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Scritto da Francesco D'Agostino   
Mercoledì 01 Giugno 2016 13:05

 

 

I 24 Capricci op.1, costituiscono il vertice di tutta la produzione musicale di Nicolò Paganini, il suo lascito compositivo più geniale. Pur inserendosi nel solco di una copiosa tradizione questo lavoro per la capacità di trasmutare significati, stilemi e tecniche tradizionali in fenomeni sorprendenti, assume il carattere di una sfida lanciata, come dice la dedica, "agli artisti"; ogni brano, dal primo all'ultimo, mostra un'uniformità riguardo alla difficoltà ed alla tecnica esecutiva, ma la musicalità è in primo piano, coniugata con il dato tecnico, sia si tratti dell'introduzione lenta del Capriccio n. 4 (che a Schumann ricordava la Marcia funebre dell'Eroica di Beethoven), o dell'Andante dell'Undicesimo, polifonico, o dell'Allegretto con imitazione della ghironda del Ventesimo.
Anche nei brani in tempo veloce (si pensi al Tredicesimo Capriccio, o la Risata, titolo apocrifo), il gioco delle modulazioni, il cromatismo nuovo e ardito non si disgiunge da evoluzioni virtuosistiche, legate alle idee melodiche.
La tecnica trascendentale servì al compositore genovese, a dar una veste sonora ad un pensiero musicale ricco di slanci e d'inventiva, tanto che dalla lezione dei Capricci trassero insegnamento alcuni dei più importanti compositori romantici, come Schumann, Liszt, Rachmaninov.

A raccogliere la sfida di eseguire integralmente l'impegnativo testo paganiniano, pagina fondamentale dell'evoluzione violinistica, è l'artista Vincenzo Bolognese (attualmente primo violino dell'opera di Roma) che con il suo strumento "Mattia Albani" della fine del Seicento, è stato protagonista del concerto tenutosi al Teatro Verdi di Salerno il 30 maggio 2016.

Dicevamo un concerto impegnativo e ciò vale non solo per il musicista ma anche per chi ascolta, poiché come sostiene il musicologo Alberto Cantù, il capriccio è una forma compositiva che nasce dalla fusione tra la cadenza di concerto e il brano contrappuntato, dunque già di per sé un genere che esalta spesso le potenzialità strumentali piuttosto che il "canto" delle linee melodiche, e nello specifico quindi non proprio di facile presa sul pubblico.
L'intero ciclo che richiede una straordinaria capacità di concentrazione invece qui nel massimo cittadino è stato seguitissimo dalla numerosa platea nell'esecuzione filologica resa possibile grazie alla partitura autografa di Paganini e, quindi, senza tradire la volontà originale del compositore, ascoltiamo dalle agili dita di Bolognese tutto ciò che questo affascinante strumento è capace di fare, in una sintesi di rara intensità tra gioco virtuosistico e originalità creativa. Eseguiti tutti di seguito, caratterizzati ognuno nella propria singolarità, nella lettura brillante dell'artista che pur nelle difficoltà non perde mai di vista il suono e il lirismo, i capricci mantengono l'alone intimistico ed espressivo, coinvolgendo gli spettatori negli spunti musicali diversi tra loro (dalla richiesta di Paganini stesso di imitare corni e flauti nel Nono; dall'Agitato incredibile del Quinto, al poetico Sesto, con un tremolo legato che sembra senza fine eseguito Lento e piano come indicato dell'autore; dall'Amoroso Ventunesimo, vero e proprio duetto operistico).
Una sfida vinta ed un gran finale per il violinista con due bis superlativi: Recuerdos de la Alahambra di Francisco Tarrega, brano per chitarra classica nella trascrizione di Ruggiero Ricci e la Sarabanda dalla Partita n. 2 in re minore di J. S. Bach.
Ultimo concerto prima della pausa estiva, l'appuntamento con la stagione .è fissato per ottobre. A presto.

Francesco D'Agostino

 

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