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Il servo Jernej in cerca della giustizia Stampa E-mail
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Scritto da Marisa Paladino   
Sabato 21 Maggio 2016 18:48

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Il servo Jernej e il suo diritto è un racconto dello sloveno Ivan Cankar, scritto nel 1907 è una storia che ha molte da dire ancora oggi. Simone Giannatiempo e Teresa Rovitto ne hanno curato l'adattamento teatrale, il primo anche la regia. Jernej, questo il titolo della piece, ha felicemente debuttato al Fringe Napoli Teatro Festival 2015 ed è andato in prima a Salerno alla Sala Pier Paolo Pasolini la sera del 18 maggio 2016. E' la storia di un vecchio servo che alla morte del padrone Sitar, dopo quarantanni di lavoro, viene cacciato dalla fattoria, nonostante abbia fatto la fortuna e reso fertili i campi di quest'ultimo con il sudore della propria fronte. Tutte le richieste di vedere riconosciuti i suoi diritti sono vane, non gli resta che mettersi in viaggio per avere giustizia e trovare qualcuno che possa affermare l'elementare principio che la terra non appartiene al padrone ma a chi la lavora.
La vicenda è una ricerca che crea attesa nello spettatore, nonostante l'incombente tragedia che si sente fin dalle prime battute.  Quella di Jernej potremmo definirla un’odissea della giustizia sociale, del resto Cankar scrisse il racconto quasi come un programma elettorale nell'anno in cui si candidò con il partito socialdemocratico. Una parabola che mescola ribellione e accettazione, sullo sfondo una religiosità dell'esistenza dove si può anche credere in una giustizia terrena, frutto, comunque, di una dimensione più alta che sovrasta l'uomo.
Durante il viaggio arriveranno tanti momenti di disillusione, per il vecchio servo sarà molto doloroso e l'epilogo racchiuderà entrambe, sconfitta e speranza, eco di un grido rivoluzionario che spira negli anni in cui fu scritto il racconto, tempi di rivendicazioni sociali contro il potere ancora feudale dei signori della terra. La storia mostra il rapporto complementare servo-padrone visto dalla prospettiva del primo, archetipo di sudditanza e oggetto di prevaricazione; e, proprio perché archetipo, questa prevaricazione non ha luogo ed è senza tempo, come i temi affrontati che sono sempre di attualità, in quanto investono lo status e la cittadinanza dell'individuo stesso. Una dialettica che si replica in ogni tempo. L'eco più prossimo nel testo è ovviamente quello di una servitù della gleba di antica memoria, intrecciata inscindibilmente alla proprietà terriera, dove i servi non possono (lecitamente) sottrarsi a tale condizione senza il consenso del padrone, salvo potere essere 'licenziati' in tronco e senza appello.
La piece, oltre ai risvolti politico-filosofici, racconta e pone interrogativi immediati, attraverso la vicenda di un animo semplice, che parte da ovvie considerazioni per interrogarsi su questo gioco di potere che lo vede 'vittima', una persona però capace di un processo di autocoscienza, cui risponderà con un gesto dirompente, volto a scuotere le fondamenta di un ordine costituto ed intoccabile.

