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Questi fantasmi, ma non troppo, Janoi Stampa E-mail
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Scritto da Andrea Bocchetti   
Lunedì 25 Aprile 2016 16:46

 

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Mettere in scena un testo di Eugène Ionesco ha sempre qualcosa di coraggioso. Una drammaturgia che oltrepassa i canoni e la grammatica del teatro classico, può consentire un’apertura che dispone alla libertà dell’interpretazione, della regia, della lettura, della prova attoriale.
Ma la libertà ha un suo prezzo, che in questo caso non è stato pagato per intero.
Jonoj al Teatro di contrabbando il 23 e 24 aprile 2016, con la regia e adattamento di Victoria de Campora, con Adelaide Oliano e Roberto Ingenito prende spunto da Le sedie, lavoro drammaturgico del 1952 e qui è privato della carne fantasmatica dell’ensemble di personaggi che ruotano intorno ai due coniugi-protagonisti e alle sedie che li accolgono; scelta di per sé interessante, se non fosse che essi sono evocati confusamente, senza che lo spettatore possa avere modo e tempo di coglierne il carattere.
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e nasce così un dialogo popolato di assenti, e non già di fantasmi, che non prendono mai corpo e mai veramente parte alla trama, complice una regia molto asciutta, che pur evitando “l’indulgenza al grottesco, privilegiando sempre l’ironia, la leggerezza, il gioco sul teatro” non sembra centrare il bersaglio.
Protagonisti della pièce sono due vecchi coniugi che vivono su di un'isola impegnati oramai a rappresentare la farsa tragica della loro esistenza, alleviata da illusioni, dalla reciproca ammirazione acritica e affettuosa, dalle abitudini.

La coppia aspetta degli ospiti illustri, invitati ad ascoltare il messaggio di salvezza che il Vecchio ha deciso di tramandare ai posteri e dunque fanno il loro ingresso gli ospiti, invisibili, e la stanza si riempie di tante sedie ben visibili. Il deserto di una vita priva di senso si popola di invitati incorporei ma soffocati dalla materia e dal vuoto i due si gettano dalla finestra.
Innestata su questa trama, la prova degli attori ha qualche buon sprazzo ironico ma molte indecisioni ritmiche ed espressive, spesso più per sovrabbondanza drammatica che non per mancanza.
Le musiche, olografiche e un po’ troppo nel cliché vintage parigino, accompagnano bene talvolta, ma in molte altre coprono il dialogo anche quando non ce n’è alcuna necessità data l’assenza di un pathos o di un climax su cui innestarsi. Molto discutibile, a nostro avviso, infine la scelta di una canzone napoletana fatta intonare dalla protagonista, che stona come suonerebbe fuori luogo un pezzo di Jacques Brel in Natale in casa Cupiello.
Spettacolo certamente migliorabile ma lontano dall’essere compiuto.
Il pubblico sembra aver apprezzato.

 

Andrea Bocchetti

 

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