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Scritto da Andrea Bocchetti   
Martedì 17 Maggio 2016 13:33

 

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All’interno di un cortile-discarica, i due personaggi principali, Tano e Peppe, si intrattengono in un’attesa, giocosa eppur disperata, dell’oscuro che fatalmente li attende.
Il testo si svolge in un grottesco e assurdo distendersi di micro eventi, cercati e inventati per ingannare l’inevitabile scorrere del tempo; il progressivo svuotamento di un sacco che contiene “l’essenziale” di cui si nutrono i due protagonisti, è una metafora non priva di eleganza del corso della vita che incede irrimediabilmente verso il buio che è il vero “essenziale” che resta alla fine a Tano e Peppe.
L’incursione periodica del terzo personaggio, “uno” qualunque, che non vuole cedere all’equivoco della nominazione e che preferisce raccontarsi agli altri due piuttosto che identificarsi nel nome: anche il suo è un racconto disperato, ma rassegnato alla propria miseria fatta di abbandoni, di indigenze e di compromessi, di amore e di sacrificio.
Il cortile mette in scena non semplicemente l’assurdo della vita quanto un sorridente e giocoso abbraccio del suo fondo e del cammino impiegato per raggiungerlo, l’essenziale di cui tutti ci nutriamo e che alla fine ci riunisce: il buio. È nel buio che il cammino mostra il suo senso, o meglio la mancanza di una logica della direzione esistenziale se non la necessità della sua conclusione.
Non è un caso che tutto oscilli in una doppia dimensione temporale.
Da un lato la regressione: il tono dei personaggi è intriso di infantilismo e di gioco; le parole di Peppe rievocano continuamente un passato che non può che essere o millantarsi melanconicamente pieno (le gambe belle, le labbra perfette ecc.). Dall’altro il presente che mortifica l’avvenire: tutto riaccade, persino il racconto dei ricordi di Peppe hanno un’unica forma, e segue l’inesorabile legge della ripetizione, che svuota di senso ogni dettaglio nuovo costringendolo nella morsa del già-accaduto; parafrasando Freud, l’illusione di un avvenire. Se il fondo buio è il destino, la ripetizione è la grammatica della direzione con cui gli si va incontro.

E così come Peppe si consuma nel tempo, allo stesso modo Tano sente il suo scorrere non riuscendo più ad essere supporto, non essendo più in grado di reggere, e sorreggere, il peso dell’altro, che viene lasciato a sé stesso (commovente la scoperta di Tano di non riuscire più ad alzare il suo amico, di non aver più le forze necessarie a farlo). Anche qui, l’allegoria della vecchiaia è efficace: il tempo restituisce sempre maggiori dipendenze, e così come la memoria si impone nella nostalgia di chi si avvia al buio, il corpo regredisce ad uno stato di domanda persistente di cura.
Lo scorrere del tempo conduce ad un paradossale ritorno all’indietro, fino all’infanzia; anzi al di là dell’infanzia stessa, nell’estremo regresso al buio dell’inorganico, thanathos. E il solo espediente per neutralizzare tutto questo è la ripetizione, ovvero l’assurdo ritorno di un uguale.
Dinanzi a tanta disperazione, ci si aspetterebbe dallo spettacolo un tono spento: eppure, miracolosamente i personaggi giocano, sorridono, si arrabbiano, in un certo senso combattono il proprio destino, ironizzando sui rimedi ridicoli che l’uomo individua per ingannare la ripetizione (geniale il racconto dell’amico di Tano che passa il tempo a salire e scendere da un palo, in cui lo scendere trae senso solo dal salire e viceversa, e dove la noia è vinta cambiando palo).
Il cortile è uno spettacolo che convince: convincono gli attori, convince il testo, convince la regia (asciutta e ben accordata ai tempi del testo); le luci tenui lasciano che il buio che i personaggi scoprono alla fine, sia in qualche modo presente sin dall’inizio al loro intorno.
Il cortile
di Spiro Scimone, con Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Gianluca Cesale, regia Valerio Binasco, scena e costumi Titina Maselli, disegno luci Beatrice Ficalbi, regista assistente Leonardo Pischedda, assistente scene e costumi Barbara Bessi, direttore tecnico Santo Pinizzotto alla Sala Assoli, Napoli, il 14 maggio 2016.
Da vedere.

Andrea Bocchetti

 

 

 

 

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