlarci del dolore di vivere con un'elegante leggerezza, capace di rendere rende musicale ogni reinvenzione linguistica dell'autore, sopraffina mescolanza di lingua colta e plebea. Sullo sfondo nero segni bianchi tracciano i contorni di due corpi, maschili e femminili, l'altra ossessione di questa prolifica drammaturgia, Tata Barbalato per le scene e i costumi, Claudio Romano per le musiche originali, Cristina Donadio per il disegno luci, Teresa Monaco per le ricerche musicali e fonica, Fiorenzo De Marinis per foto e grafica, Claudio Affinito per l'organizzazione, sono la compatta equipe che ha completato il mirabiliante puzzle in scena. Il pubblico ha tributato a Enzo Moscato ed alla sua Compagnia Teatrale applausi a scena aperta, senza dubbio applausi che vanno al di là dell'apprezzamento per lo spettacolo, certo un lungo applauso alla carriera di uno dei più importanti drammaturghi italiani, ma anche attore, regista, filofoso, poeta e uomo di teatro, sperando non aver dimenticato altro.

Marisa Paladino

 

 

 

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