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Dell'amore e dei segreti e dei rituali Stampa E-mail
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Scritto da Dora Iannuzzi   
Sabato 07 Maggio 2016 18:12

Un "desiderio di senso, di significato" pervade l'ultimo lavoro teatrale di Antonio Iavazzo, "Dell'Amore e dei Segreti", in scena fino a domenica 8 maggio al teatro Elicantropo, spettacolo presentato da Associazione Colibrì in collaborazione con Itinerarte.
L'allestimento è liberamente ispirato a "La Scuola dei Buffoni" , alla drammaturgia di Michel De Ghelderode e al suo mondo visionario, autore già affrontato dal regista in una sua trasposizione teatrale di "Escurial".
Anche qui Iavazzo riprende una ricerca che caratterizza la sua intera esperienza artistica e che lo porta ancora una volta ad interrogarsi sull'inconsistenza ontologica dell'essere e della condizione degli uomini in quanto mortali in contrapposizione al divino: tutto è simulacro, cose e persone, dell'unico Reale, l'Essere. Ma in quanto inattingibile il Reale è impossibile, mai disponibile, sempre trascendente.
La trascendenza del reale è religiosa.

La metafisica occidentale, quindi il pensiero tout court, si fonda sulla dimensione temporale e ontologica della presenza. L'Occidente pensa in termini di presenza (per una coscienza), mentre l'assenza viene pensata come derivata: è mancanza , sottrazione di presenza. L'origine è presenza: tra gli attributi canonici di Dio c'è anzitutto l' Ens, cioè l'esistenza realissima garanzia di ogni altra esistenza. Anche dopo la filosofica morte di Dio, proclamata da Hegel e Nietsche, l'Occidente continua a pensare l'essere nei termini della presenza.
Ma se si riattualizza la questione del "senso dell'essere", l'attore , il buffone- attore,
nella storia, così come nella memoria letteraria e drammaturgica, ci porta ai luoghi dell'assolutismo, in cui il clown è l'elemento unico di comunicazione libera in una corte servile e schiava; il luogo della critica aperta in cui il sentire comune diventa il contraltare alla coscienza del potere, un soggetto nietscheanamente oltreumano, lacanianamente impersonale, irreale; un divenire-soggetto, una soggettivazione, una singolarità assoluta cioè radicalmente irrappresentabile.
Così la banda dei buffoni escogita una vendetta attraverso l'arte della commedia per uccidere Folial, il loro capo e nutrirsi del suo corpo in un'orgia ecauristica e impossessarsi del suo segreto.
Pensano in tal modo di liberarsi dal dominio del capo e finalmente regnare.
E in questo tentativo di mostrare come ogni possibilità di presenza, di pienezza, di significato appartenga da sempre al desiderio di ogni essere di significazione, che lega costitutivamente ogni presenza alla non presenza dell'altro, ogni vita alla morte, ogni dentro a un fuori, si compiono le esistenze dei protagonisti, destinate ad attraversare gli inferi e la resurrezione in un percorso che li porterà alla consapevolezza della loro duplice essenza di vincitori e vinti.
Lo stesso Galgut , interpretato da Danilo del Prete, da fedele servo diventa traditore, ma proprio il suo tradimento muove la storia e diventerà elemento fondante e imprescindibile di questo processo alchemico.
Per comprendere esattamente questa prospettiva non si dovranno dunque intendere tali elementi all'interno di semplici strutture oppositive, che li ricomprenderebbero all'interno di una logica dell'identità, quanto piuttosto si dovrà tentare di pensarlo come coppie che si sollevano da quel fondo piatto, da quella "riserva" costituita del modo di percepire l'esistenza, in un continuo gioco di specchi e di rimandi, secondo una traccia che è già doppia, mai semplicemente se stessa, sempre eccedente, rinviante alla duplice natura demoniaca e, al tempo stesso, angelicata degli esseri umani.

Nel tentativo di afferrare l'indicibile (ed in questo la ricerca del senso), il lavoro si muove in una dimensione che non è necessariamente mistica, ma che un pensiero positivistico avrebbe indicato come la sfera delle proposizioni prive di senso, né vere né false, come solo il ghigno di un giullare, miserabile e Re al contempo, pare poter risolvere; un vano tentativo perché "sarà finalmente tempo ", come evidenzierà Folial ( il capo di questa banda di buffoni e deformi, interpretato da Carmine Losanno) "di smetterla con la follia degna del mio nome di credere che un uomo possa insegnare ad altri uomini".
Decostruire la realtà così come appare, riscrivere nei suoi margini un commento che la demolisce, farne la "parodia", è mettere in crisi la sua stessa pretesa di essere luogo della verità e nello stesso tempo smascherare chi la usa per il suo potere.
Una demolizione che avviene attraverso un recitare ora urlato ora sussurrato, attraverso il movimento ritmato dei corpi degli attori, attraverso l'alternarsi di pianti e di risate che ripropongono la dicotomia tra bello e brutto, verità e menzogna, sano e sudicio.
Le nostre scelte saranno sempre un "colpo di dadi ", perché pur sembrando seguire una ragionevolezza si riveleranno sempre decisioni senza motivo, in quanto la verità è nello spazio vuoto che è in mezzo a indecidibili opposti.
E' così o cosà? Dentro o fuori? Prima o dopo? La risposta è né l'uno né l'altro, ma lo spazio che è tra l'uno e l'altro, l'interlinea, l'indecidibile, il qualcosa che non sopporta la decisione.
Neanche l'Amore , che pare nella storia l'unica via per raggiungere la consapevolezza, riesce a risolvere questa ambivalenza, perché anche questo ha perso ogni sacralità ed è diventato solo una scelta, l'amore per il bene e l'amore per il male.

E' in fondo una forma di apofatismo, posizione per cui la verità non può essere detta. Forse la verità si coglie ma non si può dire, in una forma di raffinato scetticismo.
In sintesi avviene una sorta di decostruzione che utilizza l'esecuzione artistica, rendendo possibile che si aprano varchi attraverso i quali intravedere ciò che viene dopo il compimento della nostra epoca, ossia al di là dell'epoca della metafisica.

Conosciamo la realtà ma ciò che è possibile lo conosciamo appena; l'ambito del possibile è quasi illimitato, quello del reale è molto limitato perché di tutte le possibilità è sempre una soltanto che si può trasformare in realtà.
Accanto a Carmine Losanno e Danilo Del Prete, ricordiamo ancora Giovanni Arciprete (primo buffone), Raffaele Iavazzo (secondo buffone) , Federica Tornincasa (terzo buffone) e Marcella Martusciello (piccola Veneranda – Danzatrice).
Movimenti coreografici di Francesca Gammella, direttore della fotografia Vittorio Errico, consulenza costumi Maria Pennacchio.

 

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