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Zoo di vetro: la modernità rivelata da Arturo Cirillo Stampa E-mail
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Scritto da Alessandra Bernocco   
Martedì 24 Maggio 2016 12:26

Se c'è una modernità in Tenessee Williams non è nelle situazioni ma nei rapporti, negli stati d'animo, nelle dinamiche familiari distorte, castigate, soffocanti.
Per questo affrontare oggi un testo come Zoo di vetro, per esempio, richiede un notevole sforzo di astrazione ed emancipazione dal contesto che è invece stantio, obsoleto, improbabile, così distante nello spazio e nel tempo, come lo è la provincia americana della prima metà del Novecento.
Uno sforzo a favore di un'emotività che ci riguarda a prescindere, generata da un disagio diffuso, da un male di vivere, da complessi che non ci abbandonano, anche se variamente percepiti o dissimulati.
La messa in scena di Arturo Cirillo, vista al Teatro India di Roma il 19 maggio 2016, ormai consolidata da almeno due anni di tournée, è in questo senso efficace nel sgomberare il retaggio spazio-temporale originario ma senza cercare per forza una collocazione alternativa né optando per una didascalica opera astratta. Anzi, la scena firmata da Dario Gessati giustappone elementi realistici di arredo, ma in modo non precisamente realistico, alludendo con pochi poveri pezzi di mobilio ai diversi ambienti della casa: la cucina sulla destra dominata da un tristissimo tavolo di formica, un divanetto a due posti sulla sinistra, e al centro un grande armadio che contiene gli animaletti di vetro e quando si apre racconta con una luce abbagliante e improvvisa del mondo fantastico in cui è immersa la sua custode.
Una ragazza zoppa, complessata, più fragile del suo ipnotico zoo di vetro che cura con ossessiva dedizione, sulla quale una madre petulante e megalomane proietta desideri e frustrazioni.
Tra le due un terzo, rappresentato dal figlio e fratello che tira a campare con un lavoro di ripiego e lunghe giornate rinchiuso nei cinema.
Tutti mentono con automatismo consumato, intrappolati in sterili desideri di fuga o di riscatto che hanno perso ogni appiglio con la vita reale.
Ma da questa farsa conclamata in cui ognuno reitera il proprio ruolo sempre uguale, vengono a galla relazioni e soggezioni che ci disturbano, ci inquietano, e forse in fondo in fondo un po' ci appartengono. Appartengono all'essere umano e alle sue debolezze, e rendercele fastidiose in un'ora e quaranta è anche il compito e il merito di questa regia.

Sono sensazioni anche fisiche e fisicamente verrebbe voglia di reagire: con uno strattone, un'incitazione, un urlo più forte per chiudere la bocca di una rovinosa signora (troppe ne conosciamo) che inanella gaffes a non finire e scambia la logorrea con l'arte del conversare.
Nel ruolo un'irresistibile Milvia Marigliano, che se non ti facesse venire voglia di sotterrarla sarebbe persino simpatica, così egocentrica, tutta premure moleste, ricatti, corruzione morale, e piccole rappresaglie che sono anche l'unico momento in cui tace, finalmente.
La figlia è Monica Piseddu, di cui vale la pena ricordare almeno due momenti: il primo la vede carponi, involuta, nascosta dal mondo che sta per fare il suo ingresso nella persona di un amico del fratello, per nulla casuale; la seconda quando usa la canzone che risuona dal vecchio giradischi (Lontano lontano nel tempo) come il suo contingente strumento di sfogo, un tappeto sonoro da calpestare cantando con i nervi e la voce strozzata. Molto giusta la scelta di sorvegliare la zoppia rendendola quasi impercettibile, che da una parte favorisce la normalizzazione del personaggio, ai limiti con l'archetipo di sofferenza e mortificazione, dall'altra permette al principio di realtà, dato dall'amico invitato di proposito, di esercitare la sua funzione. Nel ruolo Edoardo Ribatto, che è davvero l'altro mondo che irrompe da fuori, che non è solo fuori, ma è proprio un altrove, un 'prima' irrimediabilmente perduto, un 'altro da lì' in cui inevitabilmente ritorna come una pietra che lanciata nell'aria ricade a terra. Un bel momento di poesia, che evapora in fretta come l'illusione che l'ha generato.
Arturo Cirillo invece riserva per sé il duplice ruolo narrante e del figlio/ fratello accogliendo e spingendo sulla vena ironica che dalle battute traspare chiaramente e almeno due volte strappa l'applauso a scena aperta.
I costumi, che segnano il fallimentare tentativo di autorappresentarsi non senza fare sorridere, sono di Gianluca Falaschi e le luci, molto importanti, di Mario Loprevite.

Alessandra Bernocco

 

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