Simona Di Maio interpreta il servo, catturante fin dal suo primo apparire, con la sua casa-valigia ed l'interrogativo che l'accompagneranno in questo viaggio che si snoderà nei pochi metri di un palcoscenico vuoto.
La terra e la fattoria a chi appartengono? Un erede, che nulla ha fatto per quella eredità, può decidere di cacciare via chi ha contribuito a costruire e fare crescere la fattoria? Un uomo giusto potrà dare la risposta giusta. L'odissea del vecchio contadino è quella di un personaggio non facile da amare ma che si fa amare, colpisce subito lo sguardo che potrebbe generare distacco, vista la sua immobilità apparentemente priva di sentimenti; invece proprio la solenne fissità e la composta dignità di questo sguardo, doloroso e assorto, ci attrae e ci incuriosisce, facendoci desiderare di conoscere quale sia il suo “conto in sospeso”.
L'energia composita della protagonista e la sua brillante interpretazione riveleranno la virtù e la rettitudine del contadino, ma anche la tensione che anima il percorso, materiale e simbolico, del viaggio dove la domanda di fondo riguarda cosa sia la giustizia sulla terra.
L'attrice materializza in scena un mondo di contadini e di signori, dove i poteri che dovrebbero sapere amministrare e assicurare la giustizia, interrogati da Jernej, daranno ognuno una risposta che non lo convincerà; gli altri personaggi sono solo evocati, è sempre e soltanto Jernej/Simona Di Maio  a dar loro vita.
L'attrice, multiforme e versatile, è pronta a cucirsi addosso abiti non suoi e riesce ad immergere lo spettatore nelle diverse ambientazioni, ottenute anche con un gioco di 'costruzioni' delle tre panche di legno, che giostra in mille modi, dando corpo e sostanza alle tappe del viaggio. L'incontro con altri contadini, con un gruppo di bambini, con le autorità costituite come il sindaco, i giudici dei tribunali fino all'imperatore, ma anche con un burattino impertinente, che potrebbe essere una sorta di alter-ego, sono ognuno il frammento di un puzzle che Jernej non riesce a comporre, secondo logica e verità; e pure la risposta divina che il contadino non rifugge certo sembra lontana.
L'uomo comunque deve essere faber della propria sorte e chiedersi cosa è giusto.
E allora, dove è la giustizia terrena? La legge può riconoscere diritti attribuendoli e redistribuendo altri diritti, in nome di un'intollerabile ingiustizia sociale? Il pensiero critico socialista e lo sviluppo nelle teorie marxiste, il socialismo utopistico ed fervori politico-sociali dei primi del Novecento che avrebbero condotto all'affermazione degli ideali del comunismo, questa è la Storia, quella con la esse maiuscola.
Jernej, invece, incarna una personale visione del mondo in cui la giustizia divina non è una giustizia distinta da quella terrena, ed è proprio tra gli uomini che bisogna distribuire le risorse, dando valore a quanto viene costruito con il sudore della propria fonte e non a quanto nasce dal riconoscimento del privilegio di un'appartenenza sociale. Il finale sarà dirompente, ma sarà ribellione, vittoria o ancora sconfitta per Jernej? Lo lasciamo alla scoperta del pubblico, assaporando la magia della narrazione dove ci sono le “cose” che prendono vita. Una valigia che contiene la facciata di una casa e l'interno di una stanza da letto realizzati con il cartone – metafora della 'proprieta' che il protagonosta rivendica per sé – sono in spalla al vecchio servo durante il cammino, le tre panche da posizionare in mille modi o le luci che mutano, diventando ore notturne e alba di un nuovo giorno, dando l'idea dello scorrere del tempo, mentre la mimica di un treno in corsa sottolinea il tema del viaggio come ricerca. Convincente e originale la regia di Simone Giannatiempo, che ha reinterpretato il testo racchiudendolo, con grande intensità, in un tutto di ambiente-scena-racconto-situazioni, sull'avanscena il mistero di una vita che scende dritto fino alla platea, mentre l'idea della casa-valigia, oggetto reale e plastico, simboleggiando uno stare-andare è una bella metafora della vita, del tempo e del senso della vita per Jernej.
Ottima la resa teatrale di Simona Di Maio, a tratti poetica e sempre intensa, tramite espressivo che con la voce e il corpo ha dato plasticità a quanto evocato senza essere fisicamente in scena, una mimica precisa e una ricchezza dei movimenti hanno splendidamente materializzati luoghi, presenze e situazioni. L'uso dello sloveno e di suoni onomatopeici, che hanno intervallato la recitazione, è stato un andare oltre le parole, diventando una lingua passepartout che ha consentito allo spettatore le decifrazione necessarie in quei dati momenti dello spettacolo.
Nel complesso abbiamo assistito ad un gioco di scatole cinesi perfettamente inserite l'una nell'altra. Un'avventura umana piena di dolore e dignità quella di Jernej, la prima scatola, la seconda il sottofondo lontano di un'epoca, traccia invisibile della Storia, che ha mosso e muove il rapporto dialettico tra le classi sociali, e infine la terza, quella della vita e dell'uomo che nasce, vive, fatica, capisce, si ribella e poi muore, parabola “eterna” in questo “luogo senza spazio e senza tempo” richiamato dalla protagonista all'inizio dello spettacolo. Jernej, una magia teatrale che ci è piaciuta, ci ha convinto e che vorremmo potesse calcare molti altri palcoscenici. “La vita è un gioco, e questo gioco ha bisogno di essere sorretto dall’illusione, la quale a sua volta deve essere alimentata dalla fede… Ogni destino è legato ad altri destini in un gran gioco eterno del quale non ci è dato scorgere se non particolari irrilevanti” ritornano le parole del grande Edoardo, forse anche perché questo spettacolo è stato un gioco di teatro che ha raccontato, molto bene, un senso del vivere che di questi tempi sembra molto dimenticato, quello che coniuga la giustizia sociale tra gli uomini. 

Marisa Paladino

 

 

 

 

